7 Ottobre Ott 2018 0606 07 ottobre 2018

Come non farsi travolgere dalla caduta del neoliberismo

L’economia occidentale come la conosciamo è già tramontata. Paul Mason, in Postcapitalismo (Il Saggiatore) spiega perché, e fornisce un prontuario planetario per uscire dalla crisi

Onda_Linkiesta

L’agonia del capitalismo è irreversibile. Il prezzo della sua sopravvivenza è un futuro di caos, oligarchia e nuovi conflitti.
La crisi economica scoppiata nel 2008 si è trasformata in una crisi sociale e infine in un autentico sconvolgimento dell’ordine mondiale: oggi, questo capitalismo malato e segnato dal predominio della finanza scarica i costi della recessione sui più deboli; si dimostra incapace di far fronte alle minacce del riscaldamento globale, dell’invecchiamento della popolazione e dell’incontrollato boom demografico nel Sud del mondo; e mette a rischio la democrazia e la pace.
Ma superare il capitalismo è possibile. E mentre fra la popolazione serpeggia un senso di paura e rassegnazione, dalle tecnologie informatiche emerge la possibilità di una svolta radicale.

Paul Mason, giornalista economico, lavora per l’emittente inglese Channel 4. Tra i suoi libri, Live Working or Die Fighting (2008), La fine dell’età dell’ingordigia (Bruno Mondadori, 2009) e Why It’s Kicking Off Everywhere (2011).

Estratto da Postcapitalismo. Una guida al nostro futuro, di Paul Mason (Il Saggiatore)

Il neoliberismo è in frantumi

Quando la Lehman Brothers crollò, il 15 settembre 2008, il mio cameraman mi fece camminare avanti e indietro più volte in mezzo all’ingorgo di limousine, troupe televisive, guardie del corpo e banchieri licenziati che si accalcavano davanti al quartier generale newyorkese della società, per potermi riprendere in mezzo al caos.

Sette anni dopo, con il mondo che ancora fatica a riprendersi dalle conseguenze di quella giornata, mentre guardo quelle riprese mi chiedo: che cosa sa oggi il tizio di fronte alla telecamera che non sapeva allora?

Allora sapevo che era cominciata una recessione: avevo appena girato l’America per filmare la chiusura di 600 filiali della catena Starbucks. Sapevo che il sistema finanziario globale era in difficoltà: avevo raccontato dei timori per l’imminente fallimento di una grossa banca sei mesi prima che questo avvenisse. Sapevo che il mercato immobiliare statunitense era a pezzi: a Detroit avevo visto case in vendita per 8000 dollari in contanti. Sapevo, oltre a tutto questo, che il capitalismo non mi piaceva.

Ma non avevo idea che il capitalismo nella sua forma corrente fosse sul punto di distruggersi con le proprie mani.

Il crack del 2008 ha cancellato il 13 per cento della produzione mondiale e il 20 per cento degli scambi commerciali. Ha portato a una crescita negativa a livello globale (in una scala in cui qualunque cosa al di sotto del +3 per cento viene considerata recessione). In Occidente, ha prodotto una fase di depressione più lunga di quella del 1929-1933, e perfino adesso, nel pieno di una stentata ripresa, terrorizza gli economisti mainstream con la prospettiva di una stagnazione di lungo periodo.

Il vero problema, però, non è la depressione post Lehman Brothers. Il vero problema è ciò che viene dopo. E per comprenderlo dobbiamo guardare oltre le cause immediate del crollo, alle sue radici strutturali.

Quando nel 2008 il sistema finanziario globale colò a picco, ci volle poco per scoprire la causa immediata: i debiti nascosti dentro prodotti finanziari dai prezzi distorti, noti come veicoli di investimento strutturati (structured investment vehicles, Siv); la rete di società offshore non regolamentate, nota – appena iniziò a implodere – come «sistema bancario ombra». Poi, quando sono cominciati i processi, ci siamo resi conto di quanto fossero estese le pratiche criminali che erano diventate la norma nella fase precedente alla crisi.

In ultima analisi, però, brancolavamo tutti nel buio. E questo perché non esiste alcun modello di crisi economica, nel neoliberismo. Anche per chi non ne accetta fino in fondo l’intero apparato ideologico – la fine della storia, il mondo è piatto, il capitalismo senza attriti –, l’idea di fondo dietro a questo sistema è che i mercati sono in grado di autocorreggersi. La possibilità che il neoliberismo possa crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni era allora, e rimane oggi, inaccettabile ai più.

Passati sette anni, il sistema è stato stabilizzato. Portando il debito pubblico a quasi il 100 per cento del Pil e stampando moneta per un valore pari a circa un sesto del prodotto mondiale, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Europa e il Giappone hanno iniettato una dose di adrenalina per contrastare l’arresto cardiaco. Hanno salvato le banche nascondendo sottoterra i loro crediti inesigibili: una parte l’hanno condonata, una parte l’hanno scaricata sul debito pubblico, un’altra parte l’hanno sepolta dentro entità che sono sicure semplicemente perché le banche centrali le sostengono con la propria credibilità.

Poi, attraverso i programmi di austerità, hanno alleviato le sofferenze di chi aveva investito denaro in modo stupido, punendo invece i beneficiari dello stato sociale, i dipendenti pubblici, i pensionati e soprattutto le generazioni future. Nei paesi colpiti in maniera più pesante, il sistema previdenziale è a pezzi, l’età di pensionamento si sta alzando al punto che coloro che lasciano oggi l’università smetteranno di lavorare a settant’anni e l’istruzione viene privatizzata, condannando i laureati a indebitarsi per tutta la vita. I servizi vengono smantellati e i progetti infrastrutturali sospesi.

Eppure, perfino adesso, molte persone non riescono a cogliere il significato autentico della parola «austerità». Austerità non vuol dire sette anni di tagli alla spesa, come in Gran Bretagna, e nemmeno la catastrofe sociale inflitta alla Grecia. Tidjane Thiam, l’amministratore delegato della Prudential, ha esposto chiaramente il vero significato della parola austerità al forum di Davos del 2012. I sindacati sono il «nemico dei giovani», ha detto, e il salario minimo è «una macchina per distruggere posti di lavoro». I diritti dei lavoratori e salari decorosi sono d’ostacolo al rilancio del capitalismo e – dice senza imbarazzo questo finanziere milionario – devono sparire.

È questo il vero progetto dell’austerità: spingere i salari e il tenore di vita dell’Occidente verso il basso per decenni, finché non arriveranno a coincidere con quelli in ascesa dei ceti medi di Cina e India.

Nel frattempo, in mancanza di un modello alternativo, si stanno formando le condizioni per un’altra crisi. In Giappone, nel Sud dell’Eurozona, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna i salari reali sono scesi o sono rimasti stagnanti. Il sistema bancario ombra è stato rimesso in sesto, e ora è più esteso di quanto fosse nel 2008. Il debito aggregato globale di banche, famiglie, aziende e stati è salito di 57000 miliardi dallo scoppio della crisi, e ammonta a quasi tre volte il Pil globale. Le nuove regole che impongono alle banche di detenere riserve più ampie sono state annacquate e rinviate. E l’Uno per cento si è arricchito.

Se ci sarà un’altra orgia finanziaria seguita da un altro tracollo, non ci potrà essere un secondo salvataggio pubblico. Con i debiti pubblici ai massimi dal dopoguerra e i sistemi di welfare in ginocchio in alcuni paesi, le munizioni sono finite, perlomeno quelle del tipo utilizzato nel 20092010. Il salvataggio di Cipro, nel 2013, è stato il banco di prova di quello che succederà se una grossa banca o uno stato dovessero fallire nuovamente: oltre i 100000 euro, tutti i risparmi depositati in banca sono stati spazzati via.

Ecco, in sintesi, quello che ho imparato dal giorno in cui la Lehman Brothers è scomparsa: la prossima generazione sarà più povera di questa; il vecchio modello economico è in frantumi e non potrà essere riportato in vita senza resuscitare anche la fragilità finanziaria. Quel giorno i mercati ci stavano inviando un messaggio sul futuro del capitalismo, ma all’epoca riuscii a coglierlo solo in parte.

«L’ennesimo farmaco che prendiamo…»

In futuro faremmo bene a tenere d’occhio le emoticon, le faccine e gli ammiccamenti digitali che i tizi della finanza usano nelle loro email quando sanno di fare qualcosa di sbagliato.

«È l’ennesimo farmaco che prendiamo» ammette il dirigente della Lehman illustrando in un’email la famigerata tattica Repo 105. Il trucco consisteva nel far sparire i debiti dal bilancio della Lehman «vendendoli» temporaneamente, per poi riacquistarli dopo la presentazione del rapporto trimestrale della banca. Un altro dirigente della Lehman, alla domanda se questa tattica fosse legale, se altre banche la adottassero e se riuscisse a mascherare i buchi di bilancio, rispondeva via email: «Sì, no e sì :)».

All’agenzia di rating Standard & Poor’s, che aveva manipolato consapevolmente le valutazioni del rischio, un tizio scriveva a un altro: «Speriamo di essere tutti ricchi e in pensione prima che questo castello di carte venga giù», aggiungendo l’emoticon :O).

Contemporaneamente, nella sede londinese della Goldman Sachs, il trader Fabrice Tourre scherzava:

Sempre più leva finanziaria nel sistema, il sistema sta per sgretolarsi da un momento all’altro. […] L’unico potenziale sopravvissuto, il favoloso Fab […] in piedi in mezzo a tutti questi complessi ed esotici scambi ad alta leva finanziaria che ha creato senza necessariamente capire tutte le implicazioni di quelle mostruosità!!!

