31 Ottobre Ott 2018 0708 31 ottobre 2018

Salvini e Di Maio non parlano più: la crescita zero ha messo il governo all’angolo

Dalla manovra del cambiamento al cambiamento della manovra: ora salta fuori che il deficit reale sarà del 2%, che Quota 100 dura tre anni e poi si vedrà, che più si ritarda meno si spende. L’operazione ritirata è iniziata: le cose non sono andate come speravano i due vicepremier

Fantocci Salvini Dimaio Linkiesta
Giulio LAPONE / AFP

«L’Europa dei banchieri sarà licenziata tra sei mesi», «Bruxelles può continuare a mandare anche 12 letterine da qui a Natale, ma la nostra manovra non cambia», «Non cambia nulla. I signori della speculazione si rassegnino. Indietro non si torna, questo governo non arretra e non cade per lo spread», «Se dovessimo arrenderci, farebbero velocemente ritorno gli 'esperti' pro banche e pro austerity. E quindi non ci arrenderemo». Così parlavano fino a qualche giorno fa Salvini e Di Maio, di fronte all’ipotesi che dopo la bocciatura della manovra del cambiamento da parte della Commissione Europea, qualcosa potesse cambiare. Improvvisamente, da qualche giorno, non parlano più.

Parla Tria, però, che nei colloqui con le altre forze politiche parlamentari si lascia scappare che stanno ritardando tutto, perché più rallentiamo, meno deficit facciamo. E anche, prendete nota, che Quota 100 è finanziata per tre anni, e poi si vedrà. E che alla fine, il deficit “reale” si fermerà al 2%, altro che 2,4%. Magari siamo duri d’udito noi, magari oggi le dirette Facebook saranno incendiarie, ma per ora non ci sembra che Di Maio e Salvini, quelli che non si sarebbero mai arresi, abbiano smentito il loro ministro dell’economia, o che ne abbiano chiesto le dimissioni. Silenzio. Che sa di assenso.

Non è una questione di coraggio, né di integrità politica. Semplicemente, Salvini e Di Maio, che scemi non sono, stanno capendo benissimo che le cose non sono andate secondo i loro piani. Che la sfida a Bruxelles si è incastrata in una fase del ciclo economico più difficile di quanto pensassero. Che la loro sicumera sul fatto che la Commissione Europea, in scadenza e fragile, sarebbe stata un argine fragile contro le politiche espansive del governo italiano si è rivelata illusoria

Forse è ancora presto per dirlo, ma la sensazione è che la ritirata sia iniziata. Non tanto a causa della seconda lettera da Bruxelles, quella in cui ci chiedono, non senza ironia, come pensiamo di far scendere il debito pubblico nei prossimi anni. Quanto piuttosto a causa di uno spread che non accenna a diminuire, di un outlook negativo che pesa come un macigno sull’appetibilità dei nostri titoli di Stato e sulla solidità delle nostre banche. Non ultima, di una crescita economica che nel terzo trimestre si è fermata del tutto e che, se le condizioni dell’economia globale dovessero peggiorare di nuovo, potrebbe preludere a un nuovo ciclo recessivo.

Non è una questione di coraggio, né di integrità politica. Semplicemente, Salvini e Di Maio, che scemi non sono, stanno capendo benissimo che le cose non sono andate secondo i loro piani. Che la sfida a Bruxelles si è incastrata in una fase del ciclo economico più difficile di quanto pensassero. Che la loro sicumera sul fatto che la Commissione Europea, in scadenza e fragile, sarebbe stata un argine fragile contro le politiche espansive del governo italiano si è rivelata illusoria. Che Mario Draghi, in scadenza di mandato pure lui, non ha fatto il patriota, ma il presidente della Banca Centrale Europea, non offrendo alcuna sponda all’arroganza dei due vicepremier.

Il risultato ce l’avete sotto gli occhi: un governo improvvisamente incerto, che non sa più cosa fare per uscire dall’angolo in cui si è cacciato, in calo di consensi ormai da qualche settimana e dilaniato da fronde interne, tra chi nel Movimento ha i mal di pancia contro il decreto sicurezza e chi nella Lega non sopporta la deriva NoTav dei Cinque Stelle. Abbastanza per far sentire l’odore del sangue a chi non vede l’ora di far crollare l’esperimento dei giallo-verdi. Abbastanza per persuaderli a picchiare ancora più forte. La resa dei conti, con la presentazione della nuova manovra all’Europa, è fissata per il 13 novembre. Due settimane scarse, ma sembra un’eternità.

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