4 Ottobre Ott 2018 0600 04 ottobre 2018

La manovra del popolo è diventata un brodino. E adesso siamo nelle mani di Europa e mercati

Amara lezione per Salvini e Di Maio: di sovrano c’è solo chi ci compra i titoli di stato. E sono bastati pochi giorni di spread per far tornare il governo gialloverde sui suoi passi. L’Italia è sempre più osservata speciale. E la partita con la Commissione Europea nemmeno è cominciata

Tria Eurogruppo Linkiesta
JOHN THYS / AFP

Niente balcone, stavolta. Niente “me ne frego”, niente dichiarazioni di guerra all’Europa. Ai mercati è bastata meno di una settimana per far capire ai sovranisti di casa nostra che di sovrano c'è solo chi ci compra i titoli di Stato. E dopo una settimana, per l'appunto, il governo ha rivisto la Manovra del Popolo e sfornando una nota di aggiornamento al Def in cui si è rimangiato qualche decimale di deficit, qualche miliardo di spesa aggiuntiva e tutta la baldanza di qualche giorno fa. Più precisamente, il deficit per il 2020 e il 2021 scende al 2,1% e all’1,8%. Parallelamente, i miliardi allocati per Quota 100 diventano 7 anziché 8, e 9 anziché 10 quelli previsti per le pensioni di cittadinanza (leggi: aumento delle minime a 750 euro) e la riforma dei centri per l’impiego. E a spanne diminuisce anche l’annunciato piano di investimenti pubblici, che passa da 15 a 11 miliardi in tre anni.

Diminuiscono le risorse, insomma, ma quel che resta - anzi, peggio: aumenta - è il caos. Perché nella conferenza stampa (rigorosamente senza domande) Conte, Tria, Salvini e Di Maio si dimenticano di parlare del tasso di crescita dell’economia atteso per i prossimi tre anni. È quello dichiarato dell’1,6% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020 dichiarato da Tria nell’intervista domenicale al Sole24Ore? O cresceremo del 2% e poi del 3%, come ha scritto Paolo Savona sul Fatto Quotidiano? Oppure dello 0,9% come preconizza l’Ufficio Studi di Confindustria? Mistero assoluto.

Adesso la palla passa a loro, ai sovrani acquirenti del nostro debito pubblico. Saranno loro, nelle prossime ore, a decidere se comprare Btp sia o meno una spesa immorale. Dovessero esitare ancora, probabilmente il governo sarebbe costretto a nuove correzioni. per evitare di bruciare buona parte del deficit aggiuntivo in spesa per interessi aggiuntiva

Eppure non è una questione di poco conto, perché è la crescita del Pil che determinerà l’entità dei «tagli massicci a sprechi», che giusto ieri Di Maio ha promesso entrando al vertice di Palazzo Chigi. Perché se, come aveva detto sempre Tria, per ogni miliardo di crescita in meno ci sarà un miliardo di sforbiciate in più, la questione assume una sua rilevanza. Tanto per dare due cifre: con una manovra da 40 miliardi, deficit al 2,4% e crescita dell’1,6% sarebbe necessario un taglio alla spesa di 13 miliardi di euro. Se la crescita fosse dello 0,9%, ci sarebbe da risparmiare per più di 20 miliardi. Non esattamente noccioline. Si tratta delle famose coperture della manovra. Quelle che sempre Di Maio assicura siano state trovate, anche se in conferenza stampa non se ne fa cenno. Sono la cosa più importante, ma dobbiamo credere loro sulla fiducia.

Noi ci possiamo provare. Più difficile che lo faranno le agenzie di rating, tuttavia, che dopo le premesse della settimana appena trascorsa, non dubitiamo passeranno al setaccio la manovra del popolo 2.0 cifra dopo cifra, per capire se il governo gialloverde sta ancora giocando alle tre carte, e se il nostro debito pubblico si merita o meno un declassamento. E ancora più difficile, crediamo, sarà ricucire gli strappi con la Commissione Europea di quel Jean Claude Juncker apostrofato sino a ieri alla stregua di un ubriacone da Matteo Salvini, che ieri sera, dopo la retromarcia del governo Conte, avrà probabilmente stappato la bottiglia migliore alla salute del leader leghista.

Adesso la palla passa a loro, ai sovrani acquirenti del nostro debito pubblico. Saranno loro, nelle prossime ore, a decidere se comprare Btp sia o meno una spesa immorale. Dovessero esitare ancora, probabilmente il governo sarebbe costretto a nuove correzioni. per evitare di bruciare buona parte del deficit aggiuntivo in spesa per interessi aggiuntiva. Deficit ancora da negoziare con la Commissione, peraltro, visto che anche questa correzione di rotta non ci esime da una più che probabile procedura d’infrazione. La partita è appena iniziata, insomma. E i cannoni di coriandoli, a questo giro, li terremmo nascosti fino al triplice fischio.

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