29 Settembre Set 2018 0545 29 settembre 2018

Niente prove e niente indizi, il processo Kavanaugh è la fine del diritto negli Usa

Si parla di una presunta molestia di 36 anni fa. Le prove non ci sono. Le testimonianze sono manipolabili (e manipolate) in base all’uso politico che se ne fa. Democratici e conservatori hanno demolito il concetto di diritto. Al suo posto la strumentalità politica

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Con una decisione che avrebbe reso felice Giulio Andreotti, la Commissione Giudiziaria del Senato ha rimandato di una settimana il voto sulla nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, subordinandola ad un’indagine dell’FBI sull’accusa di stupro che ha travolto il giudice nelle ultime settimane. Si tratterà, tuttavia, di un’indagine lampo: potrà durare al massimo sette giorni.
Basta leggere i giornali americani per capire quanto la decisione sia irrituale: nessuno ha ancora capito chi ha vinto e chi ha perso, se si sia trattato di una sconfitta per i Repubblicani oppure – come sembra nelle ultime ore – se si tratti solo di un pro-forma, atto a ripulire il nome di Kavanaugh dalla più infamante delle accuse tramite una specie di messa in scena. Per ora, l’unica certezza che esce da questa tormentata vicenda è la totale irrilevanza raggiunta dai fatti in qualunque dibattito pubblico, e la loro riduzione ad accessorio superfluo di cui nessuno sente più la necessità.

Né nella testimonianza resa giovedì in aula dall’accusatrice Christine Blasey Ford, né in quella del giudice accusato di stupro c’era una benché minima evidenza fattuale, neppure un microscopico riscontro che potesse corroborare una delle due versioni: eppure, non c’è stato un solo americano che si sia astenuto dall’emettere una sentenza, coerente con la propria fede politica. La voce rotta dall’emozione della donna, le sue pause, il fatto che si sia decisa a farsi avanti solo ora è stato giudicato dall’America Democratica come un segno di purezza, una manifestazione dell’inaudito dolore proveniente da un trauma finalmente reso pubblico. Al contrario, le stesse immagini sono state interpretate dall’altra America, quella Repubblicana, come una piece teatrale, una sceneggiata strappalacrime piena di vuoti di memoria imbarazzanti alternati a dettagli troppo terribili ed esagerati per essere credibili.

È ovvio che a nessuno, a Washington, importa davvero se il giudice in gioventù fosse un maniaco sessuale o se la Ford sia una mitomane o un’eroina femminile

E la stessa cosa è accaduta con la testimonianza del giudice. Il suo volto paonazzo per la collera è stato interpretato come la giusta reazione di un uomo perbene, trascinato all’inferno da un’accusa disgustosa per mere ragioni politiche. Oppure, dagli ultras della parte opposta, come lo sfogo violento di un uomo violento, la cui furia è direttamente proporzionale alla sua colpevolezza.
Non è la prima volta che l’America si incolla davanti alla TV e si divide per un caso di cronaca giudiziaria, basti pensare al processo a O.J. Simpson. Ma allora il dibattito ruotava attorno al guanto che non calzava, alle impronte che non combaciavano, al poliziotto che aveva rivelato simpatie naziste. Per quanto vaghi ed interpretabili, si trattava comunque di indizi.

L’assurdo è che qui non ci sono nemmeno gli indizi, eppure nessuno ne ha avuto bisogno per formarsi un’opinione. Il New York Times (liberal) ha sbattuto in prima pagina una foto doppia in cui la Ford appare calma e rassicurante mentre Kavanaugh un invasato furioso. Fox News (conservatrice) ha pubblicato uno scoop in cui dimostra che la Ford ha mentito sul suo curriculum sotto giuramento e ne chiede l’incriminazione per spergiuro. Entrambi si sono rivolti ad alcuni esperti di linguaggio del corpo per un parere super partes: guarda caso le diagnosi hanno ricalcato le rispettive linee editoriali delle testate.

Il Paese – insomma – ha dimostrato una volta in più di essere diviso ad un livello tale che ormai la parola “Uniti” dentro “Stati Uniti” non sembra altro che un ossimoro, e c’è da scommettere che nemmeno l’indagine-lampo porterà un minimo di pacificazione. Chi crede ad una versione continuerà a crederci serenamente, a prescindere dal lavoro degli investigatori: al massimo troverà un pretesto per gettare discredito sull’indagine.

Alla faccia di fact checkers, cacciatori di bufale e segugi di fake news, i fatti sono ormai una palla al piede, tanto per i media quanto per il pubblico. Con questa storia l’America ha mollato gli ultimi pudori, consegnandosi una volta per tutte, sotto i riflettori del mondo, al dominio del “credere per vedere”. Da domani in poi chiunque sarà legittimato a credere nella colpevolezza o nell’innocenza di qualcuno solo sullla base del proprio credo politico

Il caso Kavanaugh, insomma, dimostra in modo paradigmatico come l’ossessione di questa epoca per la ricerca della Verità Assoluta abbia causato un effetto inverso e paradossale. Alla faccia di fact checkers, cacciatori di bufale e segugi di fake news, i fatti sono ormai una palla al piede, tanto per i media quanto per il pubblico, e valgono solo quando portano acqua al proprio mulino ideologico. Quando invece non servono o semplicemente non ci sono se ne fa a meno, senza che questo scandalizzi nessuno, tanto meno quelli che solitamente starnazzano contro le fake news, accusandole di essere la causa di tutti i mali del mondo.

Così, una notte di idiozia liceale di 36 anni fa innaffiata da litri e litri di birra diventa il pretesto per scatenare una delle più grandi crisi Istituzionali della storia recente e la più grande strumentalizzazione politica che si ricordi a memoria d’uomo. È ovvio che a nessuno, a Washington, importa davvero se il giudice in gioventù fosse un maniaco sessuale o se la Ford sia una mitomane o un’eroina femminile. L’unica cosa che conta sono le elezioni di mid-term e tutto viene deciso in funzione di quelle: i Democratici vedono nell’indignazione popolare seguita alle accuse di stupro un mezzo per tentare il colpaccio (ancora possibile); e i Repubblicani insistono con il nome di Kavanaugh per strumentalizzare la strumentalizzazione, cogliendo al volo una ghiotta occasione per presentarsi ancora una volta come le vittime delle solite elites manovrate dai Clinton.

A prescindere dal risultato dell’indagine, dunque, con questa storia l’America ha mollato gli ultimi pudori, consegnandosi una volta per tutte, sotto i riflettori del mondo, al dominio del “credere per vedere”. Da domani in poi chiunque sarà legittimato a credere nella colpevolezza o nell’innocenza di qualcuno solo sullla base del proprio credo politico. Varrà solo il sentimento, che come si sa non vuole sentire ragioni: ma senza ragioni non esiste dibattito e senza dibattito è impossibile immaginare una democrazia.
Con o senza Kavanaugh.

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