Via via che emergono nuove prove di criminalità e corruzione, fra i banchieri c’è sempre questo tono di informalità complice, nel violare le regole. «Fatto; per te, ragazzone», scrive un dipendente della Barclays a un altro mentre manipolano il Libor, il tasso d’interesse più importante del pianeta, quello che usano le banche per prestarsi denaro a vicenda.

Dovremmo esaminare attentamente il tono di queste email: l’ironia, la malafede, l’uso reiterato di faccine, il gergo, la punteggiatura maniacale. È la dimostrazione di un autoinganno eretto a sistema. Nel cuore del sistema finanziario, che a sua volta è il cuore del mondo neoliberista, sapevano che non funzionava.

John Maynard Keynes una volta definì la moneta «un anello fra il presente e il futuro». Voleva dire che ciò che facciamo oggi con il denaro è un segnale di come pensiamo che cambieranno le cose negli anni a venire. Quello che abbiamo fatto con il denaro negli anni prima del 2008 è stata un’imponente espansione della sua quantità: la massa monetaria mondiale è cresciuta da 25000 a 70000 miliardi di dollari nei sette anni che hanno preceduto il crack, un ritmo di crescita incomparabilmente più rapido rispetto all’economia reale. Quando la moneta si espande a questo ritmo, è il segno che crediamo in un futuro enormemente più ricco del presente. La crisi è stata semplicemente un feedback da parte del futuro: ci eravamo sbagliati.

Tutto quello che hanno saputo fare le classi dirigenti mondiali nel momento in cui è esplosa la crisi è stato mettere altre fiche sul tavolo della roulette. Trovarle – per la bella somma di 12000 miliardi di dollari in allentamento quantitativo – non è stato un problema, perché erano loro i cassieri del casinò. Ma per un po’ di tempo hanno dovuto distribuire le puntate in modo più uniforme, e diventare meno sconsiderati.

Questa, di fatto, è stata la politica economica mondiale dopo il 2008: stampare così tanta moneta che il costo dell’indebitamento, per le banche, è zero, o addirittura negativo. Quando i tassi d’interesse reali diventano negativi, i risparmiatori – che possono tenere i loro soldi al sicuro solo acquistando titoli di stato – sono praticamente costretti a rinunciare a qualunque rendita dai propri risparmi. Ciò, a sua volta, rilancia il mercato immobiliare, il mercato delle materie prime, il mercato dell’oro e il mercato azionario, costringendo i risparmiatori a spostare il loro denaro su questi investimenti più rischiosi. Il risultato, a tutt’oggi, è una modesta ripresa; ma il problema strategico rimane.

La crescita nei paesi sviluppati è lenta. Gli Stati Uniti sono ripartiti solo caricandosi sulle spalle un debito federale da 17000 miliardi di dollari. Le migliaia di miliardi di dollari, yen, sterline e adesso euro che sono stati stampati sono ancora in circolazione. Le famiglie occidentali non hanno ancora ripianato i propri debiti. Intere città fantasma frutto di speculazioni immobiliari, dalla Spagna alla Cina, restano invendute. L’Eurozona (probabilmente l’edificio economico più grande e fragile del pianeta) resta in stagnazione, generando tensioni politiche fra classi sociali e paesi che rischiano di farla esplodere.

A meno che il futuro non riservi ricchezze favolose, nulla di tutto questo è sostenibile. Ma il tipo di economia che sta emergendo dalla crisi non è in grado di produrre la ricchezza necessaria. Siamo quindi di fronte a un momento strategico: per il modello neoliberista e, come dimostrerò nel Capitolo 2, per il capitalismo stesso.

Se riavvolgiamo il nastro e torniamo alla New York del settembre 2008, possiamo vedere con i nostri occhi le basi razionali dell’ottimismo che alimentava il boom. Nelle mie riprese di quel giorno si vede una folla di persone che, fuori dal quartier generale della Lehman Brothers, scattano foto con i loro Nokia, Motorola e Sony Ericsson. Quei dispositivi sono da tempo obsoleti, e la posizione dominante di quei marchi è già storia del passato.

Il rapido progresso della tecnologia digitale che ha alimentato il boom prima del 2007 è proseguito a un ritmo sostenuto anche durante la recessione. Negli anni successivi al crollo della Lehman Brothers, l’iPhone ha conquistato il mondo, prima di essere a sua volta sorpassato dagli smartphone Android. Tablet e ebook hanno preso il volo. I social network – di cui all’epoca si parlava appena – sono diventati un elemento centrale nella vita delle persone: Facebook aveva 100 milioni di utenti quando la Lehman dichiarò bancarotta; mentre scrivo ne ha 1,3 miliardi ed è più esteso, da solo, di quanto lo fosse l’intera Internet nel 2008.

E il progresso tecnologico non è confinato al mondo digitale. In questi sette anni, nonostante la crisi finanziaria globale e un terremoto di proporzioni apocalittiche, la casa giapponese Toyota ha fabbricato 5 milioni di automobili ibride, cinque volte quante ne produceva prima della crisi. Nel 2008, l’energia solare aveva una capacità complessiva, a livello mondiale, di 15000 megawatt; nel 2014, la cifra è decuplicata.

Insomma, questa è stata una depressione diversa da tutte le altre. Accanto alla crisi e alla stagnazione, abbiamo assistito al lancio frenetico di nuove tecnologie, cosa che negli anni trenta semplicemente non accadde. E sul piano delle politiche economiche è successo il contrario di quanto successe allora. Invece di aggravare la crisi, come fece negli anni trenta, questa volta l’élite globale è riuscita ad attutirne l’impatto sull’economia reale, spesso contravvenendo a ciò che le sue stesse teorie economiche raccomandavano di fare. E nei paesi emergenti più importanti la crescente domanda di materie prime, unita agli stimoli monetari attuati a livello globale, ha trasformato i primi anni dopo il 2008 in una cuccagna.

L’effetto combinato di progresso tecnologico, stimoli di politica economica e tenuta dei mercati emergenti ha prodotto una depressione molto meno pesante, in termini umani, rispetto a quella degli anni trenta. Eppure, questa depressione rappresenta un punto di svolta più importante. Per capire perché, dobbiamo analizzare a fondo la catena di cause ed effetti.

Per gli economisti, sia di destra che di sinistra, la causa immediata del collasso è stata il «denaro facile», vale a dire la decisione degli stati occidentali di deregolamentare il sistema bancario e facilitare il credito dopo il crollo delle dotcom nel 2001. Si crearono così le condizioni per una bolla della finanza strutturata, oltre che il movente per tutti i crimini: i politici, di fatto, avevano detto ai banchieri che il loro dovere era arricchirsi attraverso la finanza speculativa, in modo che la loro ricchezza potesse «sgocciolare» (trickle down) sul resto della cittadinanza.

Una volta riconosciuto il ruolo centrale del denaro facile, sorge un problema più profondo: gli «squilibri globali», cioè la divisione del lavoro che ha consentito a paesi come gli Stati Uniti di vivere a credito e accumulare forti disavanzi mentre Cina, Germania, Giappone e altri paesi esportatori facevano l’opposto. È indubbio che questi squilibri siano all’origine della sovrabbondanza di credito nelle economie occidentali; ma perché esistevano? Perché le famiglie cinesi risparmiavano il 25 per cento dei loro salari e lo prestavano, attraverso il sistema finanziario mondiale, ai lavoratori americani che non risparmiavano nulla?

Negli anni duemila, gli economisti discutevano due spiegazioni contrapposte: chi dava la colpa all’eccesso di risparmio delle parsimoniose popolazioni asiatiche e chi all’eccesso di indebitamento degli scialacquatori occidentali. Nell’uno e nell’altro caso, gli squilibri erano un fatto della vita. Scavando più a fondo, si arriva al fondamento stesso della globalizzazione, e nel pensiero economico dominante la globalizzazione non può essere messa in discussione: c’è e basta.

L’accoppiata «banche sregolate più crescita squilibrata» è diventata la spiegazione ufficiale del disastro. Rimettiamo in riga le banche, riduciamo i debiti, riequilibriamo il mondo e tutto andrà a posto. Le politiche portate avanti dal 2008 in poi si basano su questo presupposto.

La crescita, però, resta bassa e ormai anche nomi illustri del pensiero economico dominante hanno perso l’ottimismo. Larry Summers, segretario al Tesoro sotto Bill Clinton, uno degli architetti della deregolamentazione bancaria, nel 2013 ha scosso il mondo dell’economia, avvisando che l’Occidente è di fronte a una «stagnazione secolare», cioè una situazione di bassa crescita per il futuro prossimo. «Sfortunatamente» ha ammesso Summers, la bassa crescita «è un fenomeno presente da tempo, ma che finora è stato mascherato da una finanza insostenibile.» L’esperto economista americano Robert Gordon è andato oltre, pronosticando una scarsa crescita negli Stati Uniti per i prossimi venticinque anni, come conseguenza di un calo della produttività, dell’invecchiamento della popolazione, di un elevato indebitamento e dell’aumento della disuguaglianza. Di fronte a un capitalismo che non riesce a ripartire, il timore non è più quello di una stagnazione decennale causata da un vertiginoso accumulo di debiti, ma di un sistema che non arriverà mai a recuperare il proprio dinamismo. Mai più.

