3 Novembre Nov 2018 0600 03 novembre 2018

L’Europa di domani sarà più austera di quella di oggi. E a noi non resterà che uscirne

Almeno dieci Paesi europei proporranno lunedì di inasprire ulteriormente le regole dell’Unione. È il segnale, forte e chiaro, che le nostre battaglie contro l'austerità non hanno sponde in Europa. E che prima o poi, chi oggi dice di voler cambiare l'Unione, domani proporrà di uscirne

Bandiera Unione Europea Protesta

Notizia di quelle che difficilmente leggerete sui giornali italiani: dieci ministri dell’Unione Europea hanno firmato un documento che sarà discusso all’Ecofin di lunedì prossimo. In quel documento si propone l’intervento automatico del Meccanismo Europeo di Stabilità qualora un Paese decida di perseguire politiche che rendano insostenibile il proprio debito pubblico, con immediato coinvolgimento del settore privato. Tradotto dalla lingua dei ministri delle finanze europee: se uno Stato con il 132% di debito pubblico sul Pil decide deliberatamente di fregarsene delle regole europee e di aumentare ulteriormente il suo debito, la Troika 2.0 con sede in Lussemburgo interverrà automaticamente prestando il denaro necessario a evitare il default, imponendo politiche di correzione dei conti pubblici e attingendo al patrimonio privato di quel Paese, o meglio al patrimonio di chi detiene i suoi titoli di stato, se le cose andassero male.

È una proposta che non passerà, ovviamente, perché serve il voto di tutti e difficilmente l’Italia voterà a favore del suo funerale. Però è una proposta che può aiutarci a mettere le cose nella giusta prospettiva. Primo: perché è sintomatico che 12 paesi su 27 - oltre a Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Olanda, Svezia e Slovacchia sono su questa linea pure Austria e Germania - abbiano sentito il bisogno di proporre un cordone di sicurezza attorno all’Italia, cosa mai avvenuta prima nell’Unione Europea. Questo fa capire quanto favore trovi oltre le Alpi la nostra battaglia per regole di bilancio meno stringenti, e quanto invece siano considerate fin troppo lasche le attuali regole europee, quelle che noi chiamiamo austerità.

Secondo: perché ci dà la dimensione di quanto le cose cambieranno in peggio, se mai cambieranno, dopo le prossime elezioni europee. Per nessun Paese, al di fuori dell’Italia e della Grecia, debito e deficit sono un problema (oltre a noi e ad Atene solo Portogallo e Belgio hanno un debito che supera il prodotto interno lordo). E la regola del pareggio di bilancio non è stata un freno alla crescita in nessun posto fuorché da noi, che per inciso non l’abbiamo mai rispettata. Qualunque sarà la composizione parlamentare a Bruxelles e Strasburgo, quindi, e chiunque sederà nella commissione europea, l’intransigenza dell’Europa nei confronti della periodica richiesta di flessibilità e di deroghe proveniente da Roma non potrà che crescere.

Tutto questo non si risolverà in una pacifica presa d’atto che tutta la retorica sull’Europa che sta cambiando e sull’Italia che cambierà l’Europa non è che l’ultima delle patacche gialloverdi. Al contrario, finirà per far crescere il risentimento nei confronti dell’Unione Europea e scaverà un solco, forse insanabile, tra noi e loro.

Terzo, quindi: ci siamo davvero giocati l’ultimo giro di giostra della commissione Juncker - la più accomodante che ci potesse mai capitare e che mai ci ricapiterà, con buona pace di chi pensa che due decadenti socialdemocratici come Djisselbloem e Moscovici siano vampiri neoliberisti - con quel che resta delle mancette elettorali di Lega e Cinque Stelle, peraltro già abbondantemente ridimensionate da qualche timido ruggito dei mercati e dello spread. D’ora in poi, tanto più se vinceranno gli amici di Salvini, che voleva più condiscendenza e più flessibilità, ci potremo scordare condiscendenza e flessibilità. Sarà divertente spiegarlo ai posteri.

Quarto e ultimo punto: tutto questo non si risolverà in una pacifica presa d’atto che tutta la retorica sull’Italia che cambierà l’Europa non è che l’ultima delle patacche gialloverdi. Al contrario, finirà per far crescere il risentimento nei confronti dell’Unione Europea e scaverà un solco, forse insanabile, tra noi e loro. Sarà quello, probabilmente, il momento in cui Salvini si farà portabandiera di un referendum sull’Euro o sull’Italexit (o Quitaly, o come la volete chiamare), con la prospettiva più che concreta di vincerlo in carrozza. La scommessa del leader leghista è che ci sarà concesso di tutto, per evitare che accada. Il rischio - e le dieci firme sono lì a dimostrarlo - è che gli Stati membri dell’Unione Europea siano prontissimi ad andare al braccio di ferro con l’Italia, convinti che sarà l’Italia a cedere. E che anche sulla nostra indispensabilità al disegno europeo stiamo sbagliando di grosso.

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