23 Ottobre Ott 2018 0600 23 ottobre 2018

Le femministe dure e pure: “Lasciate che il principe baci Biancaneve”

Dialogo con Silvia Motta, sociologa, tra le iniziatrici del femminismo italiano e storica collaboratrice della Libreria delle donne di Milano sul ritorno del femminismo tra youtuber, magliette e borse

Biancaneve Linkiesta
Fotogramma del film Biancaneve

Una donna prende la parola durante una riunione. Racconta un sogno, lei leader femminista che propone una soluzione: l’eliminazione degli uomini. Non tutti certo, alcuni vanno preservati. In molti sono convinti che le femministe sia tutte così e magari immaginano anche che durante le riunioni del movimento per la liberazione delle donne avvengano scene del genere. Bene, effettivamente è successo, anche se ovviamente si trattava di un discorso metaforico e per fortuna ha destato una certa ilarità nella sala. E anche un “Madonna, sai che noia”.
È vero però che non tutti hanno le idee chiare su cosa vuol dire oggi, o se abbia ancora senso, definirsi femministe. Femminismo. La sola parola è stata demonizzata per decenni. Poi all’improvviso Non una di meno, il movimento Mee Too e torna a poter essere pronunciata.

Il femminismo ha ripreso ad essere qualcosa di cui andare fiere, da indossare. Non solo metaforicamente: magliette con slogan, facce, borsette con frasi e facce di donne simbolo, gigantografie e mostre sul potere della donna. E come sempre accade social media e siti spuntano come funghi. Tra le mission di questi nuovi templi del femminismo si legge: «Il primo media italiano di nuova generazione che si rivolge a un pubblico di donne millennial». Gruppi di giovani donne affermano che nel 2011 «pareva impossibile che non esistesse ancora un rivista in lingua italiana per le ragazze. Nel senso di “per ragazze in quanto persone pensanti”». Eppure ci sono riviste che vengono pubblicate, anche con regolarità dagli anni ’70. Hanno preso a circolare video di youtuber femministe, o così definite. Le riviste femminili ne hanno individuate due italiane, su una decina in tutto il mondo, e le hanno segnalate come da tenere d’occhio. E dopo l’industria 4.0, la rivoluzione 4.0, si inizia a parlare anche di femminismo 4.0. La curiosità è troppa. Cosa avrà da dire questo femminismo 4.0 e come lo dirà? Così a vedere, leggere e sentire, sembra che ci sia una mancanza di comunicazione tra il movimento storico e questa nuova generazione, o almeno con parte di questa.

Siamo in mano ai barbari. I passi indietro a cui stiamo assistendo sono responsabilità congiunte del fallimento della sinistra

Silvia Motta

Le riunioni dei gruppi storici sono molto partecipate, ma i capelli bianchi e grigi la fanno da padroni, e le più giovani cercano la loro strada per impegnarsi. Il movimento dopo decenni è probabilmente in un periodo di riadattamento. Come scrive nel Manifesto per un nuovo femminismo(Mimesis Edizioni) Maria Grazia Turri: “Le donne dovranno quindi interrogarsi sia intorno ai confini del proprio potere, compreso il potere dato dal piacere della seduzione, sia approfondire e travalicare il confine fra spazio privato e spazio pubblico e per farlo dovremo esercitare tutto il potere dell’immaginazione su di noi e sulle nostre relazioni”.

Chissà questi nuovi guru del movimento del girl power come li vedrebbe una donna che per i diritti delle donne si è battuta tutta la vita. Una di quelle che è riuscita a ottenere le modifiche del diritto di famiglia, la legge sull’aborto e l’anticoncezionale. Una femminista di quelle che sui quotidiani dell’epoca veniva apostrofata come “arrabbiata”, che veniva associata ancora al “sesso debole”.
Sui social è scoppiato un putiferio dopo che l’attrice Kristen Bell, la Veronica Mars del piccolo schermo, ha dichiarato di usare la favola di Biancaneve per spiegare il consenso ai suoi figli di 5 e 3 anni. Biancaneve in questa visione della storia essendo addormentata non avrebbe potuto esprimere il suo assenso al bacio del principe.

«Questo è il politically correct americano, non femminismo. Non conosco i personaggi e la vicenda, ma credo che andrebbero scritte storie nuove e non reinterpretate male quelle vecchie. Anche se anch’io ogni tanto modifico le fiabe per il mio nipotino». Ride forte dicendomi queste cose Silvia Motta, sociologa, 72 anni, tra le fondatrici del Movimento delle donne di Trento. Lei non ha fatto parte della stragrande maggioranza delle donne. Lei insieme a tante altre, ma non tutte, si è battuta, ha partecipato ai gruppi di autocoscienza, ha vissuto le comuni del ’68, ha occupato le università e ha lottato per la liberazione della donna quando abortire era un reato.

