13 Ottobre Ott 2018 0559 13 ottobre 2018

Altro che bambole del sesso: le sex dolls sono un giocattolo per stupratori

Sono sostitute perfette delle donne. Anzi sono donne a tutti gli effetti, ma si possono scegliere, comprare, all’occorrenza violentare. Ecco perché le sex dolls fanno saltare l’etica come è stata intesa fino a oggi

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FRED DUFOUR / AFP
Behrouz MEHRI / AFP

Liquidata come notizia di colore buona un po’ per darsi di gomito al bar e un po’ per fomentare indignazione a buon mercato, la notizia del bordello di Torino di sex dolls – le bambole al silicone utilizzate per scopi sessuali – è in realtà una questione serissima, non fosse altro per una mera ragione economica. Le stime ufficiali parlano di un’industria che oggi ha un valore di 30 miliardi di dollari, ma destinati a crescere parecchio nei prossimi 5 anni. Di questa montagna di soldi, la maggior parte si riferisce alle cifre che le aziende più avanzate nel settore della robotica - dalla Cina alla Silicon Valley - stanno investendo in una vera e propria corsa all’oro per costruire il prototipo definitivo, quello in grado di ricreare perfettamente il rapporto sessuale tra esseri umani. Basta andare sul sito dell’azienda leader del settore - realdoll.com - per capire come il primo aspetto su cui occorra fare chiarezza sia quello linguistico.

Non si tratta di “bambole”, ma di veri e propri robot, con all’interno un chip in grado di riscaldare la temperatura del silicone fino a 37 gradi e, all’occorrenza, di ripetere frasi che l’utente ama sentirsi dire nell’intimità. Un robot di fascia alta ha un costo di 7-8 mila dollari, ma questo solo per la versione standard: pagando un sovrapprezzo, tutto può essere personalizzato secondo i propri gusti. La grandezza del seno o l’ampiezza dei fianchi, il colore dei capelli e quello dell’iride sono modifiche di routine, ma ce ne sono di più ricercate: si può scegliere, per esempio, tra ventiquattro tipi di capezzoli e ben dodici conformazioni di vagine, ognuna delle quali basata sul calco di quella di una donna reale. Per 500 dollari in più si smonta tutto e si passa alla versione transex: al posto della vagina si fa inserire un pene, anch’esso customizzabile per ulteriori 250 dollari, in grado di simulare l’eiaculazione.

I costanti riferimenti al fatto che i robot permettano di realizzare “le fantasie più nascoste” e siano “sempre disponibili” strizzano l’occhio all’utente sul tema del consenso. Il sottotesto è chiaro: su una sex dolls si può fare tutto, ma proprio tutto, anche quello che nel mondo reale non si avrebbe mai il coraggio di fare

Nella scala evolutiva del sesso tecnologico, tuttavia, siamo ancora all’età neandertaliana. Secondo il futurologo Ian Pearson, solo nel 2050 i robot saranno così realistici che gli esseri umani si innamoreranno di loro: come nel film “Her”, ma in modo molto meno platonico. In ogni caso, aldilà dei soldi, dei dettagli anatomici per aspiranti ginecologi e delle previsioni a lungo termine che finiscono quasi sempre per rivelarsi esche da click-baiting, la vera questione che l’avvento delle sex dolls solleva è quella etica. I costanti riferimenti al fatto che i robot permettano di realizzare “le fantasie più nascoste” e siano “sempre disponibili” strizzano l’occhio all’utente sul tema del consenso. Il sottotesto è chiaro: su una sex dolls si può fare tutto, ma proprio tutto, anche quello che nel mondo reale non si avrebbe mai il coraggio di fare. Del resto, alcune bambole vengono intenzionalmente programmate per dire “no” e permettere al cliente l’esperienza di sentirsi Cristiano Ronaldo: pare siano tra le più richieste.

