19 Ottobre Ott 2018 0600 19 ottobre 2018

Ma quale manina, il maxi condono è uno schiaffo di Salvini a Di Maio

Il problema è politico, non tecnico: il condono e quota 100 sono il segnale di una manovra sotto il segno della Lega, che ne favorisce i ceti sociali. Di Maio, con la boutade di Porta a Porta, ha provato a dire No, ma è un tentativo disperato: l’incidente serve solo a Salvini per prendersi tutto

Dimaio Salvini Governo Conte Linkiesta

“Mani, mani, tra tante mani le troverò”, cantava Loretta Goggi nel lontano 1972. Chissà se si troverà chi ha messo mano al condono nel decreto fiscale: «Il provvedimento non cambia», tuona Matteo Salvini da Bolzano. «Io manderò alle Camere solo un testo pulito: con noi niente scudi per capitali all’estero né condoni penali», replica il grillino Massimo Fraccaro ministro dei rapporti con il Parlamento. Mani che scrivono e mani che cancellano, manine che intervengono e manone che le bloccano. Le manine dei tecnici e dei funzionari, come denuncia a Porta a Porta Luigi Di Maio, mostrando, le mani in alto davanti alle telecamere, la pagina incriminata? O le manone della politica che lo richiamano all’ordine, quelle del suo partner diventato sempre più, ogni giorno che passa, un concorrente, anzi il principale avversario elettorale? Giuseppe Conte convoca per sabato un consiglio dei ministri per una rilettura del decreto, dando spago al M5S. Salvini dice che non ci va e avverte: «Cosa fatta capo ha». Poi ci ripensa: «Se serve ci sarò», ma il gelo resta.

Dietro quel che sembra una pochade c’è un conflitto molto serio, sociale e politico nello stesso tempo; finora era latente, adesso è balzato sotto i riflettori. Vedremo come andrà a finire e se si arriverà a un qualche compromesso, una pecetta, un tratto di penna, un’aggiunta o una qualche diavoleria che possa per il momento far tacere lo starnazzo, mentre Pierre Moscovici, a Roma, mostra a Giovanni Tria la lettera della Unione europea dove altre mani hanno scritto le osservazioni critiche alla manovra economica e alla legge di bilancio. Mani di ferro, questa volta, senza guanti di velluto: “Deviazione senza precedenti nella storia”.

Sembra proprio che Di Maio abbia scoperto all’improvviso (o forse qualcuno più accorto di lui glielo ha fatto scoprire) di essere stato messo all’angolo dal ben più furbo alleato di governo. Qualcuno sostiene che il bi-ministro abbia assistito distrattamente alla riunione se ne sia andato prima della fine, nonostante qualcun altro affermi ne sia stato addirittura verbalizzatore, causa l’assenza del sottosegretario Giorgetti. Il capo politico del M5S cade dal pero? Preferisce fare la figura del pasticcione piuttosto che quella del fesso, turlupinato dalla Lega?

Una cosa è certa: la legge di bilancio, così come è stata congegnata, è sbilanciata a favore della Lega. I due provvedimenti principali sono il condono e le pensioni, cioè quelli che stavano a cuore a Salvini il quale, per sostenerli, ha rinunciato alla inattuabile flat tax; mentre il reddito di cittadinanza viene rinviato al momento in cui funzioneranno i centri per l’impiego. È vero, gli stanziamenti sono scritti sulla carta, ma la loro attuazione è incerta nel tempo - davvero a marzo i centri saranno in piena efficienza? - e nello spazio - andranno più al nord o al sud? - mentre la prima finestra per le pensioni si apre già nel prossimo aprile. Quanto al condono, esiste una data certa per farne richiesta: maggio 2019. Ciò vuol dire che quando si andrà alle elezioni europee, Salvini potrà brandire davanti ai suoi elettori qualcosa di concreto e già realizzato, Di Maio no.

