Maltempo
30 Ottobre Ott 2018 0540 30 ottobre 2018

Cronache da una Roma alluvionata, dove ci metti un giorno intero solo per tornare a casa

Strade allagate, mezzi pubblici in tilt, scale mobili deserte, giornalisti che fanno la conta degli alberi caduti, la Sindaca che twitta: benvenuti nella Capitale devastata, dove anche raggiungere casa propria diventa un’impresa

Roma Bagnata Linkiesta
Tiziana FABI / AFP

È cielo di penitenza. Un colore grigiastro che assottiglia i palazzi e li condanna alla tristezza di colori della periferia, senza diritto all’alba, senza respiro di aria fresca. Piove appena, quell’acqua vaporizzata che è umido appiccicoso. Lo scirocco spinge in avanti e costringe a toccarsi, a scrollarsi di dosso la paura dell’altro e a sfiorarsi le mani per scansare il pericolo di cadute. Se la Natura è così arrogante di prima mattina, Roma non è adeguata per poterla misurare. La Città si nasconde, fatica a svegliarsi, appare come un luogo di passaggio, silenzioso e nascosto, in cui nessuno pedina più con gli occhi o s’impiccia. C’è silenzio, ansima il vento. Sussurra, tornate a casa.

Le scale mobili sono vuote, i passanti corrono verso quelle fisse centrali per uscire a Repubblica, metro A. «Te lo ricordi quello che è successo la settimana scorsa, zì?» «Che? In questa città ne succede una al minuto» «Sono venute giù le scale mobili. Quelle là. Meglio che ce stai lontano. Ce devi sta lontano, capito?». Non è paura, è bisogno di controllo. Se tutto sfugge e l’acqua inonda le piazze, con grandini improvvise, tombini pieni e macchine con l’acqua fino ai radiatori, c’è chi si guarda intorno per fare la conta delle possibilità. Il calcolo è sul presente, su quel vento che, appena fuori, afferra la gola e costringe ai passi lunghi.

«Ascolta a me, Daniè» gesticola una donna sulla cinquantina rivolta ad un bambino adolescente , entrambi schiacciati in un autobus che corre in discesa per via Nazionale «Io al mare ce so nata, no? Questo vento lo riconosco. Lo scirocco è un bastardo. È prepotente, ti si infila nei vestiti, porta via tutto. Nun guarda’ la pioggia Daniè, quella passa. Stai attento al vento, nun scenne da qui se non ha smesso di urlare». Sono attimi in cui lo scirocco non è invisibile e si fa persona. Bisbiglia fuori dai vetri del mezzo pubblico, aggredisce le tende dei negozi, strappa rami dagli alberi, scippa cappelli, borse, sciarpe. E' il vento ad avere più argomenti dell’uomo, e riprende in fretta la sua furia rabbiosa.

«Regà, ma questo mica vuol dire che Lazio-Inter stasera ‘nse gioca, vè?»

Una giornalista al telefono non si dà tregua. Da qualche parte deve aver perso il suo taccuino. Ponte Sisto, che collega piazza S. Vincenzo Pallotti a piazza Trilussa, le sembra un luogo poco riparato per scrivere un’agenzia. «Di Roma mi erano piaciuti i ponti» racconta al collega intento a coprirsi il volto con una mano perché il vento continua a schiaffeggiargli le gote paffute «Non ne avevo mai visti di così grandi. Mi piaceva il Tevere, il modo calmo che ha di scorrere. A vederlo così, è solo una fonte di ansia.» «Dobbiamo sbrigarci, Mirè. Dobbiamo fa’ la conta, dai.» «La conta di che?» «La conta degli alberi caduti. Sono circa un centinaio. Il vento è arrivato a quasi 100 km/h.» «Ma dimmi la verità, Tommaso: da quando il nostro mestiere è diventato fare la conta degli alberi?»

A metà giornata la pioggia non si ferma. Lo Scirocco somiglia ad un figlio che prega, strepita, e grida ogni minuto più forte. Le metro chiudono, gli autobus rimangono fermi, le macchine tremano al solo pensiero di rivedere la strada. «Mi fijo se ne è annato a Londra due mesi fa, io so rimasta perché qualcuno deve pure rimanere no?» racconta Adele, sessantatré anni, rinchiusa in una farmacia a causa delle secchiate d’acqua che arrivano dal cielo « Ce dicono che qua la gente arriva pe’ salvasse dalla guerra, ma ‘ndo? Qua semo noi che se n’annamo, se n’annamo via da ‘sta città che è tanto bella e tanto maledetta. Mo mi fijo dice che Londra è un circo, è piena de cose da fa. Ma che ne pensate voi, eh? Esiste un circo più grande di questa città?»

