1 Ottobre Ott 2018 0700 01 ottobre 2018

Ecco perché la manovra del popolo è la madre di tutte le patacche

Il cosiddetto “Governo del cambiamento” annuncia un tasso di crescita enorme: l’1, 6 per cento. Che se non sarà raggiunto si tradurrà in tagli aggiuntivi per miliardi di euro. La ”finanziaria del popolo” è una patacca. E il popolo non sarà contento

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Giovedì è stato il giorno degli annunci, domenica quello dei bugiardini. Con uno spiegamento di forze da sbarco in Normandia - Giovanni Tria, Paolo Savona, Giancarlo Giorgetti e pure il presidente Giuseppe Conte - il Governo si è concesso ai giornali per spiegare i dettagli della manovra del popolo. Leggi: per provare a rassicurare i mercati in vista di un’apertura del lunedì mattina che si annuncia piuttosto complicata per il nostro spread e i nostri indici di borsa. Mossa intelligente, certo. Il problema, semmai, è che i quattro moschettieri, nel farlo, ci hanno svelato il trucco della manovra del popolo, ciò che la rende l’ennesima patacca gialloverde.

Per scoprire l’inganno, bisogna partire dalla crescita del Pil. O meglio, dalla stima che ne fa il governo, per effetto delle sue politiche. Premessa doverosa: di solito, la crescita attesa contenuta nel Def è scritta sulla sabbia in un giorno di mareggiate. Il motivo è piuttosto semplice: generalmente sono dati che vengono infilati all’ultimo momento per pareggiare i conti con le maggiori spese. Più o meno funziona così: quanto dovremmo crescere per spendere 40 miliardi e far crescere il rapporto debito Pil al 2,4%? Ecco, possiamo garantirvi che la crescita dell’1,6% di cui parla Tria nella sua intervista al Sole24Ore di domenica nasce così.

Più o meno funziona così: quanto dovremmo crescere per spendere 40 miliardi e far crescere il rapporto debito Pil al 2,4%? Ecco, possiamo garantirvi che la crescita dell’1,6% di cui parla Tria nella sua intervista al Sole24Ore di domenica nasce così. Peccato che di realistico quella soglia abbia ben poco

Fosse una soglia realistica, tuttavia, non ci sarebbero grandi problemi. Peccato che di realistico quella soglia abbia ben poco. Tutte le previsioni tendenziali sul 2019, da quella delle agenzie di rating a quella dell’Unione Europea, hanno previsto nei mesi scorsi un rallentamento della crescita, stimandola attorno all’1%. Come si aggiungono sei decimali a quella cifra è già di suo un’impresa molto ardua: sempre Tria spiega che nella Nadef ci sono 3 miliardi di investimenti in più rispetto all’anno scorso, ma ci dice anche che dei 40 miliardi complessivi di manovra, 13 saranno coperti da tagli della spesa. Come minimo, l’effetto si annulla. Rimangono i 27 miliardi di deficit grazie alle quali vedranno la luce le pensioni di cittadinanza e quota 100 e sarà sterilizzato l’aumento dell’Iva: secondo Tria, quindi, il grande balzo in avanti sarà garantito dai prezzi invariati e dai consumi dei pensionati. In una fase di rallentamento dell’economia globale, aggiungiamo, nel Paese che negli ultimi dieci anni si è contraddistinto per essere il fanalino di coda dell’Europa.

Facciamo finta di sbagliarci tuttavia. Che miracolosamente l’Italia riesca comunque a tagliare il traguardo dell’1,6% di crescita del Pil. Tutto a posto? Non esattamente. Perché, come ci informa sempre Tria, il deficit aggiuntivo copre solamente 27 dei 40 miliardi complessivi di spesa aggiuntiva della manovra del popolo. Gli altri 13 miliardi tocca reperirli dai tagli alla spesa pubblica. Ricordiamo agli smemorati che la terribile spending review del duo Giarda-Bondi, epoca governo Monti, fu pari a 14 miliardi di euro, mentre quella di Cottarelli si fermò a quota 12, 4 dei quali diventarono furono immediatamente spesi dal Parlamento, come coperture di altra spesa pubblica. Anche in questo caso auguroni.

Se la crescita sarà più bassa ci saranno tagli alla spesa di pari importo. Tenete conto che un singolo decimale di Pil vale circa 1,2 miliardi di euro. Dovessimo crescere dell’1,2%, per dire, i tagli alla spesa saranno pari a 18 miliardi per mantenere invariata la quota di deficit

E se non cresciamo dell’1,6%? E se non riusciamo a trovare 13 miliardi da tagliare? Eccoci al punto: «Se la scommessa sulla crescita verrà persa o solo parzialmente vinta, i programmi conterranno una clausola che prevede la revisione della spesa in modo che l’obiettivo di deficit per i prossimi anni non sia superato rispetto al limite posto», spiega tranquillo Tria. In altre parole, se la crescita sarà più bassa ci saranno tagli alla spesa di pari importo. Tenete conto che un singolo decimale di Pil vale circa 1,2 miliardi di euro. Dovessimo crescere dell’1,2%, per dire, i tagli alla spesa saranno pari a 18 miliardi per mantenere invariata la quota di deficit e di investimenti stimata per i prossimi anni. Il tutto, per mandare 400mila persone in pensione prima del tempo. Chissà come sarà contento, il popolo.

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