28 Settembre Set 2018 0700 28 settembre 2018

Questa non è una legge di bilancio, è una dichiarazione di guerra all’Europa

Il deficit al 2,4% del Pil per tre anni è uno schiaffo del governo Conte a tutti gli impegni presi, una mossa fatta per farsela respingere. Per giocarsela in campagna elettorale alle prossime europee. O per darle il colpo finale

Salvini Dimaio

Ieri notte abbiamo dichiarato guerra all’Unione Europea. L’abbiamo fatto con una nota di aggiornamento al Def che ribalta la grande promessa che l’Italia aveva fatto fino a ieri alla commissione europea e ai mercati, che il deficit si sarebbe ridotto fino a arrivare a zero, che il rapporto tra il debito pubblico italiano e il suo prodotto interno lordo non sarebbe mai più aumentato. Un rapporto deficit/Pil al 2,4%, per quattro anni, va nella direzione diametralmente opposta ed è uno schiaffo sul muso a Juncker e Moscovici, che ci avevano più volte intimato, in questi mesi, a non fare scherzi, a continuare sulla strada del risanamento dei conti pubblici, a non scherzare col fuoco dei mercati.

Niente di tutto questo: Salvini e Di Maio hanno sentito l’odore del sangue di una Commissione debole, in scadenza, figlia di una grande coalizione morente, delegittimata dai sondaggi che vengono avanti e che parlano di una prossima, clamorosa affermazione delle destre sovraniste, e hanno spinto sull’acceleratore, anziché frenare. Non è bastato Giovanni Tria, che aveva più volte assicurato che il deficit si sarebbe fermato sulla soglia dell’1,6%, e che è arrivato a minacciare le dimissioni, a fare da argine. Non è bastato Sergio Mattarella, preoccupato di scatenare uno scontro istituzionale, a fermare i leader di Lega e Cinque Stelle.

E forse è lì che vogliono arrivare Lega e Cinque Stelle. Forse davvero ci stiamo avvicinando a passo di carica verso il piano B, verso il momento in cui non saremo noi a uscire dall’Euro, ma l’Euro a non volerci più. Forse davvero ci stiamo avvicinando a quella sparizione dell’Europa cui Steve Bannon auspica e che ha spesso profetizzato

L’Italia va alla guerra, adesso, e ci va perché sa benissimo che una legge di bilancio costruita su queste basi sarà quasi certamente rispedita al mittente dalla Commissione Europea. E sa benissimo, pure, che all’elettorato affamato di sussidi e di Quota 100 verrà data in pasto una verità difficilmente smentibile, che non possono avere l’obolo e i sussidi per colpa dell’Europa cattiva, che la Francia può permettersi il 2,8% - pazienza se per un anno, col debito al 98% del Pil e con lo spread a zero - e noi no. E sa benissimo che questo sarà il ritornello ripetuto a tamburo battente da qui al prossimo 28 maggio che farà delle prossime elezioni europee un plebiscito contro l’austerità, i parametri di Maastricht, i vincoli di bilancio a cui l’Euro ci obbliga.

Basta sapere quali sono i rischi, ovviamente. La crescita dello spread oltre ogni livello di guardia, ovviamente. Il declassamento dei nostri Titoli di Stato a livelli spazzatura da parte di Moody’s e di Standard’s & Poor, atteso per fine ottobre. La possibilità, quanto mai concreta, che buona parte di quel deficit aggiuntivo se lo mangi la spesa per interessi, finendo per aumentare il costo del debito pubblico in un anno in cui ci si attende un rallentamento della crescita economica. Per farla breve, che questa manovra, che nelle intenzioni sarebbe espansiva, finisca in realtà per produrre effetti diametralmente opposti. Una fine spaventosa, dopo lo spavento senza fine degli ultimi dieci anni.

E forse è lì che vogliono arrivare Lega e Cinque Stelle. Forse davvero ci stiamo avvicinando a passo di carica verso il piano B di Paolo Savona, verso il momento in cui non saremo noi a uscire dall’Euro, ma l’Euro a non volerci più. Forse davvero ci stiamo avvicinando a quella sparizione dell’Europa cui Steve Bannon auspica e che ha spesso profetizzato. Forse davvero siamo la quinta colonna, consapevole o meno, della distruzione di un progetto che farebbe la gioia di Donald Trump e Vladimir Putin, che tornerebbero a presidiare il vecchio continente per sfere di influenza, com’era prima del 9 novembre del 1989 e della caduta del Muro di Berlino. La macchina si è messa in moto e siamo noi ad aver girato le chiavi. Basta saperlo.

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