20 Ottobre Ott 2018 0542 20 ottobre 2018

Iacopo Melio: “Ci vedono come cuccioli, ma noi disabili non vogliamo recinti, vogliamo diritti”

Parla l’attivista per i diritti dei disabili, giornalista e all’occorrenza rompipalle, Iacopo Melio: “la disabilità viene fuori solo in campagna elettorale”; “La sinistra? È piena di derive conservatrici, quando bisognerebbe riscoprire la parola ‘compagni’”

Jacopo_Melio_Linkiesta
Dalla pagina Facebook di Jacopo Melio

Classe '92, attivista, scrittore, giornalista, star dei social, all'occorrenza gran rompipalle (la discussione via Twitter con l'ex ministro dell'istruzione Chiara Carrozza arrivò alle orecchie della Bbc), Iacopo Melio ha la capacità di mostrarti com'è la vita in carrozzina facendoti dimenticare che lui è in carrozzina. E guai a farlo passare per angelo asessuato.

Oggi si parla molto di buonismo. Chi sono i buonisti per te?
“Buonista” è una parola che mi resta antipatica venendo utilizzata dagli hater come forma di accusa, tentando di “imbavagliare” coloro che cercano di schierarsi dalla parte dei diritti, soprattutto quelli ritenuti scomodi, semplicemente perché umani.

Con quanti buonisti ha a che fare una persona con disabilità?
In questo caso non si tratta di buonismo ma di pietismo e compassione. Le persone con disabilità vengono viste, ancora oggi, come “cucciolini” da tutelare in quanto fragili (emblematico il fatto che si sia sentita la necessità di un Ministero ad hoc sulla disabilità, come se si stesse parlando di una categoria da proteggere all’interno di un recinto specifico). Un atteggiamento che non aiuta a rompere pregiudizi e stereotipi, sottolineando in maniera più o meno inconsapevole le differenze anziché mirare alle pari opportunità.

Fino a poco tempo fa, digitando il tuo nome su Google, fra i primi risultati compariva la tua fidanzata. C’è del voyeurismo nei confronti della vita privata e sessuale delle persone con disabilità? E che effetto ti fa? Biasimo, riso, rabbia…?
Assolutamente sì. La sessualità è spesso argomento tabù nel nostro Paese, figurarsi quando associata alla disabilità: c’è una certa morbosità nel voler sapere a tutti i costi i fatti privati di chi appare diverso da noi, come se una persona in carrozzina fosse un angelo asessuato e non qualcuno in grado di dare amore e/o piacere (le due cose possono essere vissute distintamente anche nella disabilità!) così come interessare qualcun altro. Personalmente mi fa sorridere che qualcuno si interessi a cosa faccio nella mia camera da letto, ma a pensarci bene si tratta di un sorriso amaro: una persona con disabilità non è la sua carrozzina così come nessuno è il suo paio di scarpe. C’è una persona, Iacopo, che dev’essere considerata esattamente come tutti gli altri. Una volta conclusa un’intervista come questa, francamente, non cerco mai di sapere se la giornalista in questione sia sposata oppure no (a meno che non voglia provarci con lei, ovvio…).

Personalmente mi fa sorridere che qualcuno si interessi a cosa faccio nella mia camera da letto, ma a pensarci bene si tratta di un sorriso amaro: una persona con disabilità non è la sua carrozzina così come nessuno è il suo paio di scarpe

Messa così sono curiosa di arrivare alla fine dell'intervista. Ma prima, secondo te c’è allarme razzismo in Italia?
Lo viviamo tutti i giorni, dalle cose più piccole a quelle più eclatanti. L’Italia è sempre stata un Paese con un sottofondo un po’ razzista, a maggior ragione adesso con un Governo che basa la sua politica sull’odio e sulla paura per il diverso. Una politica, tra l’altro, improvvisata e superficiale che non è assolutamente in grado di dare risposte con dei progetti concreti e una visione nel lungo periodo.

Questo governo si è presentato come il governo che sosterrà i cittadini con disabilità, più di quanto sia stato fatto in passato. Un commento a riguardo?
Mi fa indignare come la disabilità venga tirata fuori quasi esclusivamente in campagna elettorale, diventando uno strumento per danneggiare altre minoranze (penso all’immigrazione o ai diritti LGBT) e innescando guerre tra poveri. Le risorse si possono trovare per tutti, nessuno toglierebbe il pane di bocca a qualcuno se ci fossero politiche efficienti. Dire che questo Governo sosterrà i cittadini con disabilità è un ottimismo del quale non mi sento affatto di far parte, dato il “buongiorno”.

