26 Ottobre Ott 2018 2005 26 ottobre 2018

Assange, l’udienza è sospesa perché il traduttore non capisce ”l’australiano”

Sembra assurdo, ma l’interprete parlava solo inglese. E secondo il giudice è stato un errore della corte selezionarlo per questo processo. Eppure, a ben guardare, anche se le due varianti sono intellegibili mutualmente, non sono proprio la stessa cosa

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Justin TALLIS / AFP

Il traduttore dallo spagnolo all’inglese non andava bene. Secondo Julian Assange, fondatore (ma non più capo) di Wikileaks, l’interprete per la prima udienza della sua causa contro il ministero degli Esteri dell’Ecuador era “incomprensibile”. Per questo motivo il giudice ha chiesto, come sostituto, qualcuno che fosse fluente in “australiano”.

“La corte ha sbagliato”, ha detto il giudie Karina Martinez, “a scegliere un traduttore che sapesse solo l’inglese”. E verrebbe da pensare che secondo il magistrato le due lingue, che poi altro non sono che varianti dialettali della stessa, siano incomprensibili mutualmente.

Come è ovvio, non è così. Anzi. Anche se da tempo LinkPop cerca di raccontare le differenze tra inglese britannico e inglese australiano, il divario non risulta così esteso. Gli anglofoni, a dirla tutta, si capiscono più o meno sempre. Ma il punto è proprio questo: più o meno.

LinkPop sfida chiunque a capire al volo che “a good lurk” per gli australiani vuol dire “a good job”, cioè un buon lavoro. O che “a pom” indica un inglese. O che i cavalli non sono “horses” ma “neddies”. E i canguri non si chiamano “kangaroo”, ma basta “roo”.

E se Assange avesse raccontato di un episodio in cui, a un certo punto, si fosse trovato in mezzo al nulla – cosa che un britannico indicherebbe come “middle of nowhere” – avrebbe senza dubbio usato l’espressione “back of bourke”. Del resto in Australia se uno dice stupidaggini, non dice cose “nonsense”, come accade a Londra, ma “piffle”.

E per dire “zitti”? Un bello “shut up” funziona sempre. Anche se dall’altra parte del mondo si usa “Belt up”. Insomma: chi cerca di tradurre dall’inglese australiano senza conoscerlo, farà sempre la fine dell’”Alf”, cioè dello stupido. E per imparare avrà bisogno di un “teacher”, cioè un “chalkie”.

Risulta chiaro, allora, che la decisione del giudice è giusta. Se Assange volesse parlare in australiano stretto creerebbe difficoltà a eventuali traduttori. Per quelli non madrelingua, poi, sarebbero insormontabili. E visto che non possono esistere motivi di incomprensione linguistica nei processi, anche il traduttore dovrà essere ferrato. O eccellente, che in Australia è “ace”.

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