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9 Novembre Nov 2018 0600 09 novembre 2018

Calenda: «Il Pd è fondato sul rancore. Bisogna andare oltre o i populisti vinceranno ancora»

Intervista a tutto campo all’ex ministro dello Sviluppo Economico. «All’Italia serve un new deal basato sui giovani e sull’istruzione». I paesi dell’Est Europa? «Dovrebbero uscire dall’Unione Europea»

Carlo_Calenda_Linkiesta

«I populismi? Nascono dal nostro fallimento». Carlo Calenda non è tipo da pensieri banali, non da oggi. Quarantacinque anni, un recente passato da ministro dell’Economia e da rappresentante permanente italiano presso l’Unione Europea, è oggi il vero maverick del Partito Democratico -che vorrebbe veder superato da un più ampio Fronte Repubblicano, da Emma Bonino a Giuliano Pisapia- e del centrosinistra italiano, battitore libero che si è dato la missione - o si è permette il lusso: dipende dai punti di vista - di bombardare il quartier generale per svegliarlo da trent’anni di «fideismo dogmatico per la globalizzazione prima, e per la tecnologia ora». Uno sguardo, il suo, che non chiama alla chiusura e alla paura, ma che tuttavia non nega la paura, «un sentimento che ha piena legittimità» e che la sinistra, o meglio «chi ha governato la globalizzazione dalla caduta del muro di Berlino alla vittoria di Trump ha sempre negato, come se il futuro fosse la medicina che cura tutti i mali».

È un pensiero, questo, che Calenda ha messo nero su bianco nel suo “Orizzonti Selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio” (Feltrinelli, 2018), un volume che presenterà stasera alle 17,30 a GenerAZIONE, il festival de Linkiesta, presso il Teatro Franco Parenti di Milano. E che contemporaneamente è una disamina spietata degli errori commessi da chi ha tenuto le leve della politica degli ultimi trent’anni. E assieme, seguendo l’esempio di Franklin Delano Roosevelt, stella polare del pensiero calendiano, un tentativo di proporre svolte radicali e «un ideale progressista del terzo millennio». Un un nuovo «necessario new deal» che parte da un poderoso investimento nell’istruzione . Altrimenti, spiega, «la democrazia liberale rischia di essere messa in soffitta da nuove forme di governo della cosa pubblica».

Va bene, Calenda, avete sbagliato tutto: ma qual è l’errore degli errori, il primo della lista?
L’errore, la grande sconfitta nella grande trasformazione, è stato pensare che mercato, innovazione e tecnologia avrebbero portato benessere in tutto il mondo. Ne hanno portato molto, certo, ma non alla classe media occidentale. Soprattutto, hanno portato a un regresso della democrazia, che da qualche anno a questa parte è un sistema di governo in regressione, non in espansione.

Siamo al trilemma di Rodrik, quindi? Che non si possono avere democrazia, globalizzazione e sovranità nazionale tutti assieme?
Siamo lì. Ma in realtà non è del tutto vero, perché quello in cui ci troviamo oggi non era un destino ineluttabile. Potevamo gestire la transizione al nuovo mondo in modo molto più pragmatico e meno ideologico, com’era stato fatto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ad esempio?
Alcune politiche di aggiustamento della distribuzione della ricchezza, dal lato delle disuguaglianze economiche, potevano essere attuate anche in un contesto di internazionalizzazione molto spinta. Se non sono state promosse è soprattutto per colpa di un pregiudizio ideologico: semplicemente noi abbiamo pensato che bastassero mercato, tecnologia e innovazione per sistemare le cose. Allo stesso modo, e qui mi riferisco soprattutto all’Italia, non si è pensato che un nuovo mondo avesse bisogno di nuovi strumenti culturali. E invece, per trent’anni, abbiamo tagliato risorse alla scuola anziché aggiungerne.

I Paesi del blocco di Visegrad in Europa non ci dovrebbero stare. Attraggono fondi strutturali e poi attraggono investimenti semplicemente perché sono più indietro da un punto di vista economico


Lei pensa che il primo mattone per ricostruire la democrazia sia la scuola?
Io penso che abbiamo bisogno di un "new deal" e che il cuore di questo "new deal" si chiami istruzione: che si debba dare al figlio di una casalinga di Pomigliano le stesse opportunità che ha un figlio della borghesia milanese. In Italia i bambini sono pochi, purtroppo, ma perlomeno il costo di questo investimento non è gigantesco.