«Il sindaco sta a dì qualcosa?» «La sindaca». «Certo, siamo co’ l’acqua ai calcagni, tronchi di alberi che non ci fanno uscire, un vento che manco a Fuerteventura, ma tu me correggi la grammatica. Te prego. Non posso rimanere chiuso in questa farmacia perché i tombini non funzionano, santiddio. Devo lavorà. Fatemi capire che sta dicendo Virginia» Certe persone la chiamano per nome, altre con un semplice “quella”. Ad ogni modo, nessun segnale. «Ha fatto un post su twitter, anche domani tutto chiuso per l’allerta della Protezione civile.» «Si, ma oggi? Oggi come facciamo?» «Nun lo so come facciamo oggi, dai. Che ti devo dire? Al posto suo era meglio la Meloni.»

« Ce dicono che qua la gente arriva pe’ salvasse dalla guerra, ma ‘ndo? Qua semo noi che se n’annamo, se n’annamo via da ‘sta città che è tanto bella e tanto maledetta. Mo mi fijo dice che Londra è un circo, è piena de cose da fa. Ma che ne pensate voi, eh? Esiste un circo più grande di questa città?»

Perdono al vento è presto fatto se si cammina per i Fori Imperiali. Di fronte a quella bellezza, il vento persino si inchina, sembra placarsi. Un fardello così pesante di storia e cultura è ancora fonte di esaltazione per i pochi turisti che si nascondono negli angoli di pietre secolari. Nonostante il drammatico bilancio del Lazio di due morti del frusinate e due a Terracina e la caduta di decine e decine di alberi ad alto fusto in tutta la capitale, qualcuno si ferma ancora a guardare l’arco di Costantino o l’altare della Patria. «Ma mo pure a piazza Venezia ci stanno i secchioni della monnezza pieni?» «Dici che è colpa degli zingari, Francé?» «Te la posso dì ‘na cosa? Dopo oggi, c’ho il sentore che gli zingari proprio non c’entrano Renà, fattelo dì de core.» «E di chi è colpa allora?» Il tempo per rispondere non esiste, una nuova raffica di vento con pioggia si porta via rifiuti e riflessioni.

Le sei di sera sono accompagnate dal buio pesto di certe serate invernali. Ancora nessuna traccia del cielo. Nessun silenzio del vento. Un barbone tenta di entrare in un bar per rifugiarsi, la metro dista pochi metri, ma paiono fiumi da valicare. L’odore inizialmente fa scansare, ma poi si tramuta in mutuo aiuto. Qualcuno gli allunga una giacca, altri lo guardano negli occhi e accolgono quel viso sparuto e affamato come fosse il proprio. Bagnati, consumati, stanchi: tutti sono accumunati da quel sentore di distanza che si sente quando improvvisamente quel piccolo pezzo di mondo sicuro viene a mancare. La stessa inquietudine, la stessa voglia di sentenze, un appiglio che tiri via lo Scirocco, ritrovare la strada del ritorno. Un bicchiere di vino.

Cinquanta minuti di attesa e la prima metro passa. Il centro è collegato alla periferia nord della capitale con un nuovo segmento di metro, che serve più del pane, più del caldo. Ci si fionda dentro a spinte. «Non torno a casa dalle cinque di mattina» lo dice sussurrando, con il volto incastrato tra l’incavo del collo di un uomo e l’ascella di una donna e la mano attaccata all’asta più alta «Questa città se ci sei nato la ami e la odi. La benedici e la maledici. Perde ogni giorno l’occasione di essere la città più bella del mondo, perché l’abitiamo in maniera sciatta. Siamo sporchi. Ci riduciamo ad animali imbalsamati al suo cospetto. Siamo i sindaci che hanno promesso e non hanno mantenuto, siamo i politici che hanno mangiato e quelli che continuano a farlo. Ma sopratutto siamo quelli che sono in grado di ribellarsi se ci porti via casa nostra.»

L’uscita passa dalle scale fisse, quelle centrali, sempre. I posti più ambiti sono i tratti di marciapiede sotto ai balconi, per coprirsi il più possibile. Le gambe bagnate, il vento nelle ossa, il buio secco di una serata tiepida, nonostante tutto. Sarà cielo di penitenza per la prossima settimana, dicono le agenzie. «Benvenuti, regà.» urla il matto del villaggio davanti al supermercato «Benvenuti nel circo più grande del mondo».

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