Legge di bilancio
29 Ottobre Ott 2018 0649 29 ottobre 2018

Tutto nelle mani di Mattarella: ecco perché può non firmare la manovra e mandare a casa il Governo

Altro che mite Sergio: il Presidente della Repubblica avrebbe la facoltà e le motivazioni per non firmare la Legge di Bilancio. Così facendo, però, si esporrebbe alla rivolta di Lega e Cinque Stelle, e di un Paese che non sopporta più le regole europee

Mattarella 2 Linkiesta

Che alla fine il governo decida di cedere e di rivedere i saldi della manovra del cambiamento, scendendo attorno al 2% di deficit, o che vada alla sfida con la Commissione Europea, ripresentandola uguale, il cerino sarà sempre nelle mani del presidente Mattarella, alla fine. Sarà lui, infatti, che deciderà con la sua firma se la Legge di bilancio del governo gialloverde sarà legge dello Stato o meno. E, a dispetto di quanto si pensi, non è una scelta scontata, né un mero atto formale.

«Il Presidente non è un notaio», aveva ricordato Mattarella a Salvini e Di Maio durante la trattativa per la formazione del governo, e soprattutto in quella per la scelta dei ministri, con la clamorosa bocciatura di Paolo Savona al dicastero dell’economia. E Il mite Sergio, infatti, avrebbe ottime motivazioni per ribadire il concetto e rispedire la manovra al mittente, esattamente come ha fatto la Commissione Europea poche settimane fa. Potrebbe farlo, per l’appunto, per non avallare una legge di bilancio che viola in maniera deliberata e clamorosa i patti che abbiamo sottoscritto in Europa, primo fra tutti quello che ci impegnava a far scendere di anno in anno debito e deficit.

Allo stesso modo, potrebbe bocciarla perché, come da articolo 81 della Costituzione, «Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte», e a quanto dice l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che non ha validato la manovra del cambiamento, le coperture di questa manovra sono fondate su prospettive di crescita “troppo ottimistiche”, evidenza peraltro confermata da tutte le agenzie indipendenti. Potrebbe farlo per salvare le banche, per evitare che lo spread a 400 costringa alla ricapitalizzazione pubblica di Montepaschi, bruciando ulteriori risorse, pubbliche e private. Già bocciando Savona, Mattarella aveva fatto esplicito riferimento alla tutela dei risparmi degli italiani, del resto.

«Il Presidente non è un notaio», aveva ricordato Mattarella a Salvini e Di Maio durante la trattativa per la formazione del governo, e soprattutto in quella per la scelta dei ministri, con la clamorosa bocciatura di Paolo Savona al dicastero dell’economia. E Il mite Sergio, infatti, avrebbe ottime motivazioni per ribadire il concetto e rispedire la manovra al mittente

Certo, c’è quel dettaglio chiamato consenso, che in democrazia ha il suo peso. L’attuale manovra, tanto invisa di là dalle Alpi, gode dell’apprezzamento di sei italiani su dieci, stando ai sondaggi, così come la maggioranza che l’ha prodotta. Di fatto, al di là di quel che c’è dentro, è un chiaro invito a ribaltare il tavolo, a fregarsene dei parametri di Maastricht, della Commissione Europea, dello spread, delle agenzie di rating, del pareggio di bilancio in costituzione e del fiscal compact, per fare quel che l’elettorato chiede, qualunque cosa sia. Di fatto, il più chiaro degli inviti a gestire le finanze pubbliche in modo radicalmente diverso rispetto a come è stato fatto durante tutti gli anni 2000.

Quanto tutto questo sia incompatibile con la permanenza nell’Euro, Mattarella lo sa bene. E sa anche bene cosa gli toccherebbe sopportare se, per l’appunto, decidesse di anteporre la moneta unica a Quota 100 o al reddito di cittadinanza. Un antipasto gli è toccato giusto otto giorni fa, quando dal Circo Massimo Beppe Grillo, non a caso, ha lanciato strali contro un Presidente della Repubblica che a suo avviso ha troppi poteri. E non dimentichi, Mattarella, cosa disse Salvini di Ciampi, saputa la notizia del suo decesso: «Rispetto per la morte, cordoglio umano e pietà umana sempre per chiunque scompaia. Ma politicamente, come per Napolitano, lo considero uno da processare come traditore». Non firmasse la manovra del popolo, a Mattarella strali di questo tipo toccherebbero in vita, e in carica.

Mattarella può decidere se imporre il rispetto delle regole, anche a una maggioranza con un consenso stellare, rischiando di metterla in crisi, o di provocare una sommossa popolare. O può decidere che quel consenso stellare impone una rivoluzione nelle scelte di bilancio del Paese, e del suo stare in Europa, permanenza di cui si era arrogato il ruolo di supremo garante. Tutto è nelle sue mani, insomma, molto più che in quelle di Juncker o di Moscovici. Non vorremmo essere nei suoi panni.

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