Con i governi Renzi e Gentiloni un po’ di soldi sulla scuola li avete messi…
Nell’ultima legislatura abbiamo governato decentemente, e prova ne è che l’economia è ripartita, che un po’ di cose le abbiamo messe a posto. Quel che non abbiamo capito è che governare come se fosse tutto normale, non serviva a nulla. Che in Italia, in Europa, nel mondo occidentale c’era una fortissima spinta a cambiare tutto. E se a questa domanda tu non dai un indirizzo razionale, poi arriva l’asteroide. Ecco: in Italia, di asteroidi ne sono arrivati due.

E in Europa ne rischiano di arrivare altri, il prossimo 28 maggio. A proposito di Europa: nel suo libro lei difende il ruolo dello Stato nazione, che sembrava la prima vittima globalizzazione e che oggi, dall’inizio della crisi, sembra essere tornato prepotentemente in auge. Il problema, semmai, è che sono proprio gli Stati nazionali, coi loro veti incrociati, ad aver fatto arenare il progetto di una maggior integrazione europea...
Sono d’accordo sul fatto che la principale barriera alla costruzione dell’Europa siano gli Stati nazionali. Allo stesso modo, però, chi è spiazzato dal cambiamento si rivolge allo Stato nazionale, ed è allo Stato nazionale che chiede protezione. Noi dobbiamo essere pragmatici: oggi l’Europa federale non si può più fare, a meno di non iniziare un processo che avrà durata pluridecennale. Serve coordinamento internazionale, quindi.

Ma?
Ma contemporaneamente devi rafforzare la capacità di protezione dello stato nazionale. Non puoi continuare con la retorica del superamento dello Stato nazionale, perché i cittadini non la accettano. E non la accettano perché non abbiamo dato loro nessuna alternativa credibile.

Quando parla di protezione chiama in causa le paure delle persone. Quella per la tecnologia, ad esempio. Sbagliano le persone ad averne paura?
No, non sbagliano. Perché la tecnologia attuale, per la prima volta nella storia, ha superato la comprensone dell’umano. Tutti, anche i più esperti studiosi della materia, ci chiediamo oggi se sia l’uomo ad agire la tecnologia, o la tecnoloigia che agisce l’uomo. Riconoscere questa problematica non vuol dire diventare luddisti. Ma non non possiamo permetterci di rifare lo stesso errore che abbiamo fatto con la globalizzazione, aggiungendo un fideismo all’altro. Peraltro mettere in dubbio la tecnologia è ancora più difficile che mettere in discussione globalizzazione.

E come si mette in discussione la tecnologia?
Il punto è che su questo bisogna avere una strategia di investimento, ma anche di protezione. E poi va assicurata una governance alla tecnologia, per evitare che i grandi titani dell’internet economy escano dalle regole del mercato, e che gestiscano i dati in modo trasparente, senza abusi.

È favorevole alla web tax?
Totalmente. È il minimo sindacale. Quando i giganti della web economy, in Italia, pagano in totale appena 14 milioni di tasse vuol dire che sei fuori da ogni regola di mercato. E i liberisti alle vongole possono rispondere quanto vogliono che se li tassi, Amazon e soci aumenteranno il prezzo dei loro prodotti: scusate, perché vale per loro e non per il barista? Allora non tassiamo nemmeno il barista, no? La verità è che si considera l’innovazione come un porto franco in cui può accadere qualunque cosa. Il punto filosofico, invece, dovrebbe essere un altro.

Quale?
Investire nel potenziamento dell’uomo tanto quanto abbiamo investito nel potenziamento della tecnologia. Io sono convinto che il vantaggio competitivo di un’economia nazionale non si fonderà sulla tecnologia che finirà per essere niente più che una commodity, ma sulla capacità di interpretazione con spirito umanistico della medesima.

I populismi hanno dato voce alla paura, mentre noi la negavamo. Io credo invece che la paura sia un sentimento legittimo


Anche il lavoro sta diventando una commodity? Lo diciamo pensando a quelle aziende che se ne vanno dall’Italia semplicemente perché nell’est Europa costa meno. Lei definì “gentaglia” i padroni di Whirlpool o di Embraco, che portavano le loro produzioni altrove...
Posso dire una cosa antipatica?

Prego.
I Paesi del blocco di Visegrad in Europa non ci dovrebbero stare. Attraggono fondi strutturali e poi attraggono investimenti semplicemente perché sono più indietro da un punto di vista economico. Col risultato che il costo dello sviluppo della Slovacchia lo paga l’operaio italiano dell’Embraco, ma non l’Embraco che moltiplica i profitti. Abbiamo fatto questo errore con la Cina e già è stato inspiegabile quello. Con la Slovacchia lo è ancora di più: perché è integrata nel mercato europeo e si prende i fondi strutturali.

