13 Ottobre Ott 2018 0600 13 ottobre 2018

Non saranno i sovranisti a uccidere l’Europa, ma l’impossibilità di cambiarla

No, non dovete aver paura di Salvini e Orban, ma dell’Europa immaginata dai padri fondatori: un luogo politico impossibilitato ad auto-riformarsi. Che pagherà cara questa sua difesa dell’esistente, mentre tutti oggi vogliono cambiarla

Europa_Linkiesta

È il grande paradosso che dominerà il dibattito politico europeo da qua al prossimo 26-28 maggio: che tutti vogliono cambiare l’Unione Europea, sebbene l’Unione Europea non si possa cambiare. Vogliono cambiarla Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che auspicano la rivoluzione ai vertici della Commissione per fare deficit a più non posso e vuole cambiarla Matteo Renzi - che ne ha appena scritto su Les Echos assieme all’attuale presidente della Commissione Jean Claude Juncker - convinto che solo una profonda riforma possa disinnescare i populismi. Vuole cambiarla Emmanuel Macron, vuole cambiarla Marine Le Pen, vuole cambiarla Yanis Varoufakis. Tutti vogliono tornare a Maastricht, o a Roma, o a Ventotene, per ripartire da zero, per rifare tutto.

E insomma pare proprio che la prossima campagna elettorale delle elezioni europee verterà su come cambiare l’Europa. Se farla diventare Fortezza, come vorrebbe la destra, o Solidale, come spera la sinistra. Se farla ancora più Austera, come vuole il nord, o Indebitata come desiderano a Sud. Se ancora più unita come vogliono a ovest, o un po’ più liberi tutti, come la sognano a est. Ci divertiremo un sacco, insomma. E voteremo, forse per la prima volta da quando esistono le elezioni europee, per qualcosa di grosso.

Qui sta il paradosso: che qualunque sia l’Europa che sceglieremo, non cambierà nulla. Banalmente, perché non può cambiare nulla. Perché l’Unione Europea è disegnata quando le ceneri della seconda guerra mondiale erano ancora calde, affinché non arrivasse qualcuno e la usasse come cavalli di troia. Ammettiamo di voler aumentare il rapporto deficit/Pil contenuto nel trattato di Maastricht dal 3 al 4%. Per prima cosa bisogna presentare una proposta e farsela votare dalla maggioranza del Parlamento. Poi, la palla passa al Consiglio Europeo che deve approvare all’unanimità la modifica. Poi tocca a tutti i Paesi ratificare quella modifica. Non esattamente una passeggiata.

La prossima campagna elettorale delle elezioni europee verterà su come cambiare l’Europa. Se farla diventare Fortezza, come vorrebbe la destra, o Solidale, come spera la sinistra. Se farla ancora più Austera, come vuole il nord, o Indebitata come desiderano a Sud. Se ancora più unita come vogliono a ovest, o un po’ più liberi tutti, come la sognano a est.

Merito - o colpa, come preferite - di Alcide De Gasparri, Jean Monnet, Robert Schumann, che temevano evidentemente che qualche uomo forte decidesse di usare le istituzione continentali per imporre la propria volontà a tutti i Paesi del continente, o per evitare che un Paese potesse dire di essere stato prevaricato, o anche solo cambiare idea. Più o meno cioè come è successo all’Italia con il trattato di Maastricht, con quello di Lisbona e con quello di Dublino, solo per citarne tre. Poco importa quale sia la motivazione, insomma: ogni grande riforma europea è destinata a schiantarsi di fronte al muro dei suoi padri fondatori, persuasi dall’idea che nulla potesse essere cambiato senza il consenso di tutti, che la mediazione fosse il bene supremo dell’Unione. Allora, quando erano in sette e poi in dodici. Oggi, che siamo in 27.

Tutto giusto, ma così non funziona più. Perché l’immobilismo ha prodotto frustrazione e la frustrazione ha generato disillusione e disaffezione verso il progetto europeo, anche tra in Paesi storicamente europeisti come l’Italia. Ed è in questo contesto che nascono i piani B, l’idea di sparigliare le carte per ottenere concessioni à la carte, come sperava di fare David Cameron con il referedum sulla Brexit, prima che gli esplodesse in mano. O come stiamo facendo noi con una manovra finanziaria che viola platealmente i patti, confidando di essere troppo grandi per saltare in aria.

Se già oggi accade, immaginate cosa succederà dopo tutto il carico di aspettative deluse che si accumuleranno a partire dal giorno dopo le elezioni europee. Immaginate cosa passerà nella mente delle persone quando capiranno che non ci sarà mai nessuna redistribuzione dei profughi, mai nessun esercito europeo, mai nessun super ministro delle finanze, mai nessun budget comune, mai nessun super Stato europeo, mai nessun eurobond. Immaginate quando scopriranno che il cambiamento non è previsto, in Europa. Che l’unica strada per cambiare è uscire, o minacciare di farlo e negoziare un accordo, sperando che il bluff regga, e che non arrivino scherzi britannici dalle urne. Forse, più dei sovranisti, dovremmo preoccuparci di questo.

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