Bastone e Carota
26 Ottobre Ott 2018 0555 26 ottobre 2018

Le anime frignanti di Teresa Ciabatti? Meglio leggere direttamente Sveva Casati Modignani

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato. Teresa Ciabatti usa (male) l’espediente narrativo del grande dolore. La Casati Modignani sa fare soap literature con il cinismo che ci vuole

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Il bastone. Noemi è piccola, tiene il fratellino per mano, si chiama Andrea, nel turbinio di Carnevale scompare. Caos nazionale, genitori disperati, solidarietà patria: il bimbo, straordinariamente ariano (“occhi azzurri… capelli biondissimi”), non si trova. Noemi cresce, va via di casa, trafitta dalla tragedia ma non travolta, si unisce a Davide, grasso, “pigro, compulsivo nel mangiare”: il tempo dell’amore – con quella certa fame di sesso – è sfibrato, i due ora si vogliono bene come una coppia di peluche. La mamma di Noemi, melodrammatica come una Madama Butterfly, si fila un ragazzo assai più giovane di lei, Luca, in cui vede specchiato il perduto Andrea. Noemi pensa che questo Luca, che “sa come prenderla. La gratifica”, in realtà sia un profittatore, voglia fottere i soldi di mammà. Infine, presa dalla malia della nostalgia, l’anima di Noemi frigna. Il frigido romanzo di Teresa Ciabatti, stampato dalla neonata editrice Solferino – spin off di Rcs, sorellastra del Corriere della Sera: in sostanza, non fanno scouting, magari, pubblicano i soliti nomi, i quali, per dovere di cronaca, esplicitano la pratica con la mano sinistra – si riassume in una manciata di frasi. Non sperate di trovare altro.

Vorrebbe essere una docente del dolore, la Ciabatti; non è altro che una stratega della tautologia, sputa nel risaputo. Lo schema è quello della figliola sfigata vampirizzata dal bimbo perfetto e perduto, con la tragedia che ti fa figa (la mamma “piangeva, invocava il figlio, eppure… mai l’avevo vista tanto bella”), una pepata di filosofia spiccia (“Come siamo fatti. Belli brutti, grassi magri, mori biondi, biondissimi, ossa. Poi polvere. Saremo polvere, e ci mischieremo alla terra”: pallida reminescenza del biblico Qohèlet), la solita soap della mamma megera (“…quella donna menzognera, ingrata, manipolatrice che da un letto riusciva a tenere sotto scacco l’intera famiglia…”).

A chi può interessare una vicenda simile, sgravata dal polistirolo? Una puntata qualsiasi di Chi l’ha visto? è più eccitante: i personaggi hanno una sbozzata personalità, le storie trasudano pena, sangue e meschinità. Qui di meschina, sciapa e sciupata c’è solo la scrittura della Ciabatti – ce ne siamo accorti da La più amata –, che fa sembrare Marguerite Duras più complessa di Marcel Proust e Liala un Gadda in minigonna. L’escamotage letterario, per altro, fa incazzare di tenerezza. La Ciabatti pensa che basti la tragedia dalla lacrima facile – il bimbo svanito nel gorgo dei coriandoli – e una fanciulla ‘sbagliata’ per imbavagliare l’istinto critico di un lettore normodotato. La vispa Teresa, insomma, ci crede coglioni. Per fortuna, in una mitica chiacchierata con Cameron Crowe, Billy Wilder ha spiattellato la scomoda verità, “gli attori per vincere l’Oscar devono fare gli storpi o i ritardati… si sapeva in partenza che Dustin Hoffman avrebbe vinto l’Oscar per il ruolo dell’autistico in Rain Man. Che fatica costruire il personaggio, eh? Stronzate”. In letteratura vale più o meno la stessa regola. Ecco, il romanzo – meglio, il taccuino di appunti lunatici – della Ciabatti fa l’effetto di una cagatina. Per lo meno, non vincerà l’Oscar.

Teresa Ciabatti, Matrigna, Solferino 2018, pp.206, euro 16,50

La carota. Nel romanzo non esistono ‘generi’ – semmai una germinazione di grandezze. A voler essere spietati, però, è una donna, un millennio fa, Murasaki Shikibu, a fare del romanzo il luogo dove si disseziona l’amore e si frequenta il labirinto della seduzione; è George Eliot a perfezionare la macchina narrativa, mentre Virginia Woolf mette olio linguistico e manna cerebrale. I miei gusti sono noti, pochi, li denuncio di continuo: Veronica Tomassini è una narratrice spregiudicata, Francesca Serragnoli una poetessa dalla perfetta crudeltà. Per stare tra le novità editoriali, basta un crocevia di versi di Antonella Anedda (Historiae, stampa Einaudi) ad annientare le vaghe velleità letterarie della Ciabatti, leggete qui: “Nella scossa che i cani annunciavano latrando stamattina/ con i musi puntati verso uno sciame di api immaginario/ il pavimento slitta verso il vuoto. Anche noi/ fuggiamo nell’onda di una memoria della specie”.

Piuttosto, il romanzo della Ciabatti ha il merito – senz’ombra di scherno – di rivalutare il talento di Sveva Casati Modignani. Dietro il nome fittizio – una Elena Ferrante d’alto bordo – si cela, come si sa, l’ottantenne Bice, che ha sulle spalle – insieme al marito Nullo Cantaroni, poi in solitaria – una sfilza di romanzi, non certo invidiati da chi pensa di essere a un passo dal Nobel, ma invidiabili per quanto sono letti. Beh, noncurante dei critici, Sveva/Bice continua a redigere romanzi ‘borghesi’ mescolando con elegante nonchalance Maurizio Landini – sì, il sindacalista, “che mi ha illustrato, come solo lui sa fare, il mondo operaio” – alla ‘tetralogia di Giuseppe’ di Thomas Mann – amore letterario del conte Lamberto Rissotto, condiviso con una sconosciuta incrociata all’Hotel Excelsior di Roma, dal “viso bellissimo, senza trucco, il corpo sottile”.

Per capire come funziona il mondo – cioè: gli affari economici e quelli sentimentali – è più utile leggere i romanzi della scafata Sveva che quelli della vispa Teresa Ciabatti, ombelicale, di sesquipedale tedio. Sveva/Bice, dopo tutto, sa come gestire una narrazione, ha ritmo, coinvolge e conturba il lettore generalista – via Facebook, in un video porno virale, il conte Lamberto “vide sua moglie, nuda nello splendore un po’ appannato dei suoi cinquantacinque anni, che si faceva possedere da un muscoloso giovane dalla virilità prorompente”. Al netto della rissa di inutili particolari fluttuanti nel lusso – “lesse l’ora sul suo Jaeger-leCoultre da polso… sedette nella sua Mini verde scuro con i sedili in pelle color avorio” – il romanzo è pieno di vita, superficiale, certo, ma indorata da un fausto cinismo – sulla mater di Lamberto: “come tutte le ricche signore anziane si è assicurata l’immortalità. Vive unicamente per se stessa”. In fondo, è molto più vicina a Philip Roth Sveva Casati Modignani di una Teresa Ciabatti: su questo occorre rischiare un pensierino.

Sveva Casati Modignani, Suite 405, Sperling & Kupfer 2018, pp.504, euro 19,90

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