Paradossi: i populismi sono emersi anche a causa dell’opportunismo dei Paesi dell’Est Europa. E poi si sono alleati con loro…
I populismi poggiano su un fallimento, il nostro. Non è pericoloso prendere atto delle cause. Loro hanno capito tre cose, molto meglio di noi.

La prima?
La voglia di cambiamento radicale.

La seconda?
L’orientamento al presente, mentre noi eravamo orientati al futuro. Noi pensavamo che il futuro ci avrebbe ripagato dai sacrifici di oggi, ma la gente è stufa dei benefici nel futuro.

La terza?
Che hanno dato voce alla paura, mentre noi la negavamo. Io credo invece che la paura sia un sentimento legittimo. “L’unica cosa di cui aver paura sia la paura”: è l’unica citazione di Roosevelt che sanno a memoria, quella del suo discorso di insediamento, ed è una delle poche cose sbagliate che Roosevelt ha detto. in quel discorso disse anche, Roosevelt, che avrebbe chiesto poteri straordinari al governo come se un nemico avesse invaso l’America. E che quel nemico si chiamava povertà. Io preferisco questo Roosevelt. Secondo me una forza progressista dovrebbe ripartire da questo Rosevelt.

Parla di progressismo, una parola che suona antica, nel 2018.
La cosa assurda è che la maggioranza dei millenial la considera come una parola negativa, qualcosa di cui avere paura. Oggi la gente ha paura del progresso. Eppure c’è un modo di intendere il progresso, pragmatico, che può ridare dignità all’idea che lo spirito dell’uomo abbia al suo interno una tensione al progresso, al miglioramento, e non alla difesa dell’esistente.

Perché secondo lei il Partito Democratico non può essere portavoce di queste istanze? Lei ha detto più volte che andrebbe sciolto in un Fronte Repubblicano più ampio...
Perché è costruito su una serie di rancori decennali nella sua classe dirigente, gente che ormai nemmeno riesce a sedersi a cena assieme a parlare, figurarsi a guidare un partito.

Il Movimento Cinque Stelle è un blocco unico, avversario in tutto e per tutto. E poi nessuno di loro conta nulla, o quasi. L’unica cosa vera, lì dentro si chiama Davide Casaleggio


Non basta cambiare classe dirigente?
No, perché l’aspetto più importante è storico. La democrazia liberale va ridisegnata completamente: e bisogna rimettere assiem famiglie politiche molto diverse - socialdemocratici, liberali e popolari - che nel ’900 erano contrapposte, ma oggi devono fare assieme.

Istituzionalizzare il modello della grande coalizione, in pratica...
La grande coalizione è l’embrione del futuro, se cambia la piattaforma ideale. Servirebbe una Bad Godesberg dei grandi partiti popolari. Solo che invece che liberarsi del socialismo reale dovrebbero smettere di essere elitari, schienati sull’accademia economica e sull’ideologia liberista.

Nel frattempo con chi si schiererà al prossimo congresso del Pd, visto che lei è un iscritto e militante a tutti gli effetti...
Parteciperò, certo. Il mio discrime sarà chi condivide il superamento del Pd. Non mi interessa la contrapposizione tra renziani e antirenziani, tra buoni contro cattivi. Io penso che chiunque sarà eletto dovrà coordinarsi ogni settimana con tutti quei soggetti che assieme a lui formeranno il fronte repubblicano da contrapporre ai populismi, da Pizzarotti, a Bonino a Pisapia. Per fare opposizione, ma anche per costruire una proposta politica alternativa.

Al sodo: Zingaretti o Minniti?
Zingaretti è un candidato valido, Minniti è un candidato molto valido.

Ultima domanda: e se nel Fronte Repubblicano facesse capolino anche la costola di sinistra del Movimento Cinque Stelle? O, ancora meglio: se ci fosse una crisi del governo gialloverde?
Il Movimento Cinque Stelle è un blocco unico, avversario in tutto e per tutto. E poi nessuno di loro conta nulla, o quasi. L’unica cosa vera, lì dentro si chiama Davide Casaleggio. Casaleggio ha un’idea molto chiara di superamento della democrazia liberale e instaurazione di un modello di democrazia diretta. Il resto è un variegato vaffanculo. E sinceramente non mi interessa.

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