1 Ottobre Ott 2018 0540 01 ottobre 2018

Non abbiamo capito nulla: l'indie è vivo, ed è il nuovo punk

Il patron del Meeting delle Etichette Indipendenti racconta lo stato attuale della musica indie e il suo futuro. Cosa è cambiato e cosa non abbiamo capito del punk agli albori dell'era "do it yourself"

Punk Linkiesta

L’indie ha cambiato per sempre il mercato italiano della musica. «Oggi l’approccio indie fa parte di tutti gli ambiti dell’arte e non solo», racconta a Linkiesta.it Giordano Sangiorgi, patron del Mei, il festival delle etichette indipendenti che da più di vent’anni è il punto di riferimento di tutto l’ambiente indipendente italiano. Negramaro, Jovanotti, Elio e Le Storie Tese, J-Ax, Brunori Sas, i Tre Allegri Ragazzi Morti, gli Afterhours, per citare solo alcuni in ordine sparso, hanno solcato il palco della città di Faenza occasione del Mei. “Do it yourself”, «viviamo nel pieno dell’era anticipata dal punk», dove chiunque può produrre musica senza bisogno di grandi mezzi economici e tecnici. Nel frattempo l'indie gira sempre più spesso in radio, e lo stadio di Latina si riempie per Calcutta. Si vive un paradosso: più gli indipendenti raggiungono nuovi ascoltatori, più produzioni prima marginali dettano i canoni del mainstream. In poche parole: l’indie è morto.

Cosa è successo all’indie? Molti artisti nati e cresciuti in produzioni indipendenti stanno diventando il nuovo mainstream, si vedano i The Giornalisti ad esempio. Possiamo dire che l’indie sia definitivamente morto?
Bisogna vedere da che punto di vista. Dal punto di vista produttivo parliamo di un grande successo. Quando il Mei è iniziato più di venti anni fa, le produzioni indipendenti valevano sul mercato il 3%, ora invece toccano quota 36%. Come ho ribadito anche nei giorni scorsi in regione Emilia-Romagna, per fortuna che in questi anni difficili c’è stata la rete del Mei che ha tenuto alta la bandiera degli indipendenti, se no le multinazionali si sarebbero mangiate tutti gli altri. Questa filiera ventennale permette a nuovi giovani artisti di esprimersi, attiva le competenze di filiera e rilancia i big che vengono abbandonati dalle major. Ben venga insomma che il prodotto italiano scalzi dalle classifiche quello straniero. L’indie ha anche scavalcato i talent show, che ora sono in declino. Poi certo, se si se ci soffermiamo sul punto di vista artistico e culturale non viviamo uno dei periodi migliori. Fa tutto parte di un contesto in cui si tende molto alla semplificazione.

Cosa ne pensa del rapporto tra major e produzioni indipendenti? Buona parte dell’indie è distribuito dalle multinazionali…
Io lo vedo come un rapporto virtuoso. Virtuoso perché ci guadagnano tutti. La produzione artistica non viene in alcun modo intaccata, gli artisti non sono influenzati nel loro lavoro, mentre le major si comportano appunto come semplici distributori. Questo è un meccanismo utile che ha portato dalla seconda metà degli anni ‘90 grandissimi dischi in classifica, come ad esempio Tabula Rasa Elettrificata del CSI. Da soli non sarebbero mai riusciti ad arrivare dove sono arrivati. Il problema si poneva quando davvero le multinazionali andavano a modificare i prodotti indipendenti dal punto di vista artistico; ora invece un artista più o meno può fare ciò che gli pare. Questo è successo perché c’era una base forte: rock club, negozi etc. C’era un mercato alternativo che funzionava e le major hanno dovuto farci i conti.

Ben venga insomma che il prodotto italiano scalzi dalle classifiche quello straniero. L’indie ha anche scavalcato i talent show, che ora sono in declino. Poi certo, se si se ci soffermiamo sul punto di vista artistico e culturale non viviamo uno dei periodi migliori. Fa tutto parte di un contesto in cui si tende molto alla semplificazione

Giordano Sangiorgi, direttore artistico del MEI

Chi sono gli artisti emergenti di cui sentiremo parlare di più negli ultimi tempi?
Non posso saperlo. Posso dirti però che abbiamo notato questa tendenza: i giovani premiati al Mei li ritroviamo in testa alle nuove classifiche qualche tempo dopo. Per fare degli esempi recenti: Ghali, che abbiamo premiato quando ancora muoveva i primi passi, i Maneskin, Motta, per non parlare di Ermal Meta che ricevette un premio al Mei addirittura dieci anni fa. Anche Mirkoeilcane, prima di andare a Sanremo giovani, era passato dalle nostre parti. Date un’occhiata a chi verrà premiato quest’anno e vedremo se ci sarà qualcuno di cui sentiremo parlare più avanti.

Una volta essere indie equivaleva essere di sinistra. Oggi questa equazione non vale più?
Quell’equazione era un grosso equivoco, noi l’abbiamo sempre detto. Indie significa essere qualcuno che crede nella musica e si autoproduce. La nostra cultura è quella “do it yourself” del punk. In Italia questo tipo di atteggiamento lo hanno avuto molti a sinistra: è un dato di fatto che la musica indipendente abbia negli anni intessuto legami stretti con la cultura di sinistra in Italia. C’è da dire che oggi l’approccio indie fa parte di tutti gli ambiti dell’arte e non solo. Altra dimostrazione che l’essere indie non voglia per forza dire di essere a priori di sinistra. Oggi viviamo nel pieno dell’era anticipata dal punk: prima si produceva con le cassette, ora i teenager fanno i video su youtube.

Oggi viviamo nel pieno dell’era anticipata dal punk: prima si produceva con le cassette, ora i teenager fanno i video su youtube

Giordano Sangiorgi, direttore artistico del MEI

È vero che quella di quest’anno sarà l’ultima edizione del Mei?
La ventiquattresima edizione, quella di quest’anno, sarà l’ultima con il tipo format che ci ha da sempre caratterizzato. Vogliamo arrivare il prossimo anno con un rinnovamento, rivedere il format completamente, ma anche valutare nuove responsabilità e collaborazioni. Riteniamo che dopo così tanti anni di attività ci sia necessità di tornare a guardarci attorno e ripensare al festival. Da ottobre inizierà un lungo periodo di riflessione.

Il Mei ha scritto grandi pagine di storia della musica indipendente italiana. Quali sono state le esibizioni più toccanti che ricorda?
Mi viene da dire una straordinaria esibizione acustica degli Afterhours con una formazione esclusiva composta in occasione del Mei. Oppure ricordo quando abbiamo lanciato il primo tour fuori dalla puglia dei Negramaro. Lo conclusero un anno dopo al teatro Masini di Faenza: erano partiti sconosciuti, tornarono famosi e molto cambiati. Infine mi torna alla mente Lo Stato Sociale che premiammo appena apparsi sulla scena tra il 2010 e il 2011. Mi colpì molto il fatto che divisero subito il pubblico: o li amavi o li odiavi. Seguì la prima tempesta social di commenti a cui non eravamo ancora abituati.

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