5 Ottobre Ott 2018 0700 05 ottobre 2018

Finalmente è arrivato il Def ed è l’ennesima presa in giro gialloverde

Pubblicata con una settimana di ritardo, nella Nota di Aggiornamento al Def mancano le uniche due cose davvero fondamentali: come si cresce e dove si prendono i soldi. E da Bruxelles continuano ad arrivare segnali di tempesta sul nostro debito pubblico

Di Maio Salvini 2 Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

Aggiornamento di venerdì 5 ottobre: "Il Def a prima vista sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio indicato dal Consiglio Ue il che è motivo di seria preoccupazione (...) Chiediamo alle autorità italiane di assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni": così scrivono il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il titolare agli Affari economici Pierre Moscovici. L'ultimatum è chiaro: cambiare politica economica per il 2019 entro il 15 ottobre, giorno in cui la Legge di bilancio dovrà essere notificata a Bruxelles. Se così non sarà, il messaggio implicito, la Commissione boccerà la manovra e aprirà una procedura su debito e deficit.

Siamo curiosi, lo confessiamo. Quando abbiamo aperto, finalmente, la nota di aggiornamento al Def, pubblicata con una settimana di ritardo e opportune correzioni, sul sito del ministero dell’economia, ci siamo sfogliati tutte e 138 le pagine per cercare due cose: il piano degli investimenti pubblici e quello dei tagli alla spesa pubblica corrente. L’abbiamo fatto perché sono le uniche due cose che contano davvero, per capire se la nota d’aggiornamento d’economia e finanza sta in piedi, se l’agenda economica del governo gialloverde, sta in piedi: come si cresce e dove si prendono i soldi.

Il piano degli investimenti pubblici, 15 miliardi in tre anni, nella prima versione del Def, perché sarebbe l’unica misura, tra quelle che abbiamo letto, davvero in grado di garantire un po’ di crescita del Pil, con tutto il rispetto per quota 100 e per le pensioni minime a 750 euro. I tagli alla spesa pubblica, 13 miliardi una settimana fa, perché sono le coperture mancanti, quelle più difficili, quelle non a debito. Senza investimenti, è difficile ci sia crescita. Senza tagli, non ci sono coperture. Senza crescita e coperture, la manovra è scritta sulla sabbia.

Siamo curiosi, e continuiamo a esserlo, perché nella nota di aggiornamento al Def, di investimenti e tagli non c’è traccia. Si legge, testuale, che “Nel Programma di Stabilità 2019 sarà presentato un piano di intervento volto a sostituire le residue clausole di salvaguardia con interventi di riduzione della spesa”. Che “il programma straordinario di investimenti e di manutenzione delle infrastrutture che sarà presto presentato, oltre ad essere rivolto alla messa in sicurezza del paese, è compatibile con l’accesso alla flessibilità all’interno del sistema di regole europee”. Ma nient’altro, fidatevi: nessun numero, nessun cenno al tipo di investimenti, in che settori, ad esempio, o alle linee guida che saranno seguite nella revisione della spesa.

Come si cresce? Dove si prendono i soldi? Siamo curiosi, e temiamo la curiosità sia rimasta pure dalle parti di Bruxelles, o nelle trading room delle società di gestione del risparmio, che si svegliano ogni mattina col dubbio se disinvestire o meno nei Btp italiani. Una curiosità che, temiamo allo stesso modo, si trasformerà in sfiducia ogni giorno che passa

Siamo curiosi, e temiamo la curiosità sia rimasta pure dalle parti di Bruxelles, o nelle trading room delle società di gestione del risparmio, che si svegliano ogni mattina col dubbio se disinvestire o meno nei Btp italiani. Una curiosità che, temiamo allo stesso modo, si trasformerà in sfiducia ogni giorno che passa. Perché temiamo che Lega e Movimento Cinque Stelle abbiamo un’idea molto diversa di intendere la parola investimenti. La Lega è quella del cemento, delle autostrade, dei passanti, delle pedemontane, delle varianti di valico e delle Tav. I Cinque Stelle sono quelli della mobilità dolce, dei treni pendolari, dei comitati per il No. Staremo a vedere.

Allo stesso modo, forse di più, siamo curiosi di vedere che idea si sono fatti, entrambi, dei tagli alla spesa, visto che nessuno dei due ne aveva mai fatto cenno concreto in campagna elettorale. Escludiamo per carità di patria l’idea che vogliano ripercorrere la sciagurata strada dei tagli lineari - uguali per ogni capitolo di spesa - esempio classico di “austerità cattiva”, poiché non analizza davvero dove sia la spesa improduttiva e perché finisce per sacrificare inevitabilmente gli investimenti in essere, più facili da tagliare della spesa corrente, proprio quegli investimenti che il governo vorrebbe far ripartire. Se così non è, però, dove si taglia? Come? E come si arriva, sopratutto, a 13 miliardi senza scontentare nessuno? Perché da queste parti spesa pubblica vuol dire sanità e pensioni: se non tagli lì, dove?

Niente, toccherà aspettare. Il problema è che noi siamo pazienti, altrove un po’ meno. E se ieri Reuters rilanciava l’idea che ci sarà comunque una procedura d’infrazione sull’Italia, che la manovra per la Commissione è comunque “un'assoluta follia”, anche nella sua versione riveduta e corretta, e che se la situazione dovesse precipitare ci toccherebbe uno scenario greco, con maxi ristrutturazione del debito e agenda di riforme dettata dall’esterno. La Troika, in una parola. Uno scenario non esattamente auspicabile. A meno che non sia quello che vogliono Salvini e Di Maio, giusto prima delle elezioni europee, per incanalare la rabbia contro l’Europa, fare il pieno di voti il prossimo 28 maggio e che sia quel che sia, tanto peggio tanto meglio. Evidentemente, agli italiani va bene così. O forse non hanno capito nulla.

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