Si apre, quindi, un dibattito già visto ogni volta che il mondo virtuale ha avuto a che fare con la sfera dell’etica, ad esempio nel caso dei videogiochi stile GTA. Esperienze come queste incentivano l’emulazione, nutrono fantasie pericolose e fanno perdere il senso del limite? Oppure è vero il contrario, e anzi – come sostiene il responsabile di Aura Dolls, un bordello di Toronto uguale a quello di Torino - sublimano un desiderio di violenza innato, impendendo che si manifesti nel mondo reale? La realtà è che il problema è ancora più complicato. L’etica dominante del nostro tempo - quel politicamente corretto caro agli eticoni da tastiera che sostengono sia “mostruoso” perfino ridere di un direttore di banca che canta male - è un’etica essenzialmente di tipo estetico. L’importante è parlare bene in pubblico - dire “sovrappeso” invece che “grasso” e “biracial” invece che “mulatto” - facendo attenzione che nessuno si offenda col risultato di non dire niente; ma di quello che accade all’interno dell’individuo, delle pulsioni profonde che lo agitano, non importa a nessuno.

Da Torino al Texas è tutto una protesta, tutto un’indignazione contro la sola idea che ci siano persone disposte a pagare per fare sesso con un oggetto inanimato. Un fatto che desta perplessità, nel momento in cui nessuno ha niente da dire sull’oceano di gente disposta a pagare per fare sesso con persone in carne ed ossa

Le sex dolls, al contrario, pongono una domanda diversa: ci sono dei gesti che è sbagliato compiere in quanto tali, e non solo perché un’altra persona può dire di essersi offesa e rischia di farci fare brutta figura? Il politicamente corretto si definisce come “il comportamento finalizzato all’evitare, sempre e in qualsiasi modo, la discriminazione di un particolare gruppo di individui di una società”. Secondo questo punto di vista, dunque, accanirsi su un robot che implora pietà sarebbe un fatto perfettamente etico.

Ma forse non lo è. Forse, nella loro innocenza di silicone, le sex dolls insinuano il dubbio che l’importante sia essere persone migliori invece che semplicemente sembrarlo davanti agli altri. Potrebbe essere questa l’inaspettata Rivoluzione Culturale che le sex dolls nasconderebbero tra i loro enormi seni di silicone? Anche se lo fosse, certo il messaggio non è stato recepito. Da Torino al Texas, dalle signore Sabaude perbene agli ultras cattolici con il cappello da cow-boy, è tutto una protesta, tutto un’indignazione contro la sola idea che ci siano persone disposte a pagare per fare sesso con un oggetto inanimato. Un fatto che desta perplessità, nel momento in cui nessuno ha niente da dire sull’oceano di gente disposta a pagare per fare sesso con persone in carne ed ossa.

Forse lo stigma sociale che circonda i robot del sesso ma risparmia Escort Advisor è motivato dalla paura, dal terrore dell’essere umano, un giorno, di perdere il diritto di amare o essere amato da un suo simile, sostituito da un robot o da una robottessa con un corpo da sogno, immune al tempo che passa, allo stress dell’esistenza e ai mal di testa improvvisi

Anzi, gli inventori di Escort Advisor, il Trip Advisor del sesso dove le donne vengono recensite e catalogate come fast-food con cui sfogare appetiti improvvisi, vengono celebrati sulla stampa femminista senza che nessuno abbia niente da ridire o si chieda chi garantisca che un mercato non regolamentato da nessuno sia immune da sacche di sfruttamento. Forse, anche qui, la vera ragione di questo bigottismo a corrente alternata è più profonda. Forse lo stigma sociale che circonda i robot del sesso ma risparmia Escort Advisor è motivato dalla paura, dal terrore dell’essere umano, un giorno, di perdere il diritto di amare o essere amato da un suo simile, sostituito da un robot o da una robottessa con un corpo da sogno, immune al tempo che passa, allo stress dell’esistenza e ai mal di testa improvvisi.

Come i tassisti con Uber, la tecnologia rischia di buttarci fuori non solo dal mercato del lavoro ma pure da quello dell’amore, condannandoci a una vita solitaria, rinchiusi nella nostra monade, insieme a un robot da ripulire con cura dopo l’uso. E allora va bene anche il tradimento e la prostituzione, purché almeno avvenga con una persona. Da questo punto di vista, le sex dolls sarebbero allora cavalli di Troia, le prime locuste di quella Sostituzione che sembra attendere l’Umanità da qualche parte nel futuro e a cui, magari inconsciamente, iniziamo a ribellarci. Forse un giorno, dopo il reddito, qualcuno inizierà a parlare anche di amore umano di cittadinanza.

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