24 Ottobre Ott 2018 0556 24 ottobre 2018

Chi erano i beat italiani che facevano tenerezza a Ginsberg

Dialogo con Alessandro Manca, autore di I figli dello stupore, dove racconta la “beat generation italiana” e uno dei padri del movimento, il poeta e pedagogista Gianni Milano

Allen Linkiesta

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Anche il disordine è arte, la dissipazione un delirio estetico, precipitare nell’iride crudele di un verso, infiammarsi nell’effimero. Dei Beat sappiamo tutto o quasi: il fenomeno letterario – che poi divenne ‘sociale’ e stabilmente ‘pubblicitario’ – che ha per paladini – nella difformità degli esiti estetici – Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, esplose con la pubblicazione di On the Road. In Italia, fu ‘Nanda’ Pivano a divulgare il verbo Beat; eppure, c’è stato un fenomeno del tutto nostrano, quasi alieno agli Usa, di alienati dalla società, di poeti alieni, di “randagi agnelli angeli fottuti” – così un ‘manifesto’ del 1967 firmato da Gianni Ohm alias Gianni De Martino – le cui “coordinate letterarie… erano state Pavese, Fenoglio, Sartre, Céline, Joyce” (Francesco Tabarelli), prima di subire l’ipnotico, lisergico fascino dei beatnik. Gianni Milano fu uno dei cavalieri della beat generation de’ noantri, ed è emblematico il suo aneddoto: quando incrociò Allen Ginsberg, il guru di Howl gli urlò in faccia, “Mi fate tenerezza, siete i nostri nipotini, ma il beat è morto”.

Alessandro Manca – studioso che si è formato su Pier Vittorio Tondelli – ha curato un repertorio molto interessante sulla “beat generation italiana”, I figli dello stupore (Edizioni Sirio, 2018; con film di Francesco Tabarelli in allegato), che finalmente mette in ordine un movimento disordinato di cui molto s’è detto, poco si sa e che fu storicamente annientato dal magma del Sessantotto. Alfonso Gatto li guardava con simpatia (“I beats hanno, quasi tutti, occhi chiari e fieri, cercano l’essere dal parere… Io li rispetto: è un fenomeno che ha dato e darà vita a nuovi erranti, a nuovi necessari errori”), e con inattuale simpatia vanno letti i proclami politici espressi attraverso la rivista ‘dis-organica’ Mondo Beat, pregni di una radicalità e ingenuità spesso salutare (“Votare significa scegliere le etichette intercambiabili… tutto è sempre uguale, perché tutti in fondo rappresentano un padrone”, scrive Agor nel 1966, e dire che ha visto giusto è tautologia). A chi s’interessa di fatti letterari più che ‘storici’ – eppure, che bello il mito ricorrente di una vita sotto le stimmate della poesia, nei sotterranei, di un mondo stigmatizzato dal bello, dalla rapinosa, a volte tragica, rinuncia a tutto – sorprende vedere – ad esempio, nel poema Guru di Gianni Milano – certi stilemi che furono di Piero Jahier e di Giovanni Boine, oppure quella trasandatezza lirica, da ‘anti-’ costanti, che fu degli Scapigliati.

Di certi testi che sono puro ‘gesto’ – ad esempio, Is di Vincenzo Parrella, una sfilza di parole sincopate – non resta che la testimonianza di un tempo perduto, altri, invece, risuonano ancora oggi, e andrebbero ripescati (più che l’istintuale Eros Alesi, benvoluto da Antonio Porta, alfiere di “un contatto che si fonda sulla verità”, come scrisse Giuseppe Pontiggia, che si uccide neppure ventenne nel 1971, sigillando per sempre l’esperienza beat nostrana, va letto il romanzo psichedelico di Andrea d’Anna, Il Paradiso delle Uri, che passò per Feltrinelli nel 1967). Gli ‘angeli della desolazione’ di casa nostra, straccioni Rimbaud, metropolitani Siddharta, furono stritolati dai vezzi intellettuali del Gruppo 63 e dalla retorica preconfezionata della letteratura ‘d’impegno’, politicizzata. Anche in questo fallimento sta la differenza con gli Usa: qui da noi i ‘ribelli’ radicali non hanno via. D’altronde, in Italia, siamo abituati al triclino mica all’autostop. (d.b.)

Intanto: quanto dura il fenomeno del ‘beat’ italiano, intorno a quali riviste e autori, sotto quale magistero o ispirazione?

Il ‘beat’ nostrano si materializza negli anni dal 1965 alla fine del 1967. Come ricorda in un’intervista con Luigi Bairo uno dei ‘papà’ di quel fenomeno, il poeta e pedagogista Gianni Milano (classe1938), a partire dal 1965, gruppi di giovani della marginalità metropolitana, si ritrovarono nei parchi, nei giardini pubblici, nelle metropolitane delle principali città italiane. Li univa non la conoscenza della scena americana o una qualche ideologia specifica, quanto l’asfissìa per il sistema di vita nostrano, il desiderio di verità, di espressione, di pace, l’antimilitarismo, il rifiuto del consumismo e delle mode, l’anarchismo. La parola d’ordine di quegli anni fu ‘Non contate su di noi’. E la stessa cosa avveniva a Milano, a Torino a Genova, a Lucca, a Firenze, a Roma. E anche in provincia, come a Monza e a Cinisello Balsamo, per fare due esempi lombardi. Furono tempi di capelli lunghi e minigonne, di letture poetiche in pubblico fischiate e minacciate da lancio di ortaggi, di fame viscerale, di fughe da casa di minorenni innamorati, di comunità povere ed estasiate. Anni in cui lo scrivere e il fondare riviste e fanzine fu visceralmente legato alla possibilità e alla speranza di ambire a nuove fratellanze, al conoscersi nel magma delle profondità e da condizioni iniziali di grande solitudine ed emarginazione sociale.

In quell’Italia – ricorda Milano – si viveva in un bolla illusoria ed illudente: la chiamavano ‘boom economico’ che riguardava, come sempre, i soliti e non coloro che più ne avrebbero avuto bisogno. Vero è che le merci giravano e il loro acquisto diveniva uno status symbol ma altrettanto vero è che questo non ampliava l’area di auto-liberazione ed emancipazione. I “più” divenivano “clienti” e consolidavano un sistema repressivo-paternalistico con la benedizione del Vaticano, a volte sornione, a volte corrucciato. Insomma: si era, in Italia, come ranocchie in uno stagno, senza grandi visioni, senza ampi respiri culturali e politici. Mancava, insomma, la percezione della vita come esistenza irripetibile e si preferiva recitare, male, il paludoso dramma d’una rivoluzione abortita nel “tutti a casa”. Anche le contestazioni, in Italia, scivolavano lungo canovacci già praticati: quasi si temeva di volare. Il moralismo, poi, che annichiliva in una burletta il senso dell’etica, ungeva i giorni. Si pativa la mancanza di “vere” prospettive e di vere domande. Alcuni – inizialmente non molti – non si trovavano a casa in questo orizzonte e l’unica possibilità, faticosa e pericolosa, era nuotare controcorrente, tagliandosi fuori dallo stagno dei ranocchi.

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