25 Ottobre Ott 2018 0552 25 ottobre 2018

Perché l’idea di mettere in mare il Titanic II è oscena, offensiva e pericolosa

Il naufragio del transatlantico, nel 1912, fu il simbolo di un’epoca irrisolta, combattuta tra ovazioni per il progresso e timore per la perdita della propria identità. Questa volta, si spera, andrà meglio. Ma cosa simboleggerà questo reboot?

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Visto che la prima volta è andata bene, perché non rifarlo? Lo spirito con cui il businessman australiano Clive Palmer ha deciso di mettere in mare il Titanic II è improntato al massimo ottimismo. È una vecchia idea, in realtà: sfidare il tabù del transatlantico affondato nel 1912, nonostante possa sembrare un poco irriverente, lo affascina da anni. Il progetto era stato lanciato nel 2012, poi una disputa con il governo cinese ha bloccato tutto nel 2015. Ora, dopo tre anni, si può riprendere a parlarne.

Il senso di tutto questo non è chiaro. L’idea è di rimandare in mare una nave uguale al primo Titanic: che abbia gli stessi ornamenti, segua la stessa rotta, ma con molte più scialuppe. Perché, visto il nome, non si sa mai. In più ci saranno anche tutti gli strumenti moderni per la navigazione. Insomma, se stavolta stanno attenti agli iceberg in circolazione, potrebbe anche andare bene.

Il nuovo transatlantico, però, non farà una tratta più lunga. Come nel 1912, porterà passeggeri da Southampton a New York, ma sarà solo una piccola parte del suo viaggio intero. Visto che non ci si stanca mai di sfidare la sorte, stavolta dovrà circumnavigare il mondo. Per cui la partenza, fissata per il 2022, sarà in realtà da Dubai.

Anche in questa seconda edizione sono previste tre diverse classi, in cui saranno distribuiti i 2.435 passeggeri (i coraggiosi). Resta solo una domanda: ma è giusto fare una cosa del genere? Cosa si aspettano – o desiderano – le persone che si imbarcheranno, se mai ci sono?

Come si spiega in L’apocalisse della modernità, libro dello storico italiano Emilio Gentile, la sciagura del Titanic, oltre a costituire una delle più gravi catastrofi della storia dei naufragi, è riuscita a rimanere nella coscienza di un periodo (fino a diventare paradigmatica, mitologica perfino) perché interpretava alla perfezione speranze, illusioni e aspettative di un periodo, la Belle Époque. In un mondo confuso dalle conquiste tecnologiche, dagli avanzamenti brucianti e improvvisi, l’ipotesi di navigare in poco tempo dall’Inghilterra agli Stati Uniti aveva, al tempo stesso, il sapore dell’estrema insolenza e della vittoria dell’essere umano sulle forze del destino e della natura.

Non andò così, come è noto. E il duello tra cantori del progresso e gli apocalittici timorosi di un crollo della civiltà riverbererà pochi anni dopo fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Quando oltre a un transatlantico, andrà a picco tutto un mondo, un secolo, una cultura. Ora, viene da chiedersi: cosa dice di noi e di questa epoca questo secondo Titanic?

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