20 Ottobre Ott 2018 0744 20 ottobre 2018

La manovra del popolo fa godere le élite (e col declassamento di Moody’s iniziano i guai seri)

Dopo il declassamento di Moody's il nostro debito è quasi spazzatura. E all’orizzonte c'è un'altra settimana di crolli in borsa e fughe di capitali: una situazione a esclusivo beneficio di chi specula sull’Italia, che ci impoverisce ogni giorno che passa. Era questo che volevamo?

Piazza Affari Linkiesta

Il sovranismo non è un pranzo di gala, direbbe Mao, uno che di rivoluzioni se ne intende. E la speranza è che gli italiani che hanno votato in massa per due forze politiche che avevano raccontato loro la terra del latte e del miele - se spendiamo, cresciamo, se cresciamo il debito va giù anche se spendiamo - lo sapessero, in qualche modo, che il conto, almeno all’inizio sarebbe stato molto salato. Che il governo per il popolo e contro gli speculatori sarebbe stato, almeno all’inizio, un incubo per il popolo e una manna per gli speculatori.

I dati, a pochi mesi dall’insediamento del governo, sono impietosi. Lo spread tra Btp e Bund stabilmente oltre i 300 punti base, ma soprattutto quello tra titoli di stato italiani e greci sceso pericolosamente sotto i 100 punti. Il declassamento delle agenzie di rating, ieri c’è stato quello di Moody’s, che posizionano il nostro debito appena sopra la soglia della spazzatura, al pari di Ungheria e Romania, poco sotto la Bulgaria, poco sopra l’Argentina. I 17 miliardi scappati dall’Italia solo ad agosto, cui probabilmente se ne sommeranno più che altrettanti a settembre, ottobre e novembre. E, all’orizzonte, il problema banche - piene di titoli di stato, e quindi di “quasi spazzatura” - pronto a esplodere.

Lo spread tra Btp e Bund è stabilmente oltre i 300 punti base. Quello tra titoli di stato italiani e greci è sceso pericolosamente sotto i 100 punti. Il declassamento delle agenzie di rating, ieri c’è stato quello di Moody’s, posizionano il nostro debito appena sopra la soglia della spazzatura, al pari di Ungheria e Romania, poco sotto la Bulgaria, poco sopra l’Argentina. E sono 17 i miliardi scappati dall’Italia solo ad agosto

Può non fregarvene nulla di tutto questo. Potete addirittura pensare che sia un ricatto dei poteri forti per far cadere il governo del cambiamento. In realtà, si tratta solo di gente che, nel migliore dei casi, tutela i propri investimenti. O nel peggiore, di squali in una vasca di squali - questa è, la finanza, se non lo sapevate - che non vede l’ora di guadagnare sui problemi altrui: «Se i mercati crollano perdiamo noi: il pensionato, il povero, il giovane, a cui tocca la fila agli sportelli bancari, come in Grecia», ci aveva raccontato il finanziere Guido Brera qualche mese fa, e forse dovremmo ricordarcela ora questa verità piuttosto lapalissiana. Che le vere manovre del popolo sono quelle che non bruciano capitali nella fornace dello spread, dei crolli in borsa, delle fughe dei capitali, dei crac bancari. Che non si è mai sovrani quando si ha un debito che supera di quasi una volta e mezzo quel che si guadagna. Che sui mercati non esiste pietà per i popoli, né attestati di stima per il coraggio. Che chi fa il furbo prima o poi la paga cara.

Ed è solo l’antipasto, ovviamente. Perché quel che stiamo vedendo oggi non è nemmeno paragonabile a ciò che accadrebbe se la situazione si aggravasse al punto tale di contemplare l’ipotesi del piano B di Savona, l’uscita alla chetichella dalla moneta unica. E se la nostra scommessa - meglio: la scommessa di chi ci governa - è quella di sperare che l’Italia sia troppo grande per fallire, troppo pericolosa da far esplodere ci permettiamo di far notare che forse è un po’ azzardata, visto che ci stiamo giocando tutti i nostri risparmi. E che se si perde, se davvero, come ha detto Moscovici, l’Europa non teme il contagio, se la linea sarà quella di isolarci e non di salvarci, se passerà l’idea che l’Italia sia eterodirette da potenze straniere che vogliono la distruzione dell’Unione, le cose si metteranno davvero male. E a guidarci, nell’ora più buia, saranno le manine di Di Maio e Salvini, Conte e Savona. Allacciate le cinture.

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