Per capire quanto ci sia di fondato in questi presagi di sventura, è necessario esaminare criticamente quattro elementi, che all’inizio hanno consentito al neoliberismo di prosperare, ma che in seguito hanno cominciato a distruggerlo. Questi quattro elementi sono:

-La moneta fiduciaria, che ha permesso di rispondere a ogni rallentamento dell’economia con un allentamento del credito, e all’intero mondo sviluppato di vivere a credito.
-La finanziarizzazione, che ha compensato con il credito la stagnazione dei redditi della forza lavoro nei paesi sviluppati.
-Gli squilibri globali e i rischi, che ancora permangono, legati all’enormità dei debiti e delle riserve valutarie in paesi importanti.
-Le tecnologie informatiche, che ha permesso a tutto il resto di accadere, ma non è chiaro se in futuro contribuirà alla crescita.

Il destino del neoliberismo dipende dal persistere di questi quattro elementi. Il destino di lungo termine del capitalismo è legato a quello che succederà in caso contrario. Analizziamoli uno per uno, nel dettaglio.

La moneta fiduciaria

Nel 1837, la Repubblica del Texas, appena proclamata, emise le sue prime banconote. Nei musei dello stato se ne conservano ancora alcuni esemplari, fruscianti e immacolati. Non disponendo di riserve auree, il nuovo stato prometteva di pagare ai portatori di queste banconote un interesse del 10 per cento annuo. Nel 1839, il valore di un dollaro texano era sceso a 40 dollari statunitensi. Nel 18 , le banconote erano talmente impopolari che nemmeno il governo le accettava per il pagamento delle tasse. Di lì a poco, la gente cominciò a chiedere l’annessione agli Stati Uniti. Nel 1845, quando infine il Texas entrò a far parte dell’Unione, il dollaro texano aveva recuperato gran parte del suo valore. Poi, nel 1850, gli Stati Uniti cancellarono i 10 milioni di dollari di debito pubblico del Texas.

Questo episodio è considerato un caso da manuale di ciò che succede con la moneta fiduciaria, cioè la moneta non garantita da riserve auree. Il termine inglese, fiat money, è calcato sull’espressione latina della Bibbia fiat lux, sia la luce: in altre parole, «sia la moneta», creata dal nulla. In Texas c’erano terre, bestiame e commerci, ma non abbastanza per fare da garanzia a 4 milioni di dollari circolanti e a un debito pubblico di 10 milioni. La moneta cartacea crollò, e alla fine la Repubblica del Texas scomparve.

Nell’agosto del 1971, furono gli stessi Stati Uniti a decidere di ripetere l’esperimento, stavolta usando come laboratorio il mondo intero. Richard Nixon invalidò unilateralmente un accordo che vincolava tutte le altre valute al dollaro, e il dollaro all’oro. Da allora in poi, il sistema monetario mondiale si è basato sulla moneta fiduciaria.

Alla fine degli anni sessanta, il futuro capo della Federal Reserve, Alan Greenspan, attaccava le proposte di abbandonare l’oro definendole un complotto dei «propugnatori del welfare state» per finanziare la spesa pubblica confiscando i soldi alle persone. Ma poi, come il resto della classe dirigente americana, anche Greenspan si rese conto che la moneta fiduciaria consentiva agli Stati Uniti, in pratica, di confiscare i soldi agli altri paesi, preparando la scena a tre decenni di manipolazione monetaria da parte di Washington. Il risultato è che l’America ha potuto accumulare, nel momento in cui scrivo, un debito di 6000 miliardi di dollari con il resto del mondo.19

Il passaggio a una moneta puramente cartacea fu la condizione preliminare per tutte le altre fasi del progetto neoliberista. Per questo la destra americana ha impiegato molto tempo per rendersi conto che non le piaceva. Oggi, però, dagli economisti di destra si leva un unico urlo di rabbia contro la moneta fiduciaria. Secondo i suoi critici, è l’origine primaria dei cicli di espansionecontrazione; e in parte hanno ragione.

L’abbandono dell’oro e del sistema di tassi di cambio fissi ha innescato tre istinti fondamentali dell’era neoliberista: l’espansione della creazione di moneta da parte delle banche, l’assioma che tutte le crisi possono essere risolte e l’idea che i profitti generati attraverso la speculazione possono continuare a crescere all’infinito. Questi istinti si sono a tal punto radicati nella mente di milioni di individui che, nel momento in cui hanno cessato di funzionare, è subentrata una paralisi.

A qualcuno, l’idea che le banche «creino» moneta potrà sembrare strana, ma lo hanno sempre fatto: hanno sempre prestato più denaro di quello che custodivano in cassaforte. Nel sistema in vigore prima del 1971, però, la legge imponeva dei limiti alla creazione di moneta: negli Stati Uniti, per quanto riguarda i depositi bancari, risparmi che possono essere ritirati in qualsiasi momento, le banche dovevano detenere 20 dollari di liquidità per ogni 100 di depositi. Anche se un correntista su cinque fosse corso alla banca per ritirare tutti i suoi soldi, ne sarebbero comunque rimasti abbastanza.

A ogni stadio del suo progetto, il neoliberismo ha rimosso questi limiti. Il primo accordo di Basilea, nel 1988, fissò le riserve obbligatorie a 8 dollari ogni 100. All’epoca di Basilea ii, nel 2004, sia i depositi che i prestiti erano diventati troppo complessi per potersi tenere in equilibrio con un’unica percentuale, perciò furono cambiate le regole: le banche dovevano «soppesare» il proprio capitale in base alla sua qualità, e tale qualità doveva essere decisa da un’agenzia di rating. Bisognava rivelare i meccanismi di ingegneria finanziaria usati per calcolare i rischi. E bisognava tenere conto del «rischio di mercato», cioè di quello che succede fuori dalle mura della banca.

Basilea ii era un invito esplicito ad aggirare il sistema, e banchieri e avvocati lo hanno raccolto. Le agenzie di rating fornivano valutazioni distorte dei titoli. Gli studi legali disegnavano veicoli complessi per aggirare le regole sulla trasparenza. Quanto al rischio di mercato, perfino quando gli Stati Uniti entrarono in recessione, alla fine del 2007, il Comitato federale del mercato aperto della Federal Reserve – la stanza in cui si dovrebbe sapere ogni cosa – trasudava fiducia. Tim Geithner, all’epoca a capo della Federal Reserve di New York, pronosticò quanto segue: «La spesa per i consumi rallenterà leggermente, e le imprese reagiranno frenando la crescita delle assunzioni e degli investimenti, e questo produrrà diversi trimestri di crescita moderatamente al di sotto della linea tendenziale».

Una tale, assoluta incapacità di misurare correttamente il rischio di mercato non era frutto di un cieco ottimismo: era supportata dall’esperienza. Di fronte a una recessione, la Fed aveva sempre tagliato i tassi d’interesse, consentendo alle banche di prestare ancora più soldi a fronte di ancora meno attività. Da qui nasce il secondo istinto di base del neoliberismo, il postulato che tutte le crisi siano risolvibili.

Dal 1987 al 2000, sotto la guida di Greenspan, la Fed ha affrontato ogni fase di recessione con un taglio dei tassi. L’effetto è stato non solo quello di trasformare gli investimenti in una scommessa vinta in partenza – dato che la Fed compensava regolarmente i crolli del mercato azionario –, ma anche di ridurre nel tempo il rischio di tenere azioni in portafoglio.22 Il prezzo delle azioni, che in teoria rappresenta una congettura sulla redditività futura di un’azienda, è diventato sempre più una congettura sulla politica futura della Federal Reserve. Il rapporto fra prezzo delle azioni e utili (i profitti annuali) per le prime 500 aziende statunitensi, che dal 1870 si attestava lungo una forbice compresa fra 10 e 25 a 1, è schizzato a livelli fra 35 e 45 a 1.

Se la moneta è un «anello fra il presente e il futuro», allora nel 2000 annunciava un futuro più roseo che mai. La scintilla che innescò il crollo delle dotcom nel 2001 fu la decisione di Greenspan di alzare i tassi d’interesse per stroncare sul nascere l’«esuberanza irrazionale» (parole sue). Ma nel 2001, dopo l’11 settembre e la bancarotta della Enron, e con l’inizio di una breve recessione, Greenspan tornò a tagliare i tassi. E stavolta le ragioni furono esplicitamente politiche: l’esuberanza irrazionale era una buona cosa, nel momento in cui il paese combatteva simultaneamente due guerre, in Iraq e in Afghanistan, e la fiducia nel sistema della grande impresa era scossa da ripetuti scandali.

In questo caso la mossa della Fed fu rafforzata da una promessa esplicita: il governo era pronto a stampare moneta pur di evitare una recessione prolungata e una deflazione. «Il governo degli Stati Uniti possiede una tecnologia chiamata macchina per la stampa» disse nel 2002 Ben Bernanke, all’epoca membro del consiglio direttivo della Fed. «In un sistema basato sulla moneta cartacea, un governo risoluto ha sempre la possibilità di generare una spesa più alta, e di conseguenza un’inflazione positiva.»

Quando le condizioni finanziarie sono positive e prevedibili, i profitti delle banche saranno sempre, inevitabilmente, alti. Il mestiere del banchiere è diventato un gioco tattico in continua evoluzione, che consiste nello scremare soldi a concorrenti, correntisti e aziende clienti. Da qui nasce il terzo istinto di base del neoliberismo, l’illusione diffusa che si possa generare denaro dal solo denaro.

