14 Ottobre Ott 2018 0542 14 ottobre 2018

Da Gesù a Donald Trump, perché non si può vivere senza rischiare

Nei momenti storici di crisi emerge na necessità di rischiare. Per andare oltre le regole consolidate, che del resto non valgono più nulla. L’elogio del rischio di Nassim Nicholas Taleb

Pericolo_Linkiesta

Cigni neri si sono moltiplicati e hanno oscurato il cielo. L’uccello simbolo dell’ «evento imprevedibile di grande impatto» teorizzato da Nassim Nicholas Taleb negli anni è stato usato per legittimare i buchi di bilancio lasciati da banchieri premiati con buonuscite milionarie, giustificare i mercati di schiavi nati dalle ceneri degli interventi militari occidentali o autoassolversi di fronte a votazioni dagli esiti clamorosi come il referendum sulla Brexit. Ma davvero tutto questo era – è – inevitabile? E se invece si trattasse solo di una diffusa mancata assunzione di responsabilità? Se l’antidoto al Cigno nero fosse correre sul serio dei rischi?

«Non conta ciò che si possiede ma ciò che si rischia di perdere.» Che si tratti di decidere se cambiare lavoro, lasciare il vecchio fidanzato o concorrere per diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti, spiega Taleb, avvicinarsi alla fiamma (e rischiare di scottarsi) è sempre più fruttuoso che rimanere immobili (e congelare). E anche più etico. Ogni rischio è infatti una scelta di fronte a un burrone: l’unico modo per andare avanti è saltare, ma se si fallisce non ci sarà nessun altro a pagarne le conseguenze.

Nassim Nicholas Taleb è un filosofo, mate­matico e operatore di borsa. Insegna alla Tandon School of Engineering di New York. Il Cigno nero, pubblicato dal Saggiatore nel 2009, è un best seller interna­zionale, inserito dal Sunday Times tra i libri che hanno cambiato il mondo. Con il Saggiatore Taleb ha pubblicato anche Robustezza e fragilità (2010), Il letto di Procuste (2011), Antifragile (2013) e Giocati dal caso (2014).

Un estratto da Rischiare grosso, di Nassim Nicholas Taleb (Il Saggiatore)

Qualche tempo fa sono stato invitato a cena. Eravamo seduti attorno a un grande tavolo rotondo. Poco lontano da me c’era un garbato signore di nome David. Il fisico Edgar C. faceva gli onori di casa. Eravamo nel suo club, a New York: una sorta di cenacolo letterario in cui tutti, a eccezione di David, erano vestiti come la gente che legge Borges e Proust, o vuol far credere che li legge o, semplicemente, ama frequentare chi li legge: pantaloni di velluto a coste, ascot e scarpe scamosciate oppure completo elegante. Quanto a David, aveva il tipico abbigliamento di chi non sa che i lettori di Borges e Proust, quando si riuniscono, si vestono tutti allo stesso modo. Durante la cena, improvvisamente, David ha tirato fuori un punteruolo da ghiaccio e se lo è conficcato nella mano, da parte a parte. Non avevo la minima idea di come David si guadagnasse da vivere e ignoravo che Edgar ha una passione per i giochi di prestigio. Poi sono venuto a sapere che David è un illusionista, anche piuttosto famoso: David Blaine.
Di prestigiatori non sapevo quasi nulla. Ero convinto che fosse tutta una questione d’illusioni ottiche – o, per dirla altrimenti, di quel fondamentale problema inverso per cui (come abbiamo visto nel Prologo, parte seconda) progettare una cosa è più facile che ricostruire a ritroso com’è stata fatta. Ma alla fine della cena ho notato David vicino al guardaroba, mentre si asciugava con un fazzoletto la mano sanguinante.
Insomma, quel tizio s’era davvero infilato un punteruolo nella mano, con tutto ciò che ne consegue. Improvvisamente mi è apparso sotto un’altra luce. Era reale. Correva dei rischi. Ci metteva davvero la faccia.
Alcuni mesi dopo ho incontrato di nuovo David e, stringendogli la mano, ho notato una cicatrice, in corrispondenza del foro d’uscita del punteruolo.