Dove ha sbagliato la sinistra?
Credo che l’errore principale sia stato quello di non essere più “sinistra”. Troppe frammentazioni al suo interno e troppe derive conservatrici che hanno messo da parte battaglie storiche e contemporanee, strizzando l’occhio a quella parte che di certo non ci saremmo mai immaginati di avere accanto. La politica di oggi pensa più a dividere, a creare un “noi” e un “loro”, anziché a riunire e compattare in nome di un’identità comune. La parola “compagni”, ad esempio, era una bellissima parola identitaria di un mondo che oggi, purtroppo, sta scomparendo.

Com’è vivere guardando le persone da prospettiva sempre fissa, e dal basso? Mi fa pensare ai piani sequenza di Hitchcock e di Godard. Sono curiosa!
Quello che ogni giorno cerco di comunicare è proprio il fatto che una prospettiva diversa non significa necessariamente peggiore, anzi. Tutto ciò che di nuovo scopriamo ci arricchisce, e perciò in qualche modo ci rende delle persone migliori. Se vedessimo il mondo tutti dalla stessa altezza non ci sarebbero scambi reciproci e nemmeno confronti. Che poi, con quattro ruote sotto di sé si è tutto tranne che “fissi”. Per questo abbiamo il dovere di rendere il contesto intorno a noi accessibile e inclusivo, privo di barriere: affinché questo movimento non cessi.

Dovessi spiegare a un bambino l’espressione “società inclusiva”, come la spiegheresti?
Una società dove ognuno ha a disposizione i giusti strumenti per poter fare della propria vita ciò che vuole, costruendosi il futuro che desidera e vivendo la propria quotidianità liberamente, senza alcun impedimento.

Tu sei giornalista. E come me sai che parte della fortuna delle fake news nasce dal successo della controcultura e della controinformazione, fenomeni sani, direi endemici a qualsiasi democrazia, che però nel tempo hanno preso risvolti inattesi. Vorrei un tuo parere da addetto ai lavori.
Le fake news, in qualche modo, sono colpa anche dei lettori stessi. Buona parte delle persone non legge, o comunque non va oltre le prime tre righe, fermandosi al titolo della notizia. Sebbene dunque le "bufale" giochino molto sull'attuale clima aspro, dall’altro lato molti lettori non hanno voglia di approfondire e verificare la notizia che leggono.

La politica di oggi pensa più a dividere, a creare un “noi” e un “loro”, anziché a riunire e compattare in nome di un’identità comune. La parola “compagni”, ad esempio, era una bellissima parola identitaria di un mondo che oggi, purtroppo, sta scomparendo

È in libreria il tuo ultimo libro Faccio salti altissimi edito da Mondadori. Quali sono i tuoi modelli letterari?
Francamente, leggo tantissimo (mi sono imposto almeno due libri al mese e devo dire che da quando mi sono convertito - non totalmente - all’eBook, riesco a mantenere abbastanza bene il ritmo) ma non ho un modello letterario ben preciso. Ultimamente però, grazie ai social, stanno emergendo molti autori indipendenti, soprattutto riguardanti la "scrittura creativa” che mi incuriosiscono molto (io stesso nel 2015 ho pubblicato Parigi XXI, una storia d’amore scritta in modo un po’ particolare). Resta il fatto che i classici non mancano mai nella mia libreria (se devo dire il primo nome che mi viene in mente è quello di Stefano Benni, anche se adesso sto rileggendo da capo tutti i libri di Camilleri).

Quale è stato il primo salto altissimo della tua vita o quello che ricordi come primo?
A nove anni, dopo la mia prima operazione, ho potuto mordere il mio primo panino. Fino ad allora non potevo masticare. È stato il primo “salto altissimo”, che dovrebbe ricordarci quanto le vere conquiste stiano nelle piccole cose di tutti i giorni, date per scontate.

C’è una domanda che avresti voluto che ti facessi? Se sì, quale?
In tanti mi chiedono se io sia felice, forse perché da un disabile si aspettano lamentele e piagnistei, o magari auto-commiserazione e vittimismo. Per cui rispondo come rispondo agli altri: no, non sono propriamente felice perché ritengo la piena felicità un concetto abbastanza utopico (seppur non impossibile). Sono, però, “contento”, che lo giudico molto più importante: la contentezza è una parola che abbiamo solo noi, in italiano, e spesso ce ne dimentichiamo. Dovremmo riscoprire il valore e la bellezza dell’esser contenti, perché c’è tanto bisogno di cose semplici che stiano in mezzo, né troppo in basso né troppo in alto.

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