6 Ottobre Ott 2018 0555 06 ottobre 2018

Chi è Tom Gauld, il vignettista che vi farà ridere dei libri (e ve li farà amare ancora di più)

Mondadori porta in libreria “In cucina con Kafka”, l'opera in cui Tom Gauld raccoglie anni di vignette in cui prende in giro con amore e splendore il meraviglioso e disfunzionale mondo dell'editoria

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In Italia, negli ultimi anni, una nicchia sotterranea ma al tempo stesso forte e capace di “fare opinione” (se non altro all’interno della sua stessa bolla) ha iniziato a coltivare un discreto, ma non per questo meno radicato, culto per un vignettista scozzese di stanza a Londra di nome Tom Gauld. Quella nicchia, è la nicchia di chi gira attorno al mondo dei libri. Dagli addetti ai lavori — scrittori, editor, uffici stampa — ai book blogger passando per gli appassionati e i lettori, tutti si scambiano, ridono, commentano e usano per rispondere a questo o quest'altro quesito quotidiano le vignette al tempo stesso esilaranti e profonde di questo vero e proprio artista. Questo perché nei disegni di Gauld, che appaiono a cadenza regolare sul Guardian, sul New York Times e sul New Scientist (oltre che sulle copertine del New Yorker di tanto in tanto), si riesce a prendere in giro quello che quasi nessuno ha il coraggio di prendere in giro. Per lo meno, non con quello spirito così leggero e al tempo stesso pieno d’amore per l’oggetto dello scherno. L’universo del libro.

Pochi giorni fa Mondadori ha pubblicato, con la traduzione della scrittrice Claudia Durastanti, In cucina con Kafka, una raccolta di vignette in grado di desacralizzare non solo l’oggetto libro (attraverso l’antropomorfismo: i libri diventano persone che parlano, discutono fra di loro, riflettono emozioni, con lo stesso spirito di una vignetta di Peanuts), ma l’interno mondo dell’editoria. Quello stesso mondo a cui, come racconta Francesco Guglieri nell’introduzione: «piace sentirsi sull’orlo del fallimento, del baratro senza scampo a cui ci si oppone eroici». Gauld desacralizza tutto. Dai bollini promozionali per romanzi (in cui si passa dalla “voce di una generazione” al disperato “no, davvero, non così brutto come dicono”), all’ormai famosissima — almeno tra chi ride per queste cose — vignetta in cui Jonathan Franzen si oppone a qualsiasi strategia per vedere il proprio libro (“Jonathan Franzen dice no”); dai modi per comporre una libreria e capire quali libri non sono stati letti ma sono lì per scena (in genere la maggior parte), a tutta una serie di cliché relativi allo sviluppo narrativo delle storie, in cui i personaggi delle vignette si fanno delle domande sulla crisi creativa che li ha portati lì, oppure immaginandosi ogni trama come se fosse un’opera di Beckett, e così via. Non stiamo parlando, qui, di un’ironia distruttiva che rende tutto uguale a tutto, ma una risata critica, che mette in luce le contraddizioni e permette di renderci un pochino più consapevoli dell’assurdità a cui anche questo mondo, quello apparentemente “nobile” dei libri, è costretto.

Fa bene Guglieri nell’introduzione a mettere Gauld nella stessa categoria di Umberto Eco e della stimata coppia torinese Fruttero & Lucentini: c’è una leggerezza, un senso del tempo comico, una mise en abîme in cui si mostra il trucco che avvicina molto l’operazione di Gauld sull’universo della letteratura agli esercizi di stile di cui Eco era maestro (sia con le rielaborazioni in proprio, sia nella traduzione di Queneau) e al lavoro critico di Fruttero & Lucentini ne I ferri del mestiere. Permettetemi però di aggiungere qui una riflessione su quanto il “tono” di Gauld sia altrettanto vicino a una ormai passata sensibilità indie. Un’ironia non distaccata, ma partecipe; uno humor colto, che parla in modo esplicito a chi già può capire il meccanismo ma non esclude di essere aperto e partecipato (ad esempio Kafka non dà solo il titolo al volume, ma è anche protagonista di una delle vignette più esilaranti, in cui i personaggi riflettono sulla crisi di ispirazione dello scrittore che, non sapendo cosa scrivere, torna a rileggere Kafka: ovviamente uno dei due personaggi è un insetto); un lavoro sui mezzi-toni che sembra quasi un antidoto a questi tempi di polarizzazioni binarie e divisioni tra bianco e nero. Un umorismo “da bolla”, certo, ma che va proprio per questo a parlare in quel sistema che si muove tra film di Woody Allen — si può ancora dire il suo nome? — e Wes Anderson, la presentazione dell’ultimo libro pubblicizzato come “New York Times Bestseller” (che poi chissà cosa vogliono dire queste fascette, si riflette sempre nell’introduzione), e la festa per quel premio letterario a cui nessuno importa. Forse anche In cucina con Kafka è un antidoto contro la solitudine (degli amanti dei libri), ma proprio per questo funziona meravigliosamente.

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