Gesù era uno che rischiava

Questa esperienza mi ha aiutato a capire una buona volta la questione della Trinità. Il cristianesimo, nel corso di una lunga serie di dispute, a Calcedonia, Nicea, altri concili ecumenici e tanti sinodi episcopali, ha sempre insistito sulla duplice natura di Gesù Cristo. Teologicamente sarebbe molto più semplice se Dio fosse Dio e Gesù semplicemente un uomo, un altro profeta, come per l’islam, o come Abramo per l’ebraismo. E invece no, Cristo doveva essere sia uomo che dio; la sua doppia natura era talmente centrale da riaffiorare costantemente, nonostante tutti gli sforzi per risolverla nel concetto che Gesù condivida con Dio la stessa sostanza (secondo gli ortodossi), la stessa volontà (secondo i monoteliti) o la stessa natura (secondo i monofisiti). Si deve alla Trinità se gli altri monoteisti hanno ravvisato nel cristianesimo tracce di politeismo e se molti cristiani, caduti nelle mani dell’Isis, sono stati decapitati.
È evidente, perciò, che per i padri della Chiesa era fondamentale che Gesù si fosse davvero messo in gioco, soffrendo davvero sulla croce, sacrificando davvero se stesso e andando incontro davvero alla morte. Gesù ha rischiato grosso. E – questo il punto cruciale della questione – si è sacrificato per gli altri. Un dio privo di umanità non avrebbe potuto metterci la faccia fino a quel punto, non avrebbe potuto soffrire davvero – e se anche quel dio avesse sofferto, nel momento in cui la divinità viene ridefinita introducendovi una natura umana si finirebbe per confermare la nostra tesi. Un dio che non avesse realmente sofferto sulla croce avrebbe solo eseguito un bel gioco di prestigio, sarebbe stato un illusionista, non un tipo che sanguina davvero dopo essersi infilato un punteruolo tra le ossa del carpo.
La Chiesa ortodossa fa un passo ulteriore, spostando la componente umana verso l’alto. Nel quarto secolo il vescovo Attanasio di Alessandria scriveva: «Gesù Cristo si è incarnato affinché noi potessimo farci Dio» (il corsivo è mio). È proprio la natura umana di Gesù a permettere a noi mortali di attingere a Dio e fonderci con lui, fino a esserne parte e condividerne la divinità. Questa fusione è detta theosis. È la natura umana di Cristo ad aprire a tutti noi la possibilità del divino.
La scommessa di Pascal
Questa tesi – che la vita reale sia rischio – rivela il punto debole teologico della scommessa di Pascal. Per Pascal credere nell’esistenza di Dio conviene: se il creatore esiste vinciamo, se invece non esiste non ci perdiamo nulla. In pratica, credere in Dio è una sorta di opzione a costo zero. Ma le opzioni gratuite non esistono. Se seguiamo l’idea di Pascal fino alle sue logiche conclusioni, ci rendiamo conto che la sua è una religione in cui non c’è bisogno di mettersi in gioco, una religione sterile, ridotta ad attività accademica. Ma se Gesù ha rischiato, anche chi crede in lui deve rischiare. Come vedremo più avanti, non esiste una sola religione in cui non ci si debba mettere in gioco.

La matrice

A differenza dei vescovi, i filosofi – altrettanto polemici ma assai meno sottili, e sicuramente abbigliati in modo molto meno variopinto – non hanno colto questo punto cruciale. Lo dimostra l’esperimento concettuale della macchina dell’esperienza. Ecco come funziona quest’esperimento. Ci mettiamo a sedere dentro un macchinario, un tecnico ci collega dei cavetti al cervello e siamo pronti a iniziare l’«esperienza». Ci sentiremo proprio come se ciò che sperimentiamo accadesse per davvero, mentre avviene solo in una sfera virtuale, nella nostra mente. Purtroppo una simile esperienza non avrà mai nulla in comune con la vita reale: solo un filosofo accademico, che non ha mai rischiato nulla, può prestare ascolto a simili assurdità.
Perché dico questo? Perché – ribadisco – la vita è sacrificio. È rischio. E se una cosa non contiene una certa dose di sacrificio e di rischio, non somiglia neanche lontanamente a quella che chiamiamo «vita». Un’avventura non è un’avventura se non corriamo qualche rischio di farci male davvero, di procurarci un danno rimediabile, o addirittura potenzialmente irreparabile.
La nostra tesi – che la realtà implichi rischio – solleva tutta una serie di sottili questioni sul problema mente corpo: ma non ditelo al vostro filosofo di fiducia.

Ok, si potrebbe obiettare che una volta che sei nella «macchina» tu sei convinto di correre rischi, ne vivi i dolori e le conseguenze come se quei danni fossero reali. Ma ciò è vero solo finché sei dentro: una volta fuori non corri alcun rischio di danni irreparabili, non potrà mai capitarti qualcosa destinato a rimanere con te e a sospingere irreversibilmente in avanti il tempo. Il motivo per cui un sogno non è la realtà è che, nel momento in cui ci si sveglia improvvisamente dopo essere caduti da un grattacielo cinese, la vita continua, non esiste alcuna barriera assorbente (come si chiama in matematica quella condizione irreversibile su cui ci soffermeremo ampiamente nel capitolo 19, quando parleremo del concetto più potente in assoluto che io conosca, l’ergodicità).
A questo punto, vediamo quali sono i vantaggi di quei segnali che sono i difetti visibili.

The Donald

A volte guardo la televisione senz’audio. Quando ho visto Donald Trump in piedi, vicino agli altri candidati alle primarie repubblicane, ho avuto la certezza che avrebbe vinto lui (almeno le primarie). Avrebbe vinto a prescindere da ciò che diceva o faceva: anzi, proprio a causa dei suoi evidenti difetti. Perché? Ma perché Trump era vero. Il pubblico – che è composto da gente abituata a correre rischi, diversa da quegli esangui analisti che il rischio non sanno neanche cosa sia (come vedremo nel prossimo capitolo) – preferirà sempre votare per chi, quando s’infila un punteruolo nella mano, sanguina davvero. Ribattere che Trump è un imprenditore fallito è la verità, ma non fa altro che confermare quanto sto dicendo. Preferiremo sempre qualcuno che ha fallito, ma almeno è vero, a qualcuno che ha solo successo: sono le magagne, le cicatrici, i limiti caratteriali a fare di quel personaggio un essere umano anziché uno spettro.
Le cicatrici aiutano a riconoscere chi rischia.
E Le persone sanno distinguere tra chi agisce in prima linea e chi resta nelle retrovie.

Prima di concludere, ricordate un consiglio di Tony Ciccione: cercate sempre di fare, più che di parlare. E soprattutto: di fare, prima di parlare. Fare senza parlare è superiore a parlare senza fare: è una verità che sarà sempre valida.
Se non seguite questo principio, finirete per somigliare ai personaggi a cui dedicherò il prossimo capitolo (sperando di offendere tanti «intellettuali»). Gli operatori di seconda linea, di supporto, che fingono di essere in prima linea e di creare valore: sono loro il male insidioso del nostro tempo.

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