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27 Ottobre Ott 2018 0600 27 ottobre 2018

Romantico o romanticista? Risponde la Crusca

Fin dall’inizio romanticista era la caricatura del romantico. Meglio dire “romanticheggiante” se si vuole esprimere qualche dubbio sulle romanticherie di qualcuno

Romantic Linkiesta
(Flickr/Telegrafbukta)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Tra l’originale, romantico, e il derivato, romanticista (romantico+ista), c’è la stessa differenza che c’è tra buono e buonista. Il derivato con -ista introduce infatti una connotazione di dileggio o sprezzo che ovviamente il suo etimo non ha, senza contare che la base è un aggettivo (spesso sostantivato) e il derivato è un sostantivo adibibile anche ad aggettivo. Paradossalmente sono nati quasi insieme romantico (1816, nuova datazione trovata da Ludovica Maconi nell’ambito dei lavori per Archidata, il sito di retrodatazioni della nostra Accademia) e romanticista (1818), anche se hanno poi avuto una ben diversa fortuna.

Fin dall’inizio romanticista era la caricatura del romantico come risulta dalla sua (allo stato delle conoscenze) prima apparizione nel periodico milanese “L’Attaccabrighe, ossia classico-romantico machia”, in cui i romanticisti sono descritti come afflitti da “eclissi perpetui” (la parola oscillava anticamente nella grafia e nel genere) “del Senso comune, della Logica, dell’Intelletto, del Gusto poetico” ecc. e nell’Epistola all’amico F.M. per la più estesa propagazione del divino romantico gusto (Milano 1818) del “professore di belle lettere” Camillo Piciarelli, che, deridendo la nuova moda, scriveva: “Prendila come vuoi per buona o trista / la nuova che ti do; ma sappi, Amico, / che diventato io son Romanticista /…/ Nasce gusto novello e nuova scuola / di romantica nuova poesia / gridan tutti ad una voce sola”. Che la parola fosse uno sberleffo neologico lo sapeva per primo il Piciarelli, che la riportava infatti in corsivo. Romanticista era nato in parallelo con classicista (1818) nel significato di esponente, seguace del classicismo, nel pieno della querelle tra classici e romantici. Ma mentre classicista, in questo significato, è destinato a una discreta fortuna e a perdere, se non del tutto, almeno in parte la connotazione spregiativa o limitativa iniziale, romanticista ha vissuto solo fin che c’era qualcuno voglioso di deridere o polemizzare con i romantici e poi è sostanzialmente scomparso. È stata, quella del primo Ottocento, un’età in cui la nuova cultura (romantica) e la sua contrapposizione alla vecchia (classica) avevano prodotto contemporaneamente (come si vede dalle date) oltre a classicista e romanticista, anche classicismo (1818) e romanticismo (1817), e persino lo scomparso romantista (1818) sull’altrettanto sfortunato romantismo, usato anch’esso in chiave ironica nel citato “Attaccabrighe”.

Finite le polemiche tra classici e romantici, questi sono stati i due aggettivi e sostantivi prevalenti e corretti per indicare esponenti e aspetti delle due contrapposte culture. Chi perciò vuole trovare un aggettivo o indicare con un sostantivo un autore del romanticismo o anche un/una giovane molto sentimentale, lo dica romantico/a, non romanticista, né romantista, specie se si tratta di Leopardi: sarebbe sbagliato; ma anche se si tratta della parrucchiera: potrebbe offendersi. E se si ha a che fare con un dilettante di versi così attardato da scriverli al modo dei romantici e non si vuole tacere la propria perplessità contro le sue romanticherie, lo si definisca pure romanticista, ma sarebbe meglio e più comune dirlo romanticheggiante.

Non troppo diversa la vicenda di decadente e decadentista, riferiti a esponenti o aspetti del decadentismo di fine Ottocento. Anche qui il significato culturale di decadente (la parola nel senso proprio del verbo decadere esisteva ovviamente da tempo, stante il GRADIT dal XIV secolo) e il neologismo decadentistanascono quasi in contemporanea col decadentismo di importazione francese: sono attestati in italiano a partire dagli anni novanta dell’Ottocento. In realtà, la datazione più recente sinora attestata per decadentista era il 1967 del GRADIT. Ma ora, grazie a Google Libri e ai controlli sulle fonti originarie di Franco Contorbia, possiamo attestarne l’uso già nel 1893, quando compare nella recensione (a firma RP, Romolo Prati?), sulla “Gazzetta letteraria” del 30 dicembre, di una traduzione dei Fiori del male di Baudelaire, dove con valenza vistosamente ironica e spregiativa si stigmatizzano i “versaioli decadentisti del nostro paese in ritardo […] sempre, di venti o trent’anni, anche nel copiare, e malamente, le cose straniere”. Decadentista ha dunque, all’inizio un colore ironico e spregiativo, come romanticista, ma poi lo perde o lo attenua e perlomeno lo affianca a quello non connotato, denotativo, come si può vedere sfogliando su Google Libri vari saggi di critica letteraria, che dagli anni venti in poi parlano comunemente di “scrittori decadentisti”, “eredità decadentista”, “decadentisti francesi” ecc., usando la parola nello stesso senso di “decadenti” come capita ancora oggi.

Un epiteto assai usato per i decadenti è anche da un certo punto (lo inaugura addirittura Benedetto Croce, in un saggio del 1914 a proposito dei PoemiConviviali di Pascoli) decadentistico, in cui convivono una valenza negativa (lo stesso Croce, citato da GDLI, denuncia nel 1922 citato dal GDLI: “decadentistiche perversioni”) e il valore di semplice sinonimo di decadente, che, ad esempio, si legge in un saggio del 1963 di Riccardo Scrivano dove parla dei “quattro maggiori scrittori che trovano stabilmente posto nell'area decadentistica”.

Se dunque si vuole un aggettivo o un sostantivo riferibili alla cultura del decadentismo, ai suoi protagonisti o a fenomeni e figure ad essi assimilabili senza alcuna connotazione particolare, si dica decadente e si sia parchi e possibilmente si evitino decadentista e decadentistico, ovviamente (per rispondere a un lettore) anche parlando di D’Annunzio, per quanto non lo si ami. A meno che non si voglia legittimamente sottolineare il proprio giudizio negativo, come quello che si legge sull’“Italia moderna” del 1905: “La quale maniera d'arte non è a base di simboli, o di delirii decadentisti”, o in un saggio di Mario Fubini del 1928: “Soluzione romantica di un deteriore romanticismo o addirittura decadentistica”.

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