Pur avendo ridotto la percentuale di capitale che le banche erano obbligate a tenere in riserva, le autorità statunitensi avevano mantenuto la rigida separazione fra Main Street e Wall Street, cioè fra le banche «normali», quelle che prestano soldi, e le banche d’affari, una separazione imposta negli anni trenta dal GlassSteagall Act. Ma alla fine degli anni novanta, con il dilagare di fusioni e acquisizioni, il settore delle banche d’affari cominciava a diventare globale, facendosi beffe delle regole. Fu il segretario al Tesoro Larry Summers che nel 1999, abrogando il GlassSteagall Act, aprì il sistema bancario alle attenzioni dei cultori di forme di finanza esotiche, opache, offshore.

La moneta fiduciaria, insomma, ha contribuito alla crisi creando ripetute ondate di falsi segnali dal futuro: la Fed ci salverà sempre, le azioni non sono rischiose e le banche possono ricavare profitti elevati da attività a basso rischio.

Nulla dimostra la continuità fra le politiche perseguite prima e dopo la crisi meglio dell’allentamento quantitativo (quantitative easing). Nel 2009, messo di fronte all’enormità del compito, Bernanke, insieme al collega Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, mise in moto le macchine per la stampa. Nel novembre 2008, la Cina aveva cominciato a stampare moneta nella forma più diretta di prestiti bancari «morbidi» (cioè prestiti di cui nessuno si aspettava il rimborso) dalle banche statali alle imprese. Nei quattro anni successivi, la Fed ha potuto stampare moneta per 4000 miliardi di dollari, facendo incetta dei debiti deteriorati delle società di erogazione mutui sostenute dallo stato, poi di titoli di stato e infine di prestiti ipotecari, il tutto al ritmo di 80 miliardi di dollari al mese. L’impatto combinato è stato un’iniezione di moneta nell’economia, attraverso un aumento dei prezzi delle azioni e un rilancio dei prezzi delle case: ciò significa che questi soldi sono affluiti anzitutto nelle tasche di chi già era ricco.

Il Giappone era stato il primo paese a tentare la soluzione di stampare moneta, dopo lo scoppio della locale bolla immobiliare nel 1990. Con l’economia in affanno, nel 2012, il premier Shinzo Abe è stato costretto a rimettere in moto le macchine per la stampa. L’Europa, che non può stampare moneta a causa di regole pensate per evitare la svalutazione dell’euro, ha aspettato fino al 2015, quando la deflazione e la stagnazione hanno preso il sopravvento, prima di impegnarsi anch’essa in un allentamento quantitativo da 1600 miliardi di euro.

Secondo i miei calcoli, la quantità di moneta stampata in tutto il mondo, compresa quella promessa dalla Bce, ammonta in tutto a 12000 miliardi di dollari, un sesto del Pil mondiale.

Ha funzionato, nel senso che ha evitato una depressione. Ma è stato come usare una malattia per curare un’altra malattia: denaro facile come strumento per risolvere una crisi provocata dal denaro facile.

Quello che succederà dipende da che cosa si ritiene sia effettivamente la moneta. Gli avversari della moneta fiduciaria prevedono disastri; i libri che attaccano la moneta cartacea sono diventati comuni quanto quelli che se la prendono con le banche. Con una quantità limitata di beni economici reali a fronte di una quantità illimitata di moneta, recita la tesi, tutti i sistemi fondati sulla moneta fiduciaria faranno la fine della Repubblica del Texas nell’Ottocento. La crisi del 2008 è stata solo la scossa che annuncia il terremoto.

Quanto alle soluzioni, nella maggior parte dei casi assumono connotati millenaristici. Ci sarà, scrive il dirigente di JP Morgan Detlev Schlichter, un «trasferimento di ricchezza di proporzioni storiche» da chi detiene attività cartacee (che siano conti correnti bancari o fondi pensione) a chi detiene attività reali, in testa a tutte l’oro. Dalle macerie, preconizza Schlichter, emergerà un sistema in cui tutti i prestiti dovranno essere sostenuti da un pari ammontare di liquidità nelle casse delle banche (è la cosiddetta riserva frazionaria al 100 per cento, o fullreserve banking), e insieme un nuovo sistema aureo. Un meccanismo del genere comporterà un’enorme impennata del prezzo dell’oro, perché il valore di tutto l’oro del mondo dovrà crescere fino a coincidere con la ricchezza mondiale. (Un ragionamento simile è alla base del movimento del Bitcoin, che è il tentativo di creare una valuta digitale non sostenuta da alcuno stato e con un numero limitato di monete digitali.)

Questo nuovo mondo di moneta «reale» avrebbe un costo economico smisurato. Se le riserve bancarie devono corrispondere ai prestiti, non può esserci espansione dell’economia attraverso il credito e c’è poco spazio per i mercati dei derivati, dove la complessità dei titoli – in tempi normali – consente una maggior resilienza a fronte di problemi come siccità, perdita del raccolto, richiamo di automobili difettate e così via. In un mondo in cui le banche sono obbligate a detenere riserve equivalenti al 100 per cento dei loro depositi, si avrebbero continui cicli economici a singhiozzo e alta disoccupazione. E basta fare due conti per capire che entreremmo in una spirale deflattiva: «In un’economia con un’offerta di moneta invariabile ma una produttività in aumento […] i prezzi tenderebbero a scendere» dice Schlichter.

È l’opzione preferita dai fondamentalisti monetari di destra. La loro grande paura è che lo stato, per tenere in vita la moneta fiduciaria, nazionalizzi le banche, cancelli i debiti, prenda il controllo del sistema finanziario e uccida per sempre lo spirito della libera impresa.

Come vedremo, è uno scenario possibile. Ma il loro ragionamento contiene un vizio di fondo: non colgono la vera natura della moneta.

Nella versione popolare della disciplina economica, la moneta è semplicemente un pratico mezzo di scambio, inventato perché nelle prime società scambiare una manciata di patate con una pelle di procione era troppo aleatorio. In realtà, come ha dimostrato l’antropologo David Graeber, non c’è alcuna prova che le prime società umane usassero il baratto, o che la moneta sia nata da lì. Usavano qualcosa di molto più efficace: la fiducia.

La moneta è creata dagli stati, ed è sempre stato così: non può esistere autonomamente. La moneta è sempre la «promessa di pagamento» di un governo. Il suo valore non poggia sul valore intrinseco di un metallo, ma è una misura della fiducia delle persone nella stabilità dello stato.

In Texas la moneta fiduciaria avrebbe funzionato, se le persone fossero state convinte che lo stato sarebbe esistito per sempre. Ma nessuno, nemmeno i coloni dei tempi di Alamo, lo pensava. Appena la gente si convinse che il Texas sarebbe entrato a far parte degli Stati Uniti, il valore del dollaro texano risalì.

Se si riesce a capire questo, la vera natura del problema del neoliberismo diventa evidente. Il problema non è: «Accidenti, abbiamo stampato troppa moneta rispetto all’economia reale!». Il problema, anche se pochi sarebbero disposti ad ammetterlo, è: «Accidenti, nessuno crede più nel nostro stato». L’intero sistema dipende dalla credibilità dello stato che emette le banconote. E nella moderna economia globale questa credibilità non poggia sui singoli stati, ma su un sistema stratificato di debiti, meccanismi di pagamento, agganci valutari informali, unioni monetarie formali come l’euro ed enormi riserve di valuta estera accumulate dagli stati come garanzia nel caso il sistema collassi.

Il vero problema della moneta fiduciaria nasce se, o quando, il suddetto sistema multilaterale va a pezzi. Ma è qualcosa che riguarda il futuro. Per ora, quello che sappiamo è che la moneta fiduciaria, se abbinata a un’economia di libero mercato, è una macchina per produrre cicli di espansionecontrazione. Abbandonata a se stessa, senza supervisione, potrebbe – prima ancora di prendere in considerazione gli altri fattori destabilizzanti – spingere l’economia mondiale verso una stagnazione di lungo periodo.

La finanziarizzazione

Se provate ad andare in una qualsiasi delle città della Gran Bretagna devastate dal declino industriale, per le strade vedrete sempre lo stesso spettacolo: società che offrono prestiti payday, banchi dei pegni e negozi che vendono articoli casalinghi a credito, con tassi d’interesse supergonfiati. Accanto ai banchi dei pegni troverete probabilmente un’altra miniera d’oro, per queste città afflitte dalla povertà: l’ufficio di collocamento. Se guardate la vetrina, vedrete esposti annunci di lavoro per mansioni retribuite con il salario minimo (ma che non richiedono competenze minime). Operatore di macchina stampatrice, badante per turni notturni, lavoratore per centro distribuzione: impieghi che un tempo fruttavano salari decorosi adesso sono pagati il minimo consentito dalla legge. In qualche altro punto della città, lontano dai riflettori, vi imbatterete in persone che cercano di rimettersi in piedi: banchi alimentari gestiti da chiese e associazioni di beneficenza, i Citizens’ Advice Bureax, associazioni senza scopo di lucro che offrono gratuitamente ai cittadini consulenze finanziarie, legali e di altro genere, ma che ormai si occupano soprattutto di aiutare le persone sommerse dai debiti.

Soltanto una generazione fa, queste stesse strade ospitavano attività economiche reali, fiorenti. Ricordo che, negli anni settanta, la strada principale della mia città natale, Leigh, nell’Inghilterra nordoccidentale, il sabato mattina era gremita di famiglie operaie benestanti. Era un’epoca di piena occupazione, salari alti e produttività elevata. C’erano numerose banche di quartiere. Era un mondo di lavoro, risparmio e grande solidarietà sociale.

Distruggere questa solidarietà, spingere i salari verso il basso, fare a pezzi il tessuto sociale di quelle città: tutto ciò fu fatto, originariamente, per sgombrare il campo al sistema liberista. Per il primo decennio, il risultato fu semplicemente criminalità, disoccupazione, decadenza urbana e deterioramento su larga scala della salute pubblica.