Subito dopo le mostro uno dei video delle youtuber che spiegano ai giovani italiani cosa sia il femminismo. Nell’episodio in questione ci sono un ragazzo, una ragazza e un barista. L’uomo dietro al bancone al momento del pagamento non accetta i soldi della ragazza, mentre prende quelli del maschio. Giustifica il gesto con un accenno alla galanteria del ragazzo. A quel punto la youtuber piazza una scenata, manda tutti a fanculo ed esce dal locale.
Durante la visione osservo la Motta, le scappano diverse risate e alla fine con un po’ di diplomazia cerca di elencare le cose positive che ha visto: l’importanza di usare i nuovi strumenti, l’enorme platea con cui si entra in contatto, il parlare della propria esperienza e…

E…?
È difficile. Allora passiamo a ciò che ha trovato discutibile. Ci vedo una certa debolezza. Ad esempio si parla ancora di parità, sarebbe ora che non si usasse più questa parola. Perché continuate ad usarla? Dite non discriminazione, così almeno ci capiamo meglio. A cosa serve un insulto? Per altro non ne ha usato neanche uno molto originale. L’episodio che lei racconta mi sembra tirato un po’ per i capelli. Non è per niente illuminante rispetto alla vita reale. Lei poi nei fatti non si ribella alla discriminazione, anzi avalla lo stereotipo. Il suo comportamento non parte da un sentimento di libertà.

Questo video è stato visto da più di 30 mila persone, tra i 15 e i 40 anni, e i followers sostengono il femminismo di questo personaggio.
Non è femminismo. Almeno non per come lo intendo e l’ho vissuto. Si tratta di operazioni di presenzialismo. Con questo tipo di interazione si costruisce un contatto e si dicono cose, ma non basta affermare qualcosa perché questo si realizzi. Il movimento delle donne ha come sua specialità proprio quella delle relazioni tra donne. Relazioni che sono reali e non soltanto specchio di quello che si pensa».

È come se ci si volesse identificare nel movimento per la liberazione delle donne ma per slogan?
Sì, anche questo è un prodotto della rivoluzione tecnologica.

La considera un’operazione debole? Un femminismo di facciata?
È ancora tutto quasi troppo iniziale per giudicare.

Però non si può negare che definirsi femministe sia diventata una moda?
È stato lanciato come brand, ma non importa. In questa società capitalistica è ovvio che venga usato così. È chiaro che ci vuole un lavoro di demistificazione

Come quello che fanno siti come Freeda?
Freeda mette insieme Virginia Woolf e la crema per togliere la ruga. È un’operazione di business, non è certo un progetto nato da donne per la consapevolezza delle donne. Però persino lì, cercando accuratamente, si possono trovare dei contenuti.

E il movimento delle donne nel frattempo a che punto è?
Produce pensiero, visione politica e di cambiamento. È ciò che facciamo da 50 anni con la Libreria delle donne, ci incontriamo, discutiamo e cerchiamo di creare proposte.

In che modo? Quale cambiamento?
In ogni campo, dall’economia al lavoro. Si discute di un cambio di civiltà. Il Me Too ha spaccato il fronte maschile, il patriarcato e il suo sistema globale, economico e finanziario, sono in profonda crisi. In parte questo stravolgimento è frutto della caduta della gerarchia uomo e donna.

Insomma non siete donne che parlano di cose di donne
Non lo siamo mai state, ma hanno sempre cercato di raccontarci così.

Una delle critiche verso il movimento però è che stiate sempre chiuse a parlare tra di voi?
Forse è vero, anche mia figlia mi dice spesso questa cosa. Però se ci si riflette tutto ciò che è stato fatto dal movimento ha creato le basi ed il terreno per il Me Too e per Non una di meno. Adesso tutto va più veloce, le cose accadranno più rapidamente, ma non sarebbero state possibile senza il pensiero.

La sensazione in Italia però non è di progresso, semmai di regressione. Il decreto Pillon la dice lunga sul punto in cui siamo?
Siamo in mano ai barbari. I passi indietro a cui stiamo assistendo sono responsabilità congiunte del fallimento della sinistra. Il movimento un pochino contava sulla sinistra italiana e invece abbiamo avuto dei leader che non sono stati neanche sfiorati da questa trasformazione profonda del ruolo della donna. La gente sta vivendo un periodo segnato da disuguaglianze radicali e viene attirata da risposta semplici pensando che siano giuste.

Oggi manca una persona in cui identificarsi, una che si opponga con autorevolezza a tutto ciò?
Penso alle donne che si continuano ad occupare di abusi e violenze, che accolgono senza discriminazione sessuale, politica o religiosa come La Casa delle Donne e i movimenti.

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