17 Ottobre Ott 2018 0552 17 ottobre 2018

Il “modello Lodi” avanza: ecco gli altri comuni che discriminano gli stranieri

Non solo Lodi. Tra la Lombardia e il Veneto a trazione leghista ci sono diversi comuni che chiedono documenti extra agli stranieri per le prestazioni agevolate. E lo stesso hanno fatto le due regioni

Lunch Linkiesta
(GEORGES GOBET / AFP)

Il “modello Lodi” fa scuola. Ma non c’è solo il Comune della cittadina lombarda ad aver chiesto agli stranieri documenti in più per accedere alle agevolazioni per servizi come la mensa scolastica. Tra la Lombardia e il Veneto a trazione leghista, si rincorrono le segnalazioni di cittadini e avvocati su enti locali che hanno adottato lo stesso metodo. A raccogliere le denunce è l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Asgi, che insieme al Naga ha già fatto ricorso contro il comune di Lodi per aver chiesto agli immigrati la documentazione aggiuntiva sul non possesso di beni nei Paesi d’origine, escludendo così molti bambini dai tavoli della mensa.

«Si diffonde in molte amministrazioni la scelta di ostacolare l’accesso degli stranieri alle prestazioni sociali, chiedendo documenti su proprietà e beni nei Paesi d’origine in aggiunta all’Isee, non previsti dalla normativa», spiega Paola Fierro, responsabile del Servizio antidiscriminazione di Asgi. È quello che prevede ad esempio un atto dell’associazione di comuni “Azienda sociale Sud Est di Milano”, già applicato dalle amministrazioni di San Giuliano Milanese e Melegnano. Il primo comune guidato da una giunta di centrodestra, il secondo da un sindaco di centrosinistra. Ma la richiesta extra per gli immigrati è la stessa: esibire, oltre all’Isee, la documentazione di “impossidenza” rilasciata dallo Stato di provenienza per accedere a prestazioni sociali agevolate che vanno dalla mensa allo scuola bus, fino agli sconti sui libri scolastici. Stesso copione a Lentate sul Seveso, quasi 16mila abitanti in provincia di Monza Brianza, guidato dalla sindaca di Forza Italia Laura Cristina Paola Ferrari. E a Vigevano, Pavia, dove il primo cittadino leghista Andrea Sala qualche anno fa si vantava sui social di aver negato un banchetto in piazza in favore della pace perché a richiederlo era stato un cittadino di fede islamica.

Si diffonde in molte amministrazioni la scelta di ostacolare l’accesso degli stranieri alle prestazioni sociali, chiedendo documenti su proprietà e beni nei Paesi d’origine in aggiunta all’Isee, non previsti dalla normativa

Altri comuni si sono spinti anche oltre, negando prestazioni previste dall’Inps, come l’indennità di maternità e l’assegno destinato alle famiglie numerose, agli stranieri che, pur titolari di un Isee inferiore ai limiti di legge, non presentino la documentazione aggiuntiva. È successo a Palazzago, in provincia di Bergamo, comune guidato dal leghista Michele Jacobelli, lo stesso sindaco che ha previsto multe fino a 15mila euro alle cooperative che accolgono i migranti senza comunicarlo in anticipo al Comune. Sulla scrivania dell’avvocato Alberto Guariso sono arrivati tre casi di cittadini stranieri residenti a Palazzago, originari di Marocco e Senegal, a cui sono state negate le prestazioni Inps. «In questo caso», spiega Guariso, «c’è un contrasto in più: non solo si chiede documentazione aggiuntiva rispetto al decreto sull’Isee del 2013, ma per giunta per prestazioni regolate da una legge nazionale a sé». Un cavillo a cui ha pensato anche il comune di Castelcovati, in provincia di Brescia, guidato dalla leghista Alessandra Pizzamiglio.

E neanche le regioni sono esenti. La consigliera lombarda del Pd Renata Soria ha segnalato ad Asgi una delibera di giunta della Regione Lombardia del leghista Attilio Fontana, che ha invitato le aziende sanitarie locali a chiedere la documentazione aggiuntiva agli stranieri per accedere ai servizi agevolati. Mentre il Veneto ha emanato una legge regionale ad hoc, che prevede anche che per avere il contributo regionale sui testi scolastici, i cittadini non comunitari devono presentare, oltre alla certificazione Isee, un documento sul possesso di immobili o percezione di redditi all’estero.

Altri comuni si sono spinti anche oltre, negando prestazioni previste dall’Inps, come l’indennità di maternità e l’assegno destinato alle famiglie numerose, agli stranieri che, pur titolari di un Isee inferiore ai limiti di legge, non presentino la documentazione aggiuntiva

Asgi ha scritto a tutti gli enti segnalati, diffidandoli dalla messa in pratica dei regolamenti, ma nessuno ha ancora risposto. «In tutti questi casi ci si appella a un Dpr del 2000 che regolava in generale le autocertificazioni», spiega Alberto Guariso. «La norma però è stata superata dal decreto della presidenza del Consiglio del 2013 che regola l’Isee e l’accesso alle prestazioni agevolate». La procedura Isee prevede che l’interessato compili una Dichiarazione sostitutiva unica, in cui lo straniero è abilitato a inserire la dichiarazione di “impossidenza” di beni all’estero. Una volta compilata la domanda, seguono le verifiche dell’Inps e dell’Agenzia delle entrate, a seguito delle quali viene rilasciato l’Isee. Che quindi non è una autocertificazione, spiegano dall’Asgi. «A questo si aggiunge che la pretesa dei comuni è iniqua, perché in molti casi lo Stato di provenienza non ha un sistema di catasto, oltre che illogica perché in altri casi le possibilità di controllo dello Stato sulle dichiarazioni di italiani e stranieri inerenti le proprietà all’estero sono assolutamente le stesse». Diverse convenzioni con gli Stati di provenienza dei migranti, dal Senegal alla Costa d’Avorio, prevedono già lo scambio di informazioni per le dichiarazioni relative ai redditi.

«È un problema che riguarda non solo gli stranieri, ma anche gli italiani», dice Guariso. «Se ogni Comune può avere un metodo proprio per stabilire “chi è ricco e chi è povero,” viene meno l’uniformità della legge nazionale. È chiaro però che in questo caso la richiesta di documenti in più è fatta per dissuadere gli stranieri dal fare domanda di prestazioni agevolate». Ci sarebbe in realtà anche una legge del 2012, che parifica italiani e stranieri nel diritto all’autocertificazione. Peccato che l’applicazione venga rimandata nelle leggi di bilancio da ben sei anni. E, tenendo conto del clima, non ci dovrebbero essere sorprese neanche per il 2019.

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