18 Ottobre Ott 2018 0600 18 ottobre 2018

Donne discriminate all’università: l’ultima schifezza di un Paese maschilista e ipocrita

La confessione choc è del rettore della Normale di Pisa: ogni volta che una donna potrebbe essere nominata come docente succede il finimondo, tra pettegolezzi e lettere anonime. Ed è doppiamente triste: che le donne non possano far carriera accademica. E che la loro vita sessuale sia il pretesto

TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Quanti convegni abbiamo fatto chiedendoci i motivi della persistenza nel mondo accademico del famoso tetto di cristallo, l’invisibile barriera che blocca a un certo livello le carriere delle donne? Beh, adesso arriva una risposta assai più semplice di tutte quelle che avevamo immaginato. L’ha fornita in un’intervista a QN il prof. Vincenzo Barone, rettore della Normale di Pisa (tra le Top 200 del mondo): “Ogni volta che si tratta di valutare o proporre il nome di una donna per un posto da docente, si scatena il finimondo”. Si parla di tutto “meno che di preparazione, merito e competenze, che dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico”. E fioccano le calunnie, con l'aggiunta, “di lettere anonime e notizie false diffuse ad arte” il cui contenuto verte spesso “su espliciti riferimenti sessuali”. Il professore usa una circonlocuzione educata, ma il senso è chiaro e ci lascia intravedere questi consigli di Facoltà come gli immortali b-movie dei Settanta - La Professoressa ci sta col Colonnello, La Dottoressa del Distretto Militare - e sembra di sentire le risate a quei tavoli eruditi mentre ci si dà di gomito sulle prestazioni vere o presunte delle colleghe, sul loro abigliamento, sulla loro disponibilità all’avventura di letto.

L’unica cosa che resta da capire è come mai una eventuale propensione alle relazioni occasionali, per una donna, possa costituire un danno accademico: insomma che nesso c’è tra abitudini sessuali e carriere universitarie? Perché è così automatico che se una apprezza i bei ragazzi finisca esclusa dalla promozione? Agli uomini non succede, anzi.

Il problema in realtà è molto serio. La più recente ricerca sulla disparità tra uomini e donne nelle carriere universitarie, svolta dal Centro Studi dell’Università di Trento l’anno scorso, ha calcolato che in Italia solo il 21 per cento dei docenti di prima fascia è donna. Tra i laureati, le donne sono una vistosa maggioranza, il 61 per cento, ma tra quelle che scelgono la carriera accademica il 70 per cento si ferma sul gradino di assegnista di ricerca e solo il 10 per cento arriva a quello di Professore ordinario. Per gli uomini, le percentuali sono rispettivamente il 51 e il 25. Lo squilibrio di genere è stato tenacemente difeso dalla struttura negli ultimi dieci anni: mentre ovunque – nelle professioni, nel management, in politica, nelle aziende – il numero delle donne aumentava piuttosto vistosamente, l’Università è riuscita a “limitare i danni”: l’incremento dei docenti di prima fascia, dal 2008 a oggi, è stato appena dell’un per cento. Adesso, grazie al Prof. Barone, sappiamo anche come è successo: in parole povere, dando della mignotta a chiunque aspirasse a un salto di qualità.

L’unica cosa che resta da capire è come mai una eventuale propensione alle relazioni occasionali, per una donna, possa costituire un danno accademico: insomma che nesso c’è tra abitudini sessuali e carriere universitarie? Perché è così automatico che se una apprezza i bei ragazzi finisca esclusa dalla promozione? Agli uomini non succede, anzi. Qualche anno fa, autorevolissimi Professori guidati dal Magnifico della Sapienza rivendicarono addirittura il diritto di partecipare alla giuria del concorso Miss Università di Roma in una grande sala giochi, testimonial d’eccezione Rocco Siffredi: l’idea di dare i voti, armati di paletta, alle gambe e ai sederi delle studentesse fu giudicata pienamente legittima e coerente con la missione dell’Ateneo. E resta indimenticata la figura del dott. Francesco Bellomo – non proprio un accademico, ma direttore di una prestigiosa Scuola di formazione per magistrati – che per anni ha richiesto alle studentesse di adeguarsi a specifici dress code (minigonna con tacchi) e peso-forma. Molti si stupirono quando la cosa fu denunciata chiedendo: che c’è di male?

Tuttavia siamo in Italia, quindi queste domande non se la fa nessuno. Sembra naturale che il modo più efficace per bloccare la carriera di una donna sia attribuirle storie boccaccesche, vere o inventate che siano. In tutta sincerità avremmo preferito scoprire altri tipi di calunnie – il solito bla-bla sulla fragilità di carattere, gli impegni famigliari, l’incostanza – dietro questo sistematico, annoso boicottaggio. Accorgersi che persino i Professori con la maiuscola, quelli che stanno in cattedra non solo negli Atenei ma spesso anche sui giornali e nella società civile, sono ancora lì, all’anatema contro la malafemmina, e che quell’anatema funziona ancora, mette una gran tristezza.

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