30 Ottobre Ott 2018 0600 30 ottobre 2018

Berlusconi tra nostalgia e minacce: “Salvini lasci questo governo o rompiamo le alleanze”

Invitato al lancio del libro di pensieri di Bettino Craxi, il leader di Forza Italia, in un’atmosfera più di nostalgia che di energia, parte all’attacco dei Cinque Stelle e invoca il ritorno di Matteo Salvini

Silvioe Craxi

«Oggi ho guardato lo specchio e ho visto un signore che conoscevo. “Tu sei quello che più di 20 anni fa ha salvato l’Italia dai comunisti”, ho detto. “È incredibile che sia ancora tu, adesso che devi salvare l’Italia dai grillini”». Applausi, sorrisi e inchino da seduto. Silvio Berlusconi rompe il silenzio degli ultimi giorni e sale sul palco del Parenti per ricordare Bettino Craxi insieme a Sallusti e Stefania Craxi, in occasione della presentazione del libro di scritti del leader socialista intitolato “Uno sguardo sul mondo”. E sfodera il sorriso di una volta.

Ma è una delle poche cose rimaste. Il pubblico – complice la pioggia battente – non è certo quello delle grandi occasioni. Gli applausi cadono, ma si dividono tra quelli per Craxi e quelli per lui. Doveva essere una commemorazione della Prima Repubblica ed è diventata, quasi in modo impercettibile, una cerimonia di ricordo della Seconda. I ricordi, le frasi al passato, espressioni come “il mio governo fu”, o “il mio governo fece”, si alternavano ad altri ricordi, ad altre frasi al passato, a “il suo governo fu” e “il suo governo fece”. Berlusconi amico di Bettino, e Berlusconi come continuazione di Bettino. «Lui voleva un’Italia attenta al Mediterraneo, in quanto unico luogo in cui poteva giocare una funzione di leadership. E l’ultimo atto di politica estera in questa direzione è stata la firma degli accordi con la Libia di Gheddafi, fatti dal governo Berlusconi». Appunto, una vita fa. Il passaggio dal Milan al Monza non poteva essere più chiaro.

Eppure, anche se si tratta di un campetto di periferia, è pur sempre un campo. E Silvio Berlusconi, rallentato e acciaccato, non vuole smettere di scenderci. Prima di tutto, all’ingresso al teatro, comunica il suo no alla manovra del governo. «Non è per il timore di una procedura di infrazione. Ma è perché fa il male degli italiani». Poi si scaglia contro il reddito di cittadinanza: «L’assistenzialismo non ha mai fatto crescere il Paese». Poi ancora, dal palco, picchia di nuovo sui Cinque Stelle: «Questi sono peggio del Pds di Occhetto: coltivano l’assistenzialismo, vanno avanti con il giustizialismo e sono anche incompetenti». E: «Non hanno mai lavorato: non si può affidare un’impresa a chi non sa come si gestisce un’impresa».

«È fondamentale mandare a casa questo governo. Una nuova maggioranza, con questo stesso Parlamento, è possibile»

Silvio Berlusconi

Ma soprattutto, lancia la zampata del campione: «A quelli della Lega diciamo: dateci una data con cui metterete fine a questa innaturale alleanza. Tra poco ci sono elezioni regionali, cittadine. Come potremo presentarci insieme se ignorate il programma elettorale – scritto da me e ripreso da Salvini – con cui avete tradito il voto dei vostri elettori?».

Insomma, tra la nostalgia per le glorie di Pratica di Mare («Con cui continuai lo spirito della politica estera di Bettino Craxi») e la leggenda dei «cinque colpi di Stato» che si sarebbero susseguiti durante i suoi governi (chi se la ricordava più questa), Berlusconi riesce a piazzare la minaccia di far saltare tutte le coalizioni locali. «È fondamentale mandare a casa questo governo. Una nuova maggioranza, con questo stesso Parlamento, è possibile». E se non lo fosse, «dovremo andare subito a nuove elezioni».

Eppure, nonostante la lotta per il potere non sia ancora finita, qualcosa è cambiato. Lo si vede anche nei dialoghi sul palco. I temi trattati da Craxi, cioè la critica alla globalizzazione, all’immigrazione dall’Africa e agli accordi di Maastricht (il leader socialista sosteneva, già negli anni ’90, che andassero rivisti), ormai sono moneta corrente della nuova Lega di Matteo Salvini. Anche il lessico («Craxi fu un vero patriota») viene da lì. E poco conta che Silvio si dica «europeista», se poi aggiunge che «questa non è la nostra Europa». L’egemonia culturale, per usare parole da professoroni, gli è stata strappata di mano.

Restano i ricordi, però. Le rivendicazioni. Le vendette e le denunce. Una è già un leitmotiv: «Questo spread è diverso da quello del 2011». Allora si trattava di «un complotto, appoggiato dalla sinistra italiana e da una persona che abitava uno dei Colli più alti di Roma, con cui è stato fatto cadere il governo». E così rivela, proprio nel giorno in cui Angela Merkel annuncia la fine, de facto, della sua esperienza politica, che si trattava di una punizione, da parte della Germania, per aver fatto nominare Mario Draghi a capo della Bce. «Fui io, con la mia abilità, a mettere d’accordo i rappresentanti dei vari Paesi del Mediterraneo. Creai un fronte comune che non si aspettavano» e si decise di andare contro la volontà tedesca.

E così, quando la Cancelliera Angela Merkel presentò come candidato il presidente della Bundesbank, «lo votarono solo in tre: la Germania, la Francia di Sarkozy e la Finlandia. Sì, anche la Finlandia». Ma perché mai? «Perché – sorride – il presidente finlandese fu l’unico che non riuscii a raggiungere al telefono». E cadono altri applausi, altre risate, e di nuovo, un inchino da seduto. Berlusconi è ancora qua.

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