10 Ottobre Ott 2018 0600 10 ottobre 2018

Il problema dell’Italia? Non è l’apocalisse dello spread, ma la resa al declino

Tutti vogliono evitare il default e gli scenari disastrosi nei prossimi mesi. Ma non c’è agenda alternativa a Lega e Cinque Stelle che non sia un sereno vivacchiare nella mediocrità. Che prima o poi ci porterà comunque al disastro

Conte Dimaio Linkiesta
Andreas SOLARO / AFP

Executive summary, per il lettore che vada di fretta. Da mane a sera e per ogni dove tutta l’Italia cosciente dibatte, costernata, di come evitare l’ulteriore crescita dei tassi sul debito e la frana finanziaria che questo provocherebbe. Nessuno o quasi – credo questo quotidiano sia l’unico che regolarmente prova a parlarne – si occupa di come evitare il continuo declino e l’assenza di crescita. Eppure fermare il declino è l’unica maniera per evitare la frana che, altrimenti, prima o poi arriverà. E non è nemmeno detto lo faccia per le vie ed i modi che tutti si attendono e per bloccare i quali costruiscono argini e sbarramenti.

Nonostante le volgari sbruffonate di molti ministri è palese che a XX Settembre (e non solo) sono preoccupati assai. Gli scenari che portano alla frana sono svariati (ed includono ulteriori e peggiori sbruffonate) ma passano tutti per degli incroci comuni. Che sono: lo slittamento dello spread per altre tre settimane sino ad arrivare, in scivolata, al downgrading del debito a fine mese (Moody’s) o un’ulteriore valutazione negativa (S&P’s) con conseguente balzo verso il basso delle quotazioni, la crisi di borsa del settore bancario (le due grandi banche sono ben capitalizzate ma non per tutti gli scenari) ed il “solito panico” a cui Bce fa fronte imponendo rigide condizioni dall’esterno. Potrebbe andare peggio: il downgrading di Moody’s potrebbe essere di due scalini invece che di uno, rendendo il debito pubblico italiano equivalente a spazzatura. La Bce, per statuto, non può avere in portafoglio titoli che non siano investment grade ed in questo caso l’intervento salvifico di cui sopra diventerebbe davvero difficile per tutti e costosissimo per gli italiani.

Che tutto questo non sia impossibile è fuor di dubbio ed io comprendo l’ansia di molti e la spasmodica attenzione che il sistema dei media sta dando a questo tema. Gli scenari apocalittici ed i grandi momenti di terrore vendono sempre e, nell’epoca della politica ridotta a intrattenimento populista, più di qualche produttore si starà augurando che qualcosa del genere avvenga. Vuoi mettere gli ascolti che si farebbero e la pubblicità che si venderebbe?

In questa atmosfera romana così classicamente tardo-imperiale, mi permetto di far osservare che, seppur non impossibile, lo scenario del grande disastro è quello meno probabile. Molto più probabile, invece, è che si continui sulla strada del traccheggio, delle finte riforme e dei grandi proclami che nascondono il continuo degrado del settore pubblico e del sistema economico. Qualcuno sta per caso facendo attenzione agli scempi che il viceministro per l’università, lo pseudo-economista Fioramonti, sta compiendo o alla scandalosa conduzione del ministero dei trasporti da parte dell’incompetente messo a dirigerlo? Qualcuno sta provando a chiedersi se, sussidi di cittadinanza o meno, sia possibile riformare le agenzie per il lavoro costruendo anche in Italia un sistema di ricerca dell’impiego con associata copertura assicurativa universale degna di un paese avanzato? Forse che da qualche parte nel mondo imprenditoriale qualcuno sta sforzandosi di provare a disegnare una riforma fiscale che davvero riduca e meglio distribuisca il peso delle imposte, invece di farsi abbindolare da false promesse di tasse pseudo-piatte? Il continuo dissesto delle finanze locali nelle regioni meridionali ed il sempre urgente (da quattro decenni almeno) ridisegno del sistema di finanziamento e responsabilizzazione degli enti locali è per caso nell’agenda di qualcuno ed oggetto di dibattito da parte di qualche forza sociale o politica? Sembra di no: tutti discutono di spread e tutti diventano maghi della finanza proponendo soluzioni più o meno hollywodiane ai drammi dell’immediato, mentre la solita, lamentosa lista delle cose da fare per ricominciare a crescere viene tranquillamente ignorata.

Tutti discutono di spread e tutti diventano maghi della finanza proponendo soluzioni più o meno hollywodiane ai drammi dell’immediato, mentre la solita, lamentosa lista delle cose da fare per ricominciare a crescere viene tranquillamente ignorata

Il prostrarsi della società civile italiana (Confindustria ed associazioni imprenditoriali in testa) alle folli ubbie della politica-spettacolo – prima con Berlusconi, poi con Renzi, ora con costoro – ha rimosso dal tavolo del dibattito (e delle speranze che sembra legittimo coltivare) persino l’idea che il declino si possa arrestare e questo paese possa ricominciare a crescere per davvero. Non se ne discute più nemmeno a livello teorico o anche solo di aspirazione sociale. Chi ha ambizioni, oramai, prende il passaporto e se ne va.

In un ridicolo rovesciamento dei significati e dei nessi causali l’espressione “politiche per la crescita economica” è diventata, in Italia, sinonimo di “maggior spesa pubblica assistenziale finanziata a debito”. E questo, meglio esser chiari, non avviene certo dal 4 marzo 2018: questa degenerazione del linguaggio economico data decenni addietro e la sua accettazione nel modello del mondo comunemente usato dagli italiani si deve all’operato di praticamente tutti i leader politici, di destra o di sinistra, dagli anni ’80 in avanti. Ed all’ossequioso consenso che le elite della società civile hanno tributato a questa ridicola inversione di priorità.

Il processo di miopizzazione economica è oramai così avanzato che le pur timide e contorte dichiarazioni, in sede di audizione parlamentare, dei dirigenti di Banca d’Italia e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio vengono interpretate dal governo come una dichiarazione di guerra, mentre sono fondamentalmente ignorate nel dibattito pubblico. Eppure, nel loro bizantino non menzionare quali misure sarebbero necessarie per crescere, esse le svelano in assenza: non si crescerà mai a mezzo di spesa pubblica assistenziale, men che meno se finanziata a debito. Si potrà solo lasciare che il declino economico continui a velocità accelerata mentre tutti si affannano a costruire dighe per proteggersi da un’eventuale frana.

Questa la morale che io ricavo dalla discussione di queste settimane e questa la ragione per cui non riesco ad appassionarmi al tema spread. Perché questo ossessivo dibattere su come evitare la frana fa dimenticare la necessità di agire per rimuovere, invece, le cause dello smottamento. Il quale, continuando, causerà un giorno la frana che si pensava di aver evitato.

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