9 Ottobre Ott 2018 0600 09 ottobre 2018

Sovranisti di tutta Europa (non) unitevi: Le Pen e Salvini già litigano sul candidato unico

Nonostante quel che ne dicono tutti il fronte sovranista non è unito. Prova ne sia che Marine Le Pen ha detto no al candidato unico a Matteo Salvini. Chi di nazionalismo ferisce, finisce per non sapersi mettere d’accordo

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Marine Le Pen a Roma sembrava persino ringiovanita, e non è solo il taglio di capelli o i nuovi occhiali, ma la prospettiva di battaglia che sente risuonare nell'aria, musica per la leader del Front National (ora rinominato Rassemblement National) e anche elisir di lunga vita: uscita male dalle presidenziali francesi del 2017, quando subì lo smacco del sorpasso da parte del giovanissimo Emmanuel Macron, politico da laboratorio appena apparso sulla scena, dalla capitale ha mandato soprattutto un messaggio ai suoi contestatori interni: il sovranismo può vincere, vedete?

Tutto il resto su cui si è ricamato, a cominciare dal fronte unitario dei nazionalisti, non sembra interessare a Madame Le Pen, che infatti ha negato senza mezzi termini la prospettiva di un candidato unico per la successione a Jean Claude Junker. Ci sarà tempo, certo, per rettificare la posizione ma la smentita è significativa e lascia immaginare che i francesi – al momento la componente numericamente più grossa dell'eurogruppo delle destre – vogliano giocarsi la partita del dopo voto per conto loro. Amano i nuovi alleati trovati strada facendo, olandesi, austriaci, fiamminghi, polacchi, ma sono consapevoli delle differenze e non intendono delegare a terzi l'elaborata trattativa che scaturirà dalla sentenza delle urne.

Tutto ciò su cui si è ricamato, a cominciare dal fronte unitario dei nazionalisti, non sembra interessare a Madame Le Pen, che infatti ha negato senza mezzi termini la prospettiva di un candidato unico per la successione a Jean Claude Junker

Insomma, l'incontro nella Capitale conferma il paradosso dei sovranisti, che si muovono benissimo sui territori nazionali ma quando devono fare rete, trovare intese oltre i confini, si scontrano contro un limite “genetico”: accettare sovrani altrui in nome del compromesso è difficile, e rischia di costare caro in termini di popolarità.
Alla fin fine Junker, con tutti i suoi limiti e la valanga di accuse che gli hanno rovesciato addosso – vecchio, ubriacone, servo delle burocrazie – è pur sempre un cugino lussemburghese: chi glielo va a dire ai francesi che si lavora per dare il suo posto a un italiano (competitor assoluto nelle partite agricole), a un belga (protagonista di ogni barzelletta d'oltralpe sulla stupidità) o a un austriaco, cioè a una potenza storicamente nemica, quelli della Marna e della Somme?

Marine non è scema ed è la più navigata tra i leader del nuovo nazionalismo, dei quali conosce i limiti e le fragilità. Li ha visti crescere. Sa quanto è stato complicato persino portarli nello stesso gruppo europeo, l'Europa delle Nazioni e delle Libertà: un anno di fatica, coronato da successo solo per la fuoriuscita dall'Ukip di Janice Atkinson e per il “ravvedimento” dei conservatori polacchi che espulsero il controverso Korwin-Mikke, notorioantisemita, convinto che le donne meritassero paghe inferiori perché «più piccole, più deboli e meno intelligenti».

Il Niet della Le Pen, in definitiva, è la notizia più importante scaturita dal soggiorno romano. Anche se incartato da molte dichiarazioni di sintonia e simpatia per i cugini italiani e dall'indicazione di un comune nemico e di comuni traguardi, rivela che l'emersione di una terza forza di livello europeo contrapposta a socialisti e popolari è ancora lontana, tutta da costruire

Magari dopo le prossime europee la bizzarra congerie sovranista riuscirà a trovare minimi comuni denominatori ma per ora sembra impossibile. Tra l'altro obbligherebbe forze con aspirazioni di governo come i nazionalisti francesi a farsi carico degli immaginabili eccessi elettorali di un gruppo di leader pronti a tutto per vincere e già noti per la loro assenza di inibizioni. La signora Le Pen, che ha fatto di tutto per superare la diabolization del suo partito, arrivando al punto di espellere suo padre che ne era pure il fondatore nonché la massima icona, non vuole certo ricominciare da capo per le intemperanze muscolari di un gruppo di neofiti della politica.

Il Niet della Le Pen, in definitiva, è la notizia più importante scaturita dal soggiorno romano. Anche se incartato da molte dichiarazioni di sintonia e simpatia per i cugini italiani e dall'indicazione di un comune nemico e di comuni traguardi, rivela che l'emersione di una terza forza di livello europeo contrapposta a socialisti e popolari è ancora lontana, tutta da costruire.
Se nascerà, non sarà tanto per le affinità del mondo sovranista quanto per l'ottusa insistenza degli avversari a presentarlo come un fronte unito, omogeneo, come un nemico che avanza a ranghi compatti e ad esagerarne la forza e le potenzialità.

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