11 Ottobre Ott 2018 0600 11 ottobre 2018

Disastri gialloverdi: ora il governo del popolo chiede soccorso al popolo

Il Governo spingerà le aziende di Stato a indebitarsi, sosterrà le banche coi soldi dei contribuenti e succhierà il risparmio degli italiani per pagare il debito pubblico, mentre Tria, Giorgetti e Savona ricordano Carli, Formica e Pomicino

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Alberto PIZZOLI / AFP

Ha ragione Matteo Salvini, non siamo (non ancora) all’oro per la patria di mussoliniana memoria; in questa continua rincorsa al passato ci siamo fermati alla Prima Repubblica di stampo democristiano. È da Prima Repubblica spingere le aziende di stato a indebitarsi per investire fuori mercato, è da Prima Repubblica sostenere le banche con i soldi dei contribuenti, è da Prima Repubblica succhiare il risparmio degli italiani per pagare il debito pubblico, infine non c’è niente più da Prima Repubblica che ricorrere al prelievo forzoso per tappare i buchi del bilancio governativo. Le quattro mosse che l’esecutivo giallo-verde ha in mente nella sua lotta allo spread ( un rapporto percentuale trasformato prima in un mostro da videogioco, poi in un totem da abbattere) sono tutte all’insegna di un passato che ha portato la lira alla bancarotta nel famigerato 1992, lo stesso anno in cui, non a caso, scoppia Tangentopoli. Un ritorno a quei tempi sembra anche il pasticcio che si è creato attorno alla politica economica: tra Giovanni Tria, Giancarlo Giorgetti e Paolo Savona sembra essere ai tempi del Tesoro, del Bilancio e delle Finanze, quelli di Guido Carli, Rino Formica e Paolo Cirino Pomicino (scegliete voi chi interpreta chi).

Se i risparmiatori non hanno fiducia e temono per il loro denaro, terranno i soldi sotto il materasso. Lo si vede già con l’aumento dei depositi a vista e la fuga dai fondi di investimento. Fiducia e certezza valgono più di qualsiasi incentivo fiscale

Cominciamo dalla chiamata a rapporto delle partecipazioni statali. Che cosa chiede il governo? E che cosa possono fare le aziende? E’ stato Savona a lanciare la proposta di anticipare al 2019 buona parte degli investimenti spalmati su più anni dai programmi di sviluppo di Enel, Eni, Leonardo, Snam, Poste, Fincantieri, Ferrovie, Openfiber, Italgas, insomma le imprese delle quali il governo è il maggior azionista. Ci sono 36 miliardi di euro previsti in 15 anni. Non è chiaro quanto possa essere davvero speso senza scassare i conti delle imprese e senza tosare gli azionisti privati che, soprattutto in Eni ed Enel sono davvero molti. Un’altra ipotesi è spingerle ad assumere giovani mandando in pensione gli anziani oltre quota 100. Finora le Poste hanno preso tre nuovi dipendenti ogni dieci usciti, ma forse si vuol tornare ai tempi del compianto ministro Remo Gaspari, democristiano abruzzese che usava i postini alla stregua di galoppini elettorali. Si può indurle ad acquistare titoli di stato? E come, spiazzando gli investimenti produttivi? Sarebbe irresponsabile. Stornando una parte dei dividendi destinati al Tesoro? Diventa una partita di giro senza senso.

Ancor più inquietante è il riferimento alle banche. Dice Luigi Di Maio: «Non torneremo indietro per sette-otto banche in difficoltà». Sette-otto? Per la verità finora, per colpa dello spread e per la caduta delle quotazioni azionarie, hanno perso miliardi di euro banche come Unicredit, Intesa, Monte dei Paschi, Ubi, e via dicendo cioè dalla numero uno a tutte le altre. «Allora lavoreremo per consolidare gli istituti bancari», aggiunge il bi-ministro forse dopo essersi accorto di aver sbagliato. Senonché, nel tentativo di riparare, la spara ancor più grossa. Siccome la caduta dei corsi azionari e lo spread provocano una riduzione del capitale, il governo ha forse intenzione di diventare azionista delle banche e di ricapitalizzarle con i soldi dei contribuenti? Non stiamo facendo ipotesi astruse. Il titolo del Montepaschi s’è dimezzato da maggio a oggi e la banca senese è per il 70% in mano al Tesoro il quale, di conseguenza, per consolidarla, dovrebbe staccare un congruo assegno.

