25 Ottobre Ott 2018 0557 25 ottobre 2018

Ci risiamo: l’incubo banche rischia di far deragliare anche Lega e Cinque Stelle

L’incubo è lo spread a 400: se succede, le banche italiane vanno in sofferenza. Il problema è serio, perché si intreccia con quello dei titoli di Stato, di cui gli istituti di credito sono zeppi. E com’è accaduto a Renzi, dare i soldi alle banche potrebbe essere fatale pure per i gialloverdi

Mps Piazza

Dice Lugi Di Maio in tv a DiMartedì: «Il governo precedente ha buttato i soldi per ricapitalizzare le banche». Dice Giancarlo Giorgetti a Porta a Porta: «Se lo spread supera quota 400 dovremo ricapitalizzare le banche». Contraddizioni in seno al governo del cambiamento? In realtà lo stesso Di Maio aveva riconosciuto il giorno prima che il governo sta tenendo sotto osservazione le banche, in particolare il Monte dei Paschi di Siena controllato dal Tesoro: un suo eventuale collasso sarebbe in ultima istanza a carico dei contribuenti e in prima istanza andrebbe ad aumentare il debito pubblico. Dunque, anche il leader pentastellato si rende conto che l’anello più debole della catena giallo-verde non è nemmeno il deficit pubblico con quella percentuale, simbolica quanto pericolosa, di 2,4, ma il sistema bancario attraverso il quale passa la linfa vitale dell’economia.

Di Maio di banche ne sa davvero poco mentre Giorgetti ne sa eccome avendole bazzicate da sempre, tra Crediteuronord e fondazioni, senza contare suo cugino, quel Massimo Ponzellini già presidente della Banca Popolare di Milano. Honi soit qui mal y pense e Giorgetti pensa bene, perché lo spauracchio di quota 400 è stato agitato dal Crédit Suisse in un rapporto secondo il quale la maggior parte delle banche italiane non sarebbe in grado di sopportare uno spread a quel livello. Il problema, infatti, è che le banche italiane sono zeppe di titoli di stato (circa 370 miliardi di euro) e un aumento del grado di rischio, rispecchiato dai rendimenti, scassa i bilanci. È il circolo vizioso nel quale l’intero sistema creditizio e finanziario è intrappolato. Il governo da un lato si rende conto che dovrebbe spezzarlo, dall’altro lo alimenta perché intende spingere le banche e i risparmiatori ad acquistare più titoli di stato nella speranza di controbilanciare le vendite da parte dei fondi e delle istituzioni creditizie estere.

Non solo. La discesa delle borse in questi mesi ha depresso la capitalizzazione azionaria, in modo molto consistente: le cinque principali banche italiane (Unicredit, Intesa, Ubi, Bpm, Bper) hanno perso 24 miliardi di euro dall’inizio dell’anno. Il titolo Monte dei Paschi che dal rientro in borsa il 25 ottobre 2017 fino al maggio scorso aveva ceduto il 35% è sceso da 3,23 a 1,37 euro; la banca vale adesso circa un miliardo e mezzo di euro. L’ipotesi di nazionalizzarla definitivamente (il Tesoro ne possiede il 68%) ha provocato una reazione negativa a piazza Affari.

Ricapitalizzare, dunque, può rivelarsi una necessità assoluta, ma chi ricapitalizza? Il governo? E come? Con altri soldi presi a prestito? Certo non tagliando le pensioni e il reddito di cittadinanza. Potrebbe rivolgere un appello patriottico affinché i grandi risparmiatori, i capitalisti, gli industriali mettano mano al portafoglio per comprarsi quote delle banche, ma non si tratta di spiccioli, servono molti miliardi e sul mercato, quanto meno sul mercato italiano, non ci sono. L’esempio di Unicredit lo dimostra. Nella primavera dello scorso anno, dunque mentre la congiuntura economica era migliore, ha chiesto al mercato 13 miliardi, hanno risposto soprattutto dall’estero, sia gli arabi del fondo Aabar di Abu Dhabi sia gli investitori istituzionali americani. Oggi sono stranieri tre azionisti su quattro. Il dilemma dello spread diventa dilemma del capitale, insieme contribuiscono ad alimentare l’allarme banche.

Un assaggio lo avremo dopodomani quando Standard & Poor’s dovrà pubblicare la sua pagella sul debito italiano. Oggi il rating è BBB, due punti sopra il livello considerato spazzatura; potrebbe scendere di uno scalino con outlook stabile, come ha fatto Moody’s, lasciando così aperto uno spiraglio o potrebbe infierire, a quel punto i titoli di stato diventerebbero indigeribili persino dalla Bce, lo spread salirebbe oltre la fatidica quota 400 e lo scenario peggiore prenderebbe corpo.

Il problema, infatti, è che le banche italiane sono zeppe di titoli di stato (circa 370 miliardi di euro) e un aumento del grado di rischio, rispecchiato dai rendimenti, scassa i bilanci. È il circolo vizioso nel quale l’intero sistema creditizio e finanziario è intrappolato. Il governo da un lato si rende conto che dovrebbe spezzarlo, dall’altro lo alimenta perché intende spingere le banche e i risparmiatori ad acquistare più titoli di stato.

Le banche italiane sono particolarmente deboli perché la recessione è stata pesantissima, lo si vede dal balzo dei non performing loans, i crediti deteriorati se non proprio marci e dal crollo dei valori borsistici: 77% in meno dal 2007 al 2017. In più, la crisi s’è abbattuta su un settore in ritardo, sostanzialmente inefficiente, che non aveva incorporato le nuove tecnologie a cominciare da internet, con troppi sportelli, troppi dipendenti, pochi servizi ad alto valore aggiunto. Le banche italiane continuavano a fare utili sostanzialmente dalla differenza tra tassi attivi e passivi, con la caduta dei tassi d’interesse entrati addirittura in territorio negativo, sono rimaste a secco. In questi anni hanno avviato la inevitabile riconversione, ma sono a metà del guado.

Il balzo dello spread, quindi, è una nuova mazzata che arriva mentre il cambiamento necessario non è ancora compiuto. Il peso dei costi fissi s’aggiunge al fardello dei titoli di stato, una via d’uscita potrebbe essere accelerare la concentrazione delle banche piccole e medie che sono senza dubbio le più esposte, ma non sarà facile. Alcune fusioni sono state deludenti, altre sono apparse un vero e proprio errore (si pensi al Montepaschi con l’Antonveneta). Ora si parla di maritare Carige, la Cassa di risparmio di Genova, ma l’Ubi, lo sposo ambito, si ritrae. Il rischio è elevato perché qui più che mai vale la legge teorizzata dal banchiere inglese Gresham nel XVI secolo: la moneta cattiva spiazza quella buona.

Si prepara, così, una terribile nemesi per i populisti che hanno raccolto voti sparando sui salvataggi e promettendo lauti rimborsi agli “ignari risparmiatori” imbrogliati da banchieri truffaldini. I partiti che hanno tirato a pallettoni su Matteo Renzi per la Banca dell’Etruria e su Paolo Gentiloni che ha nazionalizzato “temporaneamente” il Monte dei Paschi, adesso si trovano a cercare soldi per rafforzare le banche colpite proprio da una politica economica all’insegna dello spendi e spandi. Se si arrivasse a quota 400, quel che dice Giorgetti avrebbe poche alternative: che cosa racconteranno allora i Cinque stelle al popolo del web? Basterà la narrazione (alias propaganda) a mascherare la realtà?

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