27 Ottobre Ott 2018 0729 27 ottobre 2018

C’è poco da esultare: il giudizio di Standard & Poor’s è un invito ai capitali a scappare dall’Italia

Il rating stabile dà un po’ di ossigeno al governo. Ma nell’outlook negativo c’è la chiara indicazione agli investitori: lasciate l’Italia finché siete in tempo. La caduta continua, l’atterraggio sarà molto doloroso

Dimaio Rating Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

«Chi aspettava Standard&Poor's per continuare a remare contro il governo oggi ha avuto una brutta sorpresa. Il rating dell'Italia è stato confermato». L’esultanza di Luigi Di Maio per il giudizio di Standard & Poor’s, che ha lasciato BBB la valutazione sul debito italiano, due gradini sopra la monnezza, ma che ha cambiato l’outlook - ossia la prospettiva a breve-medio termine - da stabile a negativa, dà il segno di quanto questo giudizio fosse atteso. E ha ragione Di Maio ad esultare, dal suo punto di vista. Perché un declassamento immediato, come quello di Moody’s del venerdì precedente, avrebbe innescato una crisi di fiducia sulla sostenibilità del debito italiano dagli esiti potenzialmente distruttivi.

Ricapitoliamo lo scenario peggiore possibile: lo spread che supera quota 400, le banche zeppe di titoli di stato costrette a ricapitalizzare, lo Stato costretto a metterci i soldi, il rapporto debito/Pil che si impenna, la manovra che diventa insostenibile, la necessità di una tassa patrimoniale o di tagli radicali alla spesa pubblica. Il tutto con un governo che sarebbe inadeguato già a gestire un ordinaria situazione di crescita economica, o di bonaccia, visti i criteri tutti elettorali in ragione dei quali spende i soldi, chiamato a fronteggiare la peggior emergenza finanziaria che questo Paese abbia mai dovuto fronteggiare.

I capitali stanno scappando dall’Italia, di corsa. E il giudizio negativo di S&P (così come quello di Moody’s) è un invito nemmeno troppo velato a chiudere le valigie, per chi ancora è rimasto

Fin qui tutto bene, insomma. SI continua a cadere, ma ancora non ci siamo sfracellati al suolo. Il problema, semmai, è che tra un’esultanza e l’altra, Di Maio dovrebbe pure leggersi il giudizio di S&P sull’Italia e sulla manovra del popolo. Perché è un giudizio che conferma tutte le perplessità dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, della Commissione Europea, della Bce, del Fondo Monetario Internazionale, di Confindustria, dei sindacati, di chiunque abbia letto la manovra con un minimo di cognizione di causa: che è una legge di bilancio che non fa crescere l’economia (1,1% anziché 1,6%), le cui coperture sono aleatorie, che farà aumentare il rapporto deficit/Pil al 2,7% anziché al 2,4% e non farà diminuire il debito pubblico. Esattamente, tutto il contrario di quel che servirebbe oggi.

La frase più preoccupante di tutto il giudizio però è questa: "La politica economica e fiscale del governo ha eroso la fiducia degli investitori, come riflesso da un aumento del rendimento sul debito pubblico. Ciò a sua volta sta influenzando negativamente l'accesso delle banche al finanziamento del mercato dei capitali e, in misura minore, il loro coefficiente patrimoniale regolamentare”. E ancora: “Un ulteriore aumento del rendimento dei crediti delle banche verso lo Stato potrebbe ridurre la capacità delle banche di finanziare l'economia italiana distogliendo risorse dal settore privato, in particolare dalle piccole e medie imprese". Tradotto: i capitali stanno scappando dall’Italia, di corsa. E il giudizio negativo di S&P (così come quello di Moody’s) è un invito nemmeno troppo velato a chiudere le valigie, per chi ancora è rimasto.

Ecco perché c’è poco da esultare. Perché chi sa leggere i rating ha letto questo: che dall’Italia si deve fuggire a gambe levate. Perché abbiamo un governo che si sta auto-convincendo che vada bene così, che tutto il mondo stia sbagliando fuorché loro, che chi li implora di cambiare direzione sia solo un gufo o un nemico dell’Italia, che anche un outlook negativo - molto negativo - sia tutto sommato una buona notizia. Che il consenso popolare possa fare da assicurazione sulla vita a politiche economiche folli e autodistruttive. A costo di ripeterlo tutti i giorni: il risveglio sarà durissimo. E più lo ritardiamo, più sarà peggio.

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