C’è il terzo pilastro: il ricorso al risparmio degli italiani che, dice ancora Di Maio, è il più alto al mondo. Come, con i Cir? Sono i Conti individuali di risparmio inventati per spingere gli italiani (e solo loro) ad acquistare buoni del tesoro, grazie a incentivi fiscali. Se ne sta discutendo, non si sa ancora se saranno davvero convenienti. In ogni caso si tratta di una scelta volontaria. Potrebbe anche funzionare, a parte il fatto che così si spinge il risparmio verso la rendita e non verso gli investimenti produttivi che dovrebbero essere la priorità (anche a detta degli stessi Tria e Savona). In ogni caso, ci vuole tempo e resta una obiezione di fondo: se i risparmiatori non hanno fiducia e temono per il loro denaro, terranno i soldi sotto il materasso. Lo si vede già con l’aumento dei depositi a vista e la fuga dai fondi di investimento. Fiducia e certezza valgono più di qualsiasi incentivo fiscale che, se le cose vanno male, verrebbe comunque perduto insieme al capitale.

E Tria, strattonato di qua e di là, strapazzato da tutte le parti, sbeffeggiato persino da Claudio Borghi che gli chiude il microfono in faccia, quanto potrà durare? Si riparla di dimissioni forse ancor prima di aver varato la legge di bilancio o magari quando avrà visto l’effetto dell’assalto alla diligenza

Poi arriva la bomba. Il governo sa di non avere le risorse. Si pensi alle pensioni. Tria ha parlato di misure temporanee. Perché? Perché secondo la legge ogni riforma dovrebbe essere finanziata per un decennio, mentre i soldi per coprire quota 100 bastano per un paio d’anni. Dunque occorrono subito entrate certe e consistenti. Il condono che vuole la Lega è aleatorio, come dimostrano gli innumerevoli esempi del passato. E allora? Una patrimoniale? Un prelievo forzoso dai conti correnti come fece Amato nel 1992, con l’acqua alla gola? Non riuscì a fermare il crollo della lira. Migliorò i conti pubblici, ma tra la crisi valutaria e la superstangata, sono seguiti due anni di recessione e nemmeno la svalutazione della lira uscita dallo Sme è riuscita a compensarla. C’è l’esempio della tassa per l’euro introdotta nel 1997, era temporanea ed è stata in gran parte restituita due anni dopo. Adesso si pensa a una tassa per uscire dall’euro? Una cosa è certa. M5S e Lega sono andati al potere dicendo che il governo doveva aiutare gli italiani, adesso chiedono agli italiani di aiutare il governo.

Il vaudeville giallo-verde s’arricchisce con lo scontro tra i ministri. Il Cipe (il comitato che gestisce gli investimenti pubblici) è presieduto da Giorgetti, ma Savona ha la delega “a contribuire alla elaborazione della politica economica in ordine alla presentazione del Programma nazionale di riforma e alla pianificazione degli investimenti pubblici, in relazione alla stima del loro impatto”. Il Ministro per gli Affari Europei ha anche competenze nel formulare, “sulla base dell’analisi dei dati Eurostat e Istat, proposte al ministro competente in materia di indirizzo della spesa pubblica”. Le sue ultime uscite dimostrano che sempre più sta assumendo le vesti di un ministro bis dell’economia. E Tria, strattonato di qua e di là, strapazzato da tutte le parti, sbeffeggiato persino da Claudio Borghi che gli chiude il microfono in faccia, quanto potrà durare? Si riparla di dimissioni forse ancor prima di aver varato la legge di bilancio o magari quando avrà visto l’effetto dell’assalto alla diligenza.

Rumori fuori scena che nel teatrino della politica gialloverde possono diventare rombi di tuono. Molti scaldano i motori dal grillino Andrea Roventini che non lo ha escluso di fronte a Lilli Gruber, al leghista Massimo Garavaglia il quale, però, finora ha fatto la colomba in un nido di falchi, allo stesso Giorgetti. Il rimpasto interno sembra l’ipotesi più semplice e una cosa è certa: di Tria i giallo-verdi si sono stancati. Il ministro, d’altronde, cedendo sul deficit, ha mancato l’occasione per cadere in piedi, con in mano la bandiera del buon senso. Altro che George Soros, Paul Singer, BlackRock, gnomi di Zurigo e complotti pluto-giudaici (i massoni meglio tenerseli buoni). Confusion de confusiones, come José de la Vega intitolò nel 1688 il suo libro sulla borsa, quella di Amsterdam dalla quale cinquant’anni prima era partita la prima crisi globale.

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