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10 Novembre Nov 2018 0600 10 novembre 2018

Il Governo ha sete di soldi. Risultato? Più condoni, più tasse, più tagli

Il mantra del Governo è “la manovra non cambia”. Ma di fatto è già cambiata, e cambierà. Le