Ma poi è arrivata la finanziarizzazione.

L’odierno panorama urbano – organizzazioni che forniscono denaro a caro prezzo, manodopera a buon mercato e cibo gratis – è il simbolo visivo di ciò che il neoliberismo ha realizzato. I salari stagnanti sono stati rimpiazzati dal ricorso ai prestiti: le nostre vite sono state finanziarizzate.

«Finanziarizzazione» è una parola lunga: se potessi usarne una con meno sillabe lo farei, perché è il cuore del progetto neoliberista ed è necessario comprenderla meglio. Gli economisti impiegano questo termine per descrivere quattro cambiamenti specifici, iniziati negli anni ottanta:

Le aziende hanno voltato le spalle alle banche e si sono rivolte ai mercati finanziari aperti per i fondi necessari alla loro espansione.

Come nuove fonti di profitto, le banche hanno puntato sui consumatori e su un insieme di attività complesse e ad alto rischio che chiamiamo «investment banking».

I consumatori ormai partecipano direttamente ai mercati finanziari: carte di credito, scoperti di conto, mutui, prestiti per gli studi e auto comprate a rate sono entrati a far parte della vita di tutti i giorni. Una quota crescente dei profitti dell’economia non viene realizzata assumendo lavoratori o offrendo merci e servizi che i lavoratori pagano con il proprio salario, ma prestando loro denaro.

Tutte le forme semplici di finanza ormai generano un mercato finanziario complesso, più in su lungo la catena del valore: chiunque compri una casa o guidi un’auto sta generando un rendimento finanziario riconoscibile in qualche punto del sistema. Il vostro contratto di telefonia mobile, la vostra iscrizione in palestra, l’energia che consumate in casa – tutti i vostri pagamenti regolari – sono impacchettati in strumenti finanziari che generano interessi costanti per un investitore, molto prima che decidiate di acquistarli. E qualcuno che non avete mai incontrato scommetterà sulla possibilità che voi onoriate i vostri pagamenti.

Può anche darsi che il sistema non sia stato progettato allo scopo specifico di tenere bassi i salari e limitare gli investimenti produttivi – i politici neoliberisti proclamano sempre che il loro obiettivo è promuovere lavori ad alta qualità e produttività –, ma a giudicare dai risultati la finanziarizzazione e i salari bassi sono come il lavoro precario e i banchi alimentari: vanno a braccetto.

I salari reali degli addetti alla produzione negli Stati Uniti, secondo il governo, sono in stagnazione dal 1973. Nello stesso periodo, la quantità di debito nell’economia americana è raddoppiata, arrivando al 300 per cento del Pil. Nel frattempo, la quota di Pil prodotta dalla finanza, dal settore delle assicurazioni e da quello immobiliare è salita dal 15 al 24 per cento, ed è ormai maggiore di quella dell’industria e quasi pari al settore dei servizi.

La finanziarizzazione ha cambiato anche il rapporto fra aziende e banche. Dagli anni ottanta in poi, un parametro di breve termine come i profitti trimestrali è diventato la clava con cui la finanza ha abbattuto i vecchi modelli di impresa: le aziende che facevano profitti troppo bassi sono state costrette a spostare la produzione all’estero, a fondersi con altre società, a tentare strategie monopolistiche «o la va o la spacca», a frammentare la loro attività in vari reparti esternalizzati; e a tagliare i salari senza pietà.

La finzione che sta al cuore del neoliberismo è che tutti possono godersi lo stile di vita del consumatore senza bisogno che i salari crescano. Ti puoi indebitare, ma non andrai mai in bancarotta: se ti indebiti per comprare una casa, il valore dell’immobile crescerà sempre. E ci sarà sempre inflazione: perciò, se ti indebiti per comprare una macchina, il valore del debito residuo si sarà ridotto, nel momento in cui avrai bisogno di comprarne un’altra, lasciandoti ampio margine per indebitarti ancora di più.

L’accesso generalizzato al sistema finanziario faceva comodo a tutti: i politici progressisti, negli Stati Uniti, potevano porre l’accento sul numero sempre maggiore di famiglie povere, nere e ispaniche che accedevano ai mutui, mentre i banchieri e le società finanziarie si arricchivano vendendo prestiti a persone che non potevano permetterseli. Inoltre, ha dato vita a quel vasto settore dei servizi che si sviluppa intorno ai più facoltosi: fioristi, maestri di yoga, costruttori di yacht e così via, che offrono ai ricchi del xxi secolo una sorta di Downton Abbey lampadata. E andava bene anche all’uomo della strada: dopo tutto, chi può rifiutare il denaro facile?

Ma la finanziarizzazione ha creato problemi intrinseci, problemi che hanno innescato la crisi, ma che la crisi non ha risolto.

Mentre la moneta cartacea è illimitata, i salari sono reali. Si può andare avanti a creare moneta all’infinito, ma se ai lavoratori ne arriva una quota sempre più bassa, e al contempo una parte crescente dei profitti è generata dai loro mutui e dalle loro carte di credito, prima o poi si andrà a sbattere contro un muro. A un certo punto, l’espansione dei profitti finanziari realizzati attraverso l’erogazione di prestiti a consumatori in affanno raggiungerà il limite, e scatterà indietro come una molla: è esattamente ciò che è successo quando è scoppiata la bolla dei mutui subprime.

Dal 2001 al 2006, la massa dei mutui concessi negli Stati Uniti aumentò da 2200 a poco meno di 3000 miliardi di dollari l’anno: una crescita significativa, ma non stratosferica. Il problema fu che i mutui subprime (prestiti erogati a persone povere a tassi d’interesse reali elevati) lievitarono da 160 a 600 miliardi di dollari. E i mutui «regolabili», che, da inizialmente convenienti, diventano più onerosi con il passare del tempo, spuntarono dal nulla, arrivando a coprire il 48 per cento di tutti i prestiti erogati negli ultimi tre anni del boom. Questo mercato di prestiti rischiosi, complessi, condannati al fallimento, non esisteva finché le banche d’affari non l’hanno creato.

Questo illustra un altro problema intrinseco alla finanziarizzazione, il fatto di spezzare il legame fra prestito e risparmio. Le banche commerciali hanno sempre tenuto in cassaforte meno soldi di quanti ne prestassero. Abbiamo visto come la deregolamentazione le abbia incoraggiate a detenere meno riserve e ad aggirare il sistema. Ma questo nuovo processo, nel quale ogni flusso di interessi veniva avvolto in un prodotto più complesso, distribuito fra gli investitori, implicava la necessità, per le banche ordinarie, di ricorrere al mercato monetario a breve termine anche solo per gestire le operazioni quotidiane.

Tutto questo ha stimolato un cambiamento fatale nella psicologia del settore bancario. La distanza fra il denaro a lungo termine prestato dalle banche (con mutui venticinquennali o carte di credito che continuano a estendere il credito) e il denaro a breve termine che le banche prendono in prestito cresce sempre di più. Dunque, al di là di tutte le frodi e manipolazioni dei prezzi, la finanziarizzazione crea, all’interno del settore bancario, una tendenza strutturale a crisi di liquidità (liquidità significa soldi immediatamente disponibili) istantanee come quella che ha distrutto la Lehman Brothers.

Di norma le crisi bancarie, in una società finanziarizzata, non assumono la forma di una corsa agli sportelli per ritirare i soldi dal conto, per la banale ragione che di soldi sul conto i correntisti ne hanno pochi già in partenza. Sono le banche ad avere i soldi in banca (cioè in altre banche) e, come abbiamo visto nel 2008, gran parte di questo denaro è racchiuso in titoli senza valore.

I problemi qui descritti possono essere risolti solo fermando la finanziarizzazione. Se la si lascia agire indisturbata, con il passare del tempo una parte sempre maggiore della moneta circolante nel sistema finanziario diventerà fittizia, e sempre più operatori finanziari si troveranno a dipendere da prestiti a breve scadenza.

Ma nessun politico o regolatore era disposto a smantellare il sistema. Al contrario, ne hanno rincollato i pezzi, vi hanno iniettato 12000 miliardi di dollari di moneta creata dal nulla e lo hanno rimesso in marcia. Ciò garantisce che le stesse condizioni all’origine del ciclo di espansionecontrazione ne creeranno un altro (sempre che ci sia una crescita significativa).

Lo storico Fernand Braudel sosteneva che il declino di tutte le superpotenze economiche inizia con una grandiosa svolta in direzione della finanza. Analizzando il tramonto dei Paesi Bassi come impero commerciale nel xvii secolo, scriveva: «[Ogni] evoluzione complessiva di tale ordine sembr[a] annunciare, con lo stadio del rigoglio finanziario, una sorta di maturità: è il segnale dell’autunno».

I teorici dell’«autunno finanziario» citano l’analogo percorso seguito dalla Repubblica di Genova (il principale centro finanziario del Basso Medioevo), poi dai Paesi Bassi e poi da Londra negli ultimi anni dell’Impero britannico. Ma in ognuno di questi esempi lo schema era quello della potenza dominante che diventa centro mondiale dell’erogazione di prestiti. Con il neoliberismo, lo schema si è invertito. Gli Stati Uniti – e l’Occidente in generale – sono diventati non coloro che prestano denaro, ma coloro che prendono denaro in prestito. È una rottura rispetto al modello generale.

Lo stesso vale per la stagnazione dei salari. I grandi imperi finanziari degli ultimi cinque secoli realizzavano profitti grazie a scambi commerciali sbilanciati, schiavismo e usura, e li usavano per finanziare uno stile di vita decoroso in patria. Gli Stati Uniti, sotto il neoliberismo, hanno gonfiato i profitti impoverendo i loro stessi cittadini.

La verità è che la finanza si è infiltrata nella nostra vita quotidiana: non siamo più schiavi della macchina, della routine del lavoro; ora siamo diventati schiavi degli interessi da pagare. Non ci limitiamo più a generare profitti per i nostri capi attraverso il nostro lavoro, ora generiamo anche profitti per gli intermediari finanziari attraverso i nostri debiti. Una ragazza madre che vive di sussidi pubblici, costretta a muoversi nel mondo dei prestiti payday e all’acquisto a credito di articoli per la casa, può generare un tasso di profitto molto più alto, per il capitale, di un operaio dell’industria automobilistica con un lavoro regolare.

Nel momento in cui qualunque essere umano può generare un profitto finanziario semplicemente consumando – e più sei povero, più profitti puoi generare –, si attiva un cambiamento profondo nell’atteggiamento del capitalismo verso il lavoro. Lo analizzeremo nel dettaglio più avanti, nella Parte seconda. Per il momento possiamo dire, riassumendo, che la finanziarizzazione è un aspetto permanente del neoliberismo. Come la moneta fiduciaria, porta al collasso: però il sistema non può farne a meno.

Un mondo di squilibri

Il risultato inevitabile del neoliberismo è l’espansione dei cosiddetti «squilibri globali»: negli scambi commerciali, nei risparmi e negli investimenti. Per quei paesi che hanno distrutto il movimento sindacale, delocalizzato all’estero gran parte dei propri settori produttivi e alimentato i consumi con il potenziamento del credito, il risultato è stato sempre, immancabilmente, una situazione di disavanzo commerciale, debito pubblico elevato e settore finanziario instabile. I guru del neoliberismo esortavano tutti a seguire il modello anglosassone, ma in realtà il sistema dipendeva da una serie di paesi chiave che avevano scelto di fare diversamente.

Il surplus commerciale dell’Asia con il resto del mondo, il surplus della Germania con l’Europa, l’incessante accumulo di titoli di debito altrui da parte dei paesi esportatori di petrolio… nessuna di queste cose rappresentava un’anomalia. Sono gli elementi che hanno consentito agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e ai paesi dell’Europa meridionale di indebitarsi al di sopra dei propri mezzi.

In altre parole, dobbiamo partire dal presupposto che il neoliberismo può esistere solo grazie al fatto che alcuni paesi chiave non lo applicano. La Germania, la Cina e il Giappone praticano quello che i detrattori definiscono «neomercantilismo»: manipolare gli scambi commerciali, gli investimenti e la valuta per accumulare grandi masse di liquidità altrui. Questi paesi in surplus erano visti come economicamente indolenti, ma nel mondo post crisi sono fra le poche economie rimaste in piedi. Che la Germania abbia potuto dettare alla Grecia condizioni umilianti, risvegliando la memoria di persone che avevano visto la svastica sventolare sull’Acropoli, dimostra l’importanza di essere produttori, esportatori e prestatori una volta che il neoliberismo è collassato.

La principale unità di misura degli squilibri globali è la bilancia delle partite correnti, cioè la differenza tra importazioni ed esportazioni di beni, servizi e investimenti. Gli squilibri globali nella bilancia delle partite correnti sono cresciuti a ritmi regolari per tutti gli anni novanta; poi, dopo il 2000, sono decollati rapidamente, salendo dall’1 per cento del Pil mondiale al 3 nel 2006. I principali paesi in deficit erano gli Stati Uniti e gran parte dell’Europa; i paesi in surplus la Cina, il Giappone, il resto dell’Asia, la Germania e i produttori di petrolio.

Perché tutto questo è importante? Perché sono stati gli squilibri a produrre il materiale infiammabile che ha scatenato la crisi del 2008, gravando i sistemi finanziari di America, Gran Bretagna ed Europa di debiti insostenibili, costringendo paesi come la Grecia, che non avevano la forza per uscire dalla crisi attraverso l’export, in una micidiale spirale di austerità, e lasciando i paesi dove il neoliberismo si era spinto più avanti con montagne di debito pubblico non rimborsabile.

Sulla scia della crisi del 2008, gli squilibri nelle partite correnti si sono ridotti, passando dal 3 per cento del Pil globale all’1,5 per cento. La proiezione più recente del Fmi non vede rischi di una seconda impennata, ma le condizioni da soddisfare sono rigide: la Cina non dovrà tornare al suo precedente tasso di crescita e gli Stati Uniti non dovranno tornare ai loro precedenti livelli di indebitamento e spesa. Come hanno scritto gli economisti Florence Pisani e Anton Brender: «L’unica forza che poteva arrestare finalmente il peggioramento degli squilibri globali era il tracollo della finanza globalizzata».

Dopo il 2008, l’assottigliarsi del deficit delle partite correnti ha convinto alcuni economisti che il pericolo rappresentato dagli squilibri fosse venuto meno. Nel frattempo, però, è cresciuto un altro parametro fondamentale del livello di squilibrio dell’economia mondiale: le scorte di moneta in altre valute (note anche come riserve valutarie) conservate dai paesi in surplus.

Mentre la crescita della Cina rallentava scendendo al 7 per cento, e l’avanzo commerciale con l’Occidente si restringeva, la massa delle riserve valutarie di Pechino addirittura raddoppiava rispetto al 2008, attestandosi a metà 2014 sui 4000 miliardi di dollari. Anche le riserve valutarie globali sono cresciute in modo analogo, passando da meno di 8000 a quasi 12000 miliardi di dollari alla fine del 2014.

Gli squilibri hanno sempre comportato due pericoli distinti. Il primo è il rischio di inondare le economie occidentali con una tale quantità di credito da provocare il collasso del sistema finanziario. E questo è già successo. Il secondo pericolo, di ordine più strategico, è che tutti i rischi e le instabilità che covano sotto la cenere vengano messi in comune attraverso un accordo fra stati, su debito e tassi di cambio, che poi finisce per collassare. Questo pericolo è ancora presente.

Se gli Stati Uniti non potranno continuare a finanziare il loro debito, a un certo punto il dollaro crollerà – anzi, a farlo crollare potrebbe bastare la semplice percezione che ciò possa accadere. Tuttavia, l’interdipendenza di Cina e Stati Uniti, e su scala minore di Germania e resto dell’Eurozona, garantisce che nessuno premerà mai il grilletto.

È come se i paesi in surplus avessero deciso, dopo il 2008, di sottoscrivere (attraverso l’accumulo di riserve valutarie) polizze assicurative sempre più grandi contro l’eventualità di un tracollo degli Stati Uniti.

Se il mondo fosse fatto soltanto di forze economiche, un risultato del genere andrebbe bene: crescita bassa o stagnante nei paesi in deficit, aumento graduale del valore del renminbi (la valuta cinese) rispetto al dollaro, progressiva erosione del debito statunitense attraverso l’inflazione – e riduzione del disavanzo commerciale americano grazie all’estrazione del petrolio con il metodo della fratturazione idraulica.

Ma il mondo è fatto di classi sociali, religioni e nazioni. Alle elezioni europee del 2014, i partiti determinati a far saltare per aria il sistema globale hanno conquistato, in Danimarca, Francia, Grecia e Gran Bretagna, il 25 per cento o più. Nel 2015, mentre scrivo, la vittoria dell’estrema sinistra in Grecia ha messo a rischio la coesione dell’Eurozona. Oltre a questo, la crisi diplomatica scatenata dalla guerra in Ucraina ha visto l’Occidente imporre alla Russia, per la prima volta dall’inizio della globalizzazione, sanzioni commerciali e finanziarie importanti. Il Medio Oriente è in fiamme, da Islamabad a Istanbul, mentre le tensioni militari fra Cina e Giappone non sono mai state così forti dal 1945, e si sovrappongono a un’intensa guerra valutaria.

Per far saltare tutto, basterebbe che uno o più paesi decidessero di «imboccare l’uscita», ricorrendo a misure protezionistiche, manipolando il tasso di cambio o dichiarando l’insolvenza sul debito. Considerando che nel paese più importante, gli Stati Uniti, c’è un Partito repubblicano che a parole sostiene tutte e tre le cose, le probabilità sono elevate.

Gli squilibri erano intrinseci alla natura stessa della globalizzazione, e solo il tracollo finanziario ha invertito la tendenza.

Per dirla in modo esplicito: l’attuale forma della globalizzazione presenta un difetto di fabbrica. Riesce a produrre una crescita elevata solo alimentando distorsioni insostenibili, che vengono corrette da crisi finanziarie. Per ridurre le distorsioni – gli squilibri – è necessario reprimere la forma normale della crescita neoliberista.

La rivoluzione informatica

L’unico fattore positivo da contrapporre a tutti quelli negativi delineati finora è la rivoluzione tecnologica, che è stata prodotta dal neoliberismo ed è avanzata impetuosamente a dispetto della crisi economica. «La società dell’informazione» scrive il filosofo Luciano Floridi «è frutto del progresso tecnologico più rapido della storia. Nessuna delle generazioni precedenti ha mai assistito a un’accelerazione di questa portata del potere della tecnica sulla realtà, con le relative trasformazioni sociali e responsabilità etiche.»

È stato l’incremento della potenza di calcolo a rendere possibile l’esistenza di un sistema finanziario globale complesso. Ha sorretto la crescita della massa monetaria, perché i sistemi digitali hanno sostituito la necessità di contante. Ha consentito la redistribuzione fisica della produzione e dell’offerta verso i mercati emergenti, dove il lavoro costa poco. Ha dequalificato gli operai metalmeccanici, ridotto il bisogno di manodopera semiqualificata e accelerato la crescita dell’occupazione scarsamente qualificata nei servizi.

Ma anche se l’informatica è diventata, come scrive Floridi, «la tecnologia tipica della nostra epoca», la sua affermazione consiste sempre nel far sparire qualcosa: i grandi cervelloni elettronici nacquero e poi scomparvero per lasciare il posto ai server, che a loro volta sono spariti dalle sedi centrali delle grandi aziende e ora si trovano chissà dove, dentro enormi capannoni climatizzati; il chip di silicio si rimpicciolisce, i dispositivi che un tempo ingombravano il nostro spazio di lavoro – modem, dischi rigidi, dischetti – diventano più piccoli, più rari e alla fine scompaiono del tutto; il software proprietario viene elaborato nei dipartimenti informatici delle grandi aziende e poi sostituito da versioni preconfezionate a un decimo del prezzo. E ben presto spariranno anche gli stessi dipartimenti informatici, rimpiazzati da call center a Mumbai; il pc è diventato portatile; il portatile si rimpicciolisce e diventa più potente, ma è soppiantato dallo smartphone e dal tablet.

All’inizio, questa nuova tecnologia ricalcava le vecchie strutture del capitalismo. Negli anni novanta, si diceva che il software più costoso (i sistemi gestionali Erp) fosse «malleabile come la cera, ma duro come il cemento»: una volta che avevi computerizzato la linea di produzione, se spuntava un’altra innovazione dovevi buttare giù tutto e ricominciare da capo.

Più o meno intorno al 2004, però, con l’ascesa di Internet e dei dati mobili, la tecnologia ha cominciato a rendere possibili nuovi modelli di impresa, che abbiamo chiamato Web 2.0. Ha iniziato anche a generare comportamenti decisamente nuovi in molte persone: è diventato normale pagare con la carta, è diventato normale esternare, mettendola online, tutta la propria vita privata, è diventato normale collegarsi a Internet per chiedere un prestito payday al 1000 per cento di interesse.

All’inizio, questa entusiasmante ondata di nuove tecnologie sembrava giustificare tutte le sofferenze che avevamo patito per avere mercati liberi. Schiacciare la rivolta dei minatori inglesi era stato necessario per poter avere Facebook; privatizzare le compagnie telefoniche era stato necessario per consentire a tutti di avere cellulari di terza generazione. Era questo il ragionamento implicito.

L’elemento più decisivo, però, è stato il cambiamento in termini umani. L’ingranaggio fondamentale del neoliberismo, il lavoratore e consumatore individualizzato, che si reincarna ogni mattina in forma di «capitale umano» e compete ferocemente con gli altri, sarebbe stato impossibile senza la tecnologia di rete. La predizione del sociologo Michel Foucault su quello che ci avrebbe fatto diventare – «imprenditori di noi stessi» – appare tanto più visionaria quanto più si pensa che è stata formulata quando l’unica cosa che poteva assomigliare a Internet era una rete con lo schermo verdastro controllata dallo stato francese, chiamata Minitel.

La promessa era che la nuova tecnologia avrebbe prodotto un’economia dell’informazione e una società della conoscenza. E sono emerse, infatti, ma non nella forma immaginata. Nelle vecchie distopie – come Hal, il computer ribelle di 2001: Odissea nello spazio –, è la tecnologia che si ribella. Nella realtà, è la rete che consente agli esseri umani di ribellarsi.

Per prima cosa, ci ha messo nelle condizioni di produrre e consumare conoscenza in modo indipendente rispetto ai canali formatisi nell’era del capitalismo industriale. È per questo che i primi segnali della rivoluzione li abbiamo visti nel mondo dell’informazione, nella musica e nell’improvvisa fine del monopolio statale sulla propaganda politica e sulle ideologie.

Poi ha cominciato a mettere in discussione i concetti tradizionali di proprietà e riservatezza: WikiLeaks e la polemica sui dati di sorveglianza di massa raccolti dalla National Security Agency sono solo l’ultima fase di una guerra per decidere chi ha il potere di detenere e immagazzinare le informazioni. Ma è solo adesso che si comincia a comprenderne l’impatto più grande.

Il primo a teorizzare l’«effetto di rete» fu il capo della Bell Telephone, Theodore Vail, un secolo fa. Vail si rese conto che le reti creavano, gratuitamente, qualcosa in più. Oltre all’utilità del telefono per l’utente e agli introiti per il proprietario della rete, osservò un terzo elemento: più persone si uniscono alla rete, più la rete diventa utile per tutti.

Il problema sorge quando si cerca di misurare questo terzo elemento e di impossessarsene. Nel 1980 Robert Metcalfe, l’inventore della presa Ethernet, sosteneva che il valore di una rete fosse pari al «numero degli utenti elevato al quadrato». Di conseguenza, mentre il costo di realizzazione di una rete sale secondo una linea retta, il valore di quest’ultima cresce seguendo una curva esponenziale. Questo implica che l’arte di fare affari in un’economia della conoscenza consiste nell’impossessarsi di tutto quello che sta fra la linea retta e la curva ascendente.

Ma come misuriamo il valore? In termini di denaro risparmiato, ricavi realizzati o maggiori profitti? Nel 2013, gli economisti dell’Ocse hanno concordato che è impossibile misurarlo con i tradizionali parametri di mercato. «L’impatto di Internet sulle transazioni di mercato e il valore aggiunto è stato indubbiamente di vasta portata» hanno scritto «ma l’effetto sulle interazioni non di mercato […] è ancora più profondo.»

Gli economisti tendono a ignorare le interazioni non di mercato: sono per definizione cose non economiche, insignificanti come un sorriso scambiato fra due clienti in coda alla cassa di uno Starbucks. Quanto all’effetto di rete, hanno dato per scontato che i benefici sarebbero stati quantificati in prezzi più bassi e sarebbero stati distribuiti fra produttori e consumatori. Ma nel giro di neanche trent’anni, le tecnologie di rete hanno aperto intere aree della vita economica a possibilità di collaborazione e produzione che vanno oltre il mercato.

Il 15 settembre 2008, i Nokia e i Motorola puntati sulla sede centrale della Lehman Brothers, e il segnale WiFi gratuito nello Starbucks di fronte, sono stati, a modo loro, importanti quanto la banca che aveva appena dichiarato bancarotta, perché trasmettevano il segnale di mercato definitivo dal futuro al presente: l’economia dell’informazione potrebbe non essere compatibile con un’economia di mercato – o quantomeno con un’economia dominata e regolata in primo luogo dalle forze di mercato.

È questa, secondo me, la ragione di fondo per cui il neoliberismo è crollato, è entrato in fibrillazione, è diventato uno zombie. Tutta la moneta creata, tutta la velocità e lo slancio che si sono accumulati nel sistema finanziario negli ultimi venticinque anni, devono essere contrapposti alla possibilità che il capitalismo – un sistema basato su mercati, proprietà privata e scambi – non sia in grado di catturare il «valore» generato dalle nuove tecnologie. In altre parole, è sempre più evidente il conflitto di fondo tra i beni d’informazione e i meccanismi di mercato.

Il sistema zombie

Proviamo a immaginare una via d’uscita per il capitalismo. Nei prossimi dieci anni, le banche centrali abbandonano gradualmente le politiche di allentamento quantitativo. Si astengono dall’usare la moneta stampata nel frattempo per cancellare il debito pubblico; il mercato privato dei titoli di stato, dopo un decennio di repressione, risorge. Inoltre, i governi si accordano per liberarsi una volta per tutte della frenesia finanziaria, impegnandosi ad alzare i tassi d’interesse in risposta a qualsiasi bolla futura ed eliminando definitivamente la garanzia implicita nei salvataggi pubblici delle banche. Tutti gli altri mercati – del credito, delle azioni, dei derivati – si correggerebbero per tenere conto del maggior rischio legato al capitalismo finanziario. I capitali si sposterebbero dalla finanza speculativa verso investimenti produttivi.

Alla fine, il mondo dovrebbe tornare a tassi di cambio fissi, ancorati a una nuova valuta globale gestita dal Fmi, e il renminbi cinese diventerebbe una valuta di riserva pienamente negoziabile, come il dollaro. Questo consentirebbe di porre rimedio alla minaccia per la tenuta del sistema rappresentata dalla moneta fiduciaria, cioè la mancanza di credibilità legata al pericolo che la globalizzazione si interrompa. Ma il prezzo da pagare sarebbe la rimozione definitiva degli squilibri globali: le valute dei paesi in surplus crescerebbero di valore e la Cina, l’India e gli altri dovrebbero rinunciare al vantaggio della manodopera a buon mercato.

Allo stesso tempo, si renderebbe necessario invertire la finanziarizzazione. Il potere politico dovrebbe allontanarsi dalle banche e dai politici che le sostengono, attraverso misure economiche favorevoli a un ritorno in Occidente delle industrie e dei servizi, per creare posti di lavoro ben pagati in tutti i paesi sviluppati. Come risultato, la complessità finanziaria si ridurrebbe, i salari crescerebbero e la quota del settore finanziario sul Pil, così come il peso del credito, si contrarrebbe.

I settori più lungimiranti dell’élite mondiale sanno che questa è l’unica risposta: stabilizzazione della moneta fiduciaria, marcia indietro sulla finanziarizzazione e fine degli squilibri. Ma gli ostacoli politici e sociali sono enormi.

In primo luogo, i ricchi sono contrari ad alzare i salari e regolamentare la finanza: vogliono l’esatto opposto. In secondo luogo, a livello nazionale ci sarebbero vincitori e vinti: la classe dirigente tedesca trae beneficio dalla colonizzazione da debito della Grecia e della Spagna; la classe dirigente cinese è avvantaggiata dall’avere le chiavi d’accesso a un’economia fondata su 1,4 miliardi di lavoratori a buon mercato. Queste élite hanno un chiaro interesse a bloccare la via d’uscita che abbiamo descritto.

Ma ecco il problema più grande: perché questo scenario possa funzionare sarebbe necessario cancellare debiti pubblici colossali e non sostenibili, insieme a un’abbondante fetta del debito delle famiglie e delle grandi imprese.

Tuttavia, non esiste un sistema globale che consenta di fare una cosa del genere. Se si cancellassero i debiti statunitensi, a rimetterci sarebbero i risparmiatori cinesi, con il risultato di spezzare l’accordo di fondo fra Asia e Occidente: voi vi indebitate, noi vi prestiamo i soldi. Se si cancellasse il debito greco nei confronti dell’Unione Europea, sarebbero i contribuenti tedeschi a rimetterci decine di miliardi, anche in questo caso in palese violazione di un accordo essenziale.

L’esito di questo scenario ottimistico, anche ipotizzando di riuscire a gestire in modo pacifico la transizione, sarebbe il crollo totale della globalizzazione.

E ovviamente è impossibile che la transizione possa essere gestita pacificamente.

Dal 2014, la Russia è diventata una potenza che punta a scompaginare le economie occidentali, non a collaborare con esse. La Cina, nonostante tutto il soft power che ha cominciato a esercitare, non è in grado di fare quello che fecero gli Stati Uniti alla fine della Seconda guerra mondiale: assorbire i debiti del resto del mondo, fissare regole chiare e creare un nuovo sistema valutario mondiale.

Nel frattempo, in Occidente nulla lascia pensare che qualcuno sia intenzionato ad attuare una strategia che assomigli a quella appena esposta. C’è chi ne parla (dal successo mediatico dell’economista francese Thomas Piketty agli appelli della Bundesbank nel 2014 per un innalzamento dei salari in Europa), ma nei fatti i partiti più importanti rimangono saldamente fedeli al neoliberismo.

E, senza questa via d’uscita, la prospettiva più probabile sembra quella di una stagnazione di lunga durata.

Nel 2014, l’Ocse ha pubblicato le sue proiezioni per l’economia mondiale da qui al 2060. La crescita mondiale rallenterà al 2,7 per cento, ha detto l’istituto con sede a Parigi, perché gli effetti di catchingup che spingono in alto la crescita nei paesi in via di sviluppo – aumento della popolazione, istruzione, urbanizzazione – si esauriranno. Ancora prima, lo stato di semistagnazione delle economie avanzate porta a pronosticare una crescita media globale di appena il 3 per cento nei prossimi cinquant’anni, molto al di sotto della media pre crisi.

Contemporaneamente, poiché i lavori semiqualificati saranno cancellati dall’automazione, lasciando in vita solo quelli pagati molto e quelli pagati poco, la disuguaglianza a livello mondiale aumenterà del 40 per cento. Nel 2060, paesi come la Svezia avranno gli stessi livelli di disuguaglianza che osserviamo attualmente negli Stati Uniti: immaginate una delle città fantasma della Rust Belt americana nei sobborghi di Stoccolma. Inoltre, c’è il rischio molto concreto che i cambiamenti climatici inizino a distruggere capitali, terreni costieri e attività agricole, erodendo di un 2,5 per cento il Pil mondiale (6 per cento nel Sudest asiatico).

Ma la parte più sconfortante del rapporto Ocse non risiede nelle proiezioni, bensì nei presupposti, cioè un rapido incremento della produttività per effetto delle tecnologie informatiche. Tre quarti di tutta la crescita economica da qui al 2060 proverrà, secondo le previsioni, da una maggiore produttività. Come dichiara eufemisticamente il rapporto, si tratta di «un dato alto, se confrontato con la storia recente».

In realtà, come analizzerò nel Capitolo 5, non c’è alcuna certezza che la rivoluzione informatica degli ultimi vent’anni si traduca in una crescita e in una produttività misurabili in termini di mercato. In questo caso, c’è il rischio sostanziale che il magro 3 per cento di crescita annua previsto dall’Ocse per i prossimi cinquant’anni si avvicini di più a uno 0,75 per cento.

C’è poi il problema delle migrazioni. Perché lo scenario di crescita dell’Ocse possa funzionare, l’Europa e gli Stati Uniti dovrebbero assorbire 50 milioni di migranti a testa fra adesso e il 2060, e il resto dei paesi sviluppati altri 30 milioni. Senza questi migranti, la forza lavoro e la base imponibile dei paesi occidentali si restringerebbero a tal punto che gli stati andrebbero in bancarotta. Il rischio – come segnalano il 25 per cento dei voti conquistato dal Front national in Francia e i gruppi armati di destra che se la prendono con i ragazzini immigrati al confine tra California e Messico – è che le popolazioni del mondo sviluppato non lo accettino.

Proviamo a immaginare il mondo del 2060 secondo le previsioni dell’Ocse: Los Angeles e Detroit assomiglierebbero a Manila oggi, miserabili baraccopoli accanto a grattacieli sorvegliati a vista; Stoccolma e Copenaghen assomiglierebbero alle città statunitensi della Rust Belt spopolate dalla deindustrializzazione; i lavori a medio reddito non esisterebbero più. Il capitalismo sarebbe al suo quarto decennio di stagnazione.

Per conquistare questo radioso futuro, dice l’Ocse, dovremo rendere il lavoro «più flessibile» e l’economia più globalizzata. Dovremo privatizzare l’istruzione superiore (perché potenziarla abbastanza per venire incontro alla domanda di laureati costerebbe così tanto che molti stati finirebbero sul lastrico) e assorbire decine di milioni di migranti nei paesi sviluppati.

E mentre proveremo a fare tutto questo, è probabile che i mezzi di finanziamento degli stati svaniscano. L’Ocse sottolinea che la polarizzazione della popolazione in gruppi ad alto e a basso reddito renderà inefficace la tassazione del reddito. Dovremo invece, come suggerisce Thomas Piketty, tassare la ricchezza. Ma il problema è che di solito i patrimoni – che si tratti di un cavallo da corsa vincente, di un conto corrente segreto o del copyright sul logo della Nike – sono conservati in giurisdizioni consacrate all’elusione delle imposte sul patrimonio, se anche qualcuno avesse la volontà di riscuoterle – cosa che attualmente non avviene.

Se le cose non cambieranno, dice l’Ocse, è realistico attendersi una stagnazione in Occidente, un rallentamento del tasso di crescita nei mercati emergenti e probabilmente la bancarotta di molti stati.

La cosa più probabile, quindi, è che a un certo punto uno o più paesi abbandoneranno la globalizzazione, mediante misure protezionistiche, cancellazioni unilaterali del debito e manipolazioni della valuta. Oppure, che una crisi provocata da conflitti diplomatici e militari si riverberi sull’economia mondiale con gli stessi risultati.

La lezione da trarre dal rapporto dell’Ocse è che il sistema va riprogettato dalle fondamenta. La generazione con il più alto livello di istruzione nella storia della razza umana, e la più connessa di sempre, non accetterà un futuro di disuguaglianza e crescita stagnante.

Quello che ci serve non è una corsa caotica alla deglobalizzazione, con decenni di stagnazione accompagnata da un aumento della disuguaglianza, ma un nuovo modello economico. Per disegnarlo, non basterà uno sforzo di pensiero utopico. Il genio di Keynes, a metà degli anni trenta, fu capire che cosa svelava la crisi riguardo al sistema esistente: la necessità di costruire un modello nuovo e praticabile intorno alle inefficienze permanenti del vecchio modello che il pensiero economico dominante non riusciva a vedere.

Stavolta il problema è ancora più grande.

La premessa centrale di questo libro è che, accanto al problema di una stagnazione economica prolungata prodotta dalla crisi finanziaria e dai fenomeni demografici, la tecnologia dell’informazione ha spogliato le forze di mercato della capacità di creare dinamismo, e sta creando, al contrario, le condizioni per un’economia postcapitalista. Questa volta «salvare» il capitalismo, come fece Keynes con soluzioni di politica economica radicali, potrebbe non essere possibile, perché ne sono cambiate le basi tecnologiche.

E allora, prima di chiedere un «New Deal verde», banche controllate dallo stato, istruzione universitaria gratuita o tassi d’interesse di lungo termine a zero, dobbiamo capire in che modo tutto questo possa conciliarsi con il tipo di economia che sta emergendo. E siamo davvero poco attrezzati per farlo. Un ordine è stato alterato, ma il pensiero economico convenzionale non ha idea delle proporzioni della rottura.

Per andare avanti ci serve un’immagine mentale meno enfatica dell’«autunno finanziario di un impero in declino», ma più ambiziosa di una teoria dei cicli di espansionecontrazione. Ci serve una teoria che spieghi perché, nell’evoluzione del capitalismo degli ultimi due secoli, sono intervenuti grandi momenti di metamorfosi, e in che modo, esattamente, il progresso tecnico ricarica le batterie della crescita capitalista.

Insomma, ci serve una teoria che inserisca l’attuale crisi in un quadro del destino generale del capitalismo. La ricerca di questa teoria ci porterà oltre i confini della disciplina economica convenzionale, e ben oltre quelli del marxismo convenzionale. Tutto comincia nella cella di una prigione russa, nel 1938.

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