29 Settembre Set 2018 0600 29 settembre 2018

Legge di bilancio, la battaglia inizia adesso (e i guai arriveranno molto presto)

Lo spread sale, la borsa scene. Ma è niente rispetto a quel che ci attende nei prossimi mesi. Il Governo non capisce che il debito -anche se comprato dagli italiani- rischia di essere davvero la tomba dell’Italia

Di_Maio_Linkiesta

«I mercati se ne faranno una ragione», aveva tuonato con piglio sportivo-militaresco Matteo Salvini. Invece, lo spread è arrivato alla soglia fatidica di 280 punti; la borsa ha perso oltre il 4 per cento trascinata in basso dai titoli bancari, mentre le aziende di stato e la Cassa depositi e prestiti hanno ceduto circa un miliardo di euro; Pierre Moscovici ha minacciato sanzioni. Tutto come previsto. Vediamo adesso cosa succederà con le agenzie di rating: è quasi certo che abbasseranno la loro valutazione sulla solidità del debito sovrano, il punto è se fino a giudicarlo spazzatura. In tal caso sì che scatterebbe l’allarme rosso.

Intanto, gli italiani debbono prepararsi a prestare altri 27 miliardi al governo, 6 arriveranno non si sa da dove, probabilmente dal condono fiscale. Dei tagli ai tanto deprecati sprechi, nemmeno l’ombra. I 33 miliardi della manovra, che sarà specificata il 15 ottobre nella legge di bilancio, dovrebbero essere così distribuiti: 12,5 per evitare l’aumento dell’Iva (anche se alcune aliquote andranno “rimodulate”); 10 per il “reddito di cittadinanza”; tra 6 e 8 per rivedere la Fornero attuando quota 100 come parametro per andare in pensione; 1,5 per l’anticipo per la flat tax che scivola verso il 2020. In ogni caso, bisogna aspettare i testi ufficiali e la prossima finanziaria. Poi scatterà l’assalto parlamentare alla diligenza e non è detto che il disavanzo non aumenti ancora. Difficile a questo punto stabilire se davvero il 2,4% sarà un tetto o un pavimento.

Vediamo adesso cosa succederà con le agenzie di rating: è quasi certo che abbasseranno la loro valutazione sulla solidità del debito sovrano, il punto è se fino a giudicarlo spazzatura. In tal caso sì che scatterebbe l’allarme rosso

Siamo solo all’inizio di una partita cominciata all’attacco dai giallo-verdi, che ha molte fasi piene di colpi di scena e mosse anche inattese. Ha avuto torto chi (come il sottoscritto) scommetteva sulla tenuta del ministro dell’economia grazie al sostegno ricevuto dal presidente della Repubblica. Invece Giovanni Tria ha ceduto, anche se, dicono, si voleva dimettere; quanto a Sergio Mattarella ha di nuovo mollato, dopo aver mal calcolato le vere intenzioni del governo. Tuttavia sia l’uno sia l’altro hanno ancora qualche margine per impedire il peggio.

Un deficit del 2,4 per cento in rapporto al prodotto lordo, è più o meno quello lasciato dal centro-sinistra, la differenza è che il governo precedente aveva preso l’impegno di farlo scendere fino a raggiungere nel 2021 il pareggio, mentre quello attuale vuole mantenerlo tale e quale per ben tre anni, gettando alle ortiche l’odiato fiscal compact. E il debito che Pier Carlo Padoan sperava di far scendere al 122%? I calcoli di Paolo Savona - vero ispiratore della Nep, la Nuova politica economica, giallo-verde, con la sua teoria del moltiplicatore che non sta nelle tabelle della Banca d’Italia, della Bce e dei vari premi Nobel - dicono che la spesa pubblica corrente in deficit e quella (futura) per investimenti, faranno aumentare il prodotto lordo nominale fino alla soglia in cui il debito comincerà a scendere, cioè ben oltre i tre punti percentuali: poiché l’inflazione attesa dovrebbe superare l’1,3%, il pil dovrebbe salire verso il 2%. Un bell’azzardo, dato che il prossimo anno si prevede un rallentamento in tutto l’occidente, anche grazie all’aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti (siamo già al terzo ritocco da parte della Federal Reserve) e in Europa (non appena se ne sarà andato Mario Draghi, l’uomo della moneta facile secondo gli arcirivali tedeschi).

Fatta l’uscita peronista con tanto di scena dal balcone (mancava Evita, ma c’erano comunque molte stelle), adesso sarà tutta una corsa a convincere le autorità europee e i mercati delle buone intenzioni di un governo che ha scelto la crescita invece dell’austerità. A favore di Salvini e Di Maio, gioca la debolezza dell’Unione europea divisa come non mai e di una commissione agli sgoccioli: da qui al prossimo maggio nessuno sarà in grado di fare nulla tranne alzare la voce. Chiamatela pure forza del ricatto, certo i rapporti, adesso come adesso, non sono a favore di Bruxelles.

A favore di Salvini e Di Maio, gioca la debolezza dell’Unione europea divisa come non mai e di una commissione agli sgoccioli: da qui al prossimo maggio nessuno sarà in grado di fare nulla tranne alzare la voce. Chiamatela pure forza del ricatto, certo i rapporti, adesso come adesso, non sono a favore di Bruxelles

Quanto agli operatori sui mercati, guardano ai nuvoloni che s’addensano all’orizzonte, più neri di quelli che oscurano il cielo sopra Roma: la guerra dei dazi e il braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti; gli effetti collaterali dei tagli fiscali di Donald Trump (nel breve periodo hanno sostenuto i consumi, nel medio periodo allargano il disavanzo e aumentano il debito); l’indebitamento eccessivo delle famiglie americane (oggi i prestiti agli studenti stanno diventando pericolosi quasi quanto i mutui subprime); le crisi finanziarie a catena nei paesi emergenti dalla Turchia all’Argentina; l’incertezza sul mercato del petrolio.

Si fa strada la convinzione che siamo alla vigilia di una nuova crisi, può partire dalla finanza per effetto dell’eccesso di moneta pompato dalla banche centrali o dagli scambi commerciali colpiti dal neo-protezionismo, la miccia può essere innescata di nuovo a Wall Street, a Pechino, o magari a Roma.

Tante debolezze, dunque, che un governo privo di scrupoli e sfumature ha saputo sfruttare a suo vantaggio, ma che possono diventare altrettanti acceleratori per una nuova recessione, ben prima di vedere l’impatto sulla domanda delle distribuzioni assistenziali o del taglio alle imposte (per non parlare degli investimenti “campacavallo” in infrastrutture).

Alla base delle convinzioni giallo-verdi c’è che il deficit non conta e il debito ancor meno soprattutto se è comprato dagli italiani (l’idea diffusa che in tal modo sia una partita di giro, non tiene conto che prestare al Tesoro per spendere e spandere vuol dire spiazzare il risparmio destinato alle imprese produttive). Non solo, il governo è pronto a sostenere che con il 2,4% in ogni caso l’Italia avrà un avanzo primario superiore a un punto percentuale, ma cosa accadrà negli anni successivi durante i quali l’unica variabile indipendente resta il deficit? Se, nonostante la spinta da domanda interna, la crescita rallenterà, anche quel surplus sarà destinato a cadere innescando di nuovo la spirale del debito. Gufi, come diceva Matteo Renzi? Traditori del popolo, come li ha chiamati Luigi Di Maio? Può darsi, ma la ragion pratica è dalla loro parte.

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