Non è solo una questione di calendario: manca anche una sincronia sociale. Sia il condono sia le pensioni si rivolgono direttamente ai ceti che sostengono la Lega, mentre gli elettori di riferimento del M5S - giovani e meridionali - rischiano di portare a casa solo promesse. Quattrini da una parte, chiacchiere dall’altra. Lo scambio compiuto dalla Lega è chiaro: sarebbe stato meglio attuare una riduzione delle imposte sul reddito, ma non ci sono le risorse; quindi l’alleggerimento fiscale, per il popolo delle partite Iva, passa attraverso il mancato pagamento delle imposte. Altro che riciclaggio, altro che ceti medi in difficoltà, altro che pace fiscale, è in ballo un meccanismo che consente di evadere e condonare ogni imposta possibile contributi compresi, con un tetto di 100 mila euro non onnicomprensivo, ma per ogni singolo tributo e per ogni periodo di imposta. Dunque il beneficio aumenta in modo esponenziale. Di Maio non lo sapeva? Non lo aveva capito? E tutti gli economisti saltati sul carro del vincitore non lo hanno informato?

Il condono rischia di creare un conflitto aperto tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. È un dato di fatto che ai secondi le imposte vengono prelevate alla fonte mentre tra i primi s’annida la maggior parte della evasione, a cominciare da quella dell’Iva. Salvini ha fatto una scelta di classe chiara anche perché i lavoratori dipendenti, dai quali arriva pure la maggior parte degli introiti fiscali, sono rimasti senza vera rappresentanza politica, un tempo annidata nei partiti tradizionali e non solo quelli di sinistra: la maggior parte degli operai votava per gli eredi dei comunisti e dei socialisti, tecnici e impiegati pubblici votavano per i moderati o, nel caso degli statali romani, per la destra post-fascista. Salvini ha offerto loro le pensioni come ramoscello d’ulivo. Non a caso circa la metà di chi lascerà il lavoro l’anno prossimo è composta da dipendenti pubblici. Non solo: quota 100 favorisce anche le piccole e medie imprese che vogliono alleggerirsi di manodopera.

Sia il condono sia le pensioni si rivolgono direttamente ai ceti che sostengono la Lega, mentre gli elettori di riferimento del M5S - giovani e meridionali - rischiano di portare a casa solo promesse. Quattrini da una parte, chiacchiere dall’altra

E il popolo del web? E i giovani? E i russoviani (nel senso della piattaforma Rousseau)? Aspettano che funzionino i centri per l’impiego? Di Maio non l’aveva capito, nell’ebbrezza dei vitalizi aboliti e dei vari simulacri pentastellati? È corso a sollevare il polverone nel salotto accogliente di Bruno Vespa, ma difficile che possa cavarsela così. La Lega, del resto, agita dietro le quinte lo spauracchio delle elezioni. Salvini e Giorgetti non lo nascondono ai loro sempre più numerosi interlocutori: tranquilli, ci libereremo presto di questi inetti a cinque stelle, anche prima delle europee; loro tireranno la corda, costringeranno Tria alle dimissioni e a quel punto andremo alla resa dei conti. Vera o solo agitata, la prospettiva di votare così presto con il rischio di perdere la poltrona appena conquistata fa venire i brividi agli eletti del M5S, molti dei quali al secondo mandato (e tra essi anche Di Maio). Ma se i grillini rimettono in discussione il condono, se vogliono anticipare il reddito di cittadinanza in modo che i primi assegni vengano pagati insieme alle prime pensioni a quota 100, il rischio di far saltare tutto aumenta.

L’alleanza populista comincia a scricchiolare. Ieri è arrivato un monito anche da Carlo Bonomi presidente dell’Assolombarda: «Se si attaccano le autorità indipendenti che presidiano i mercati e se ne travolgono i vertici si torna indietro di 40 anni e ci si esclude dalla comunità dei mercati - ha detto introducendo l’assemblea - Se si tacitano i magistrati perché non eletti, si abbatte la fiducia nell’eguaglianza di fronte alla legge e la si sostituisce con la giustizia dei partiti. La politica ha il suo mandato popolare. Ma le istituzioni di un paese libero, dai tempi di Montesquieu, vivono dell’equilibrio tra poteri diversi. Guai a rinunciarvi!». Standing ovation, sotto gli occhi impietriti del ministro Giovanni Tria e Claudio Borghi della Lega. Gli imprenditori lombardi, dunque, non vogliono farsi trascinare sulla strada della sovversione istituzionale. Parole chiare anche da chi non aveva chiuso le finestre agli “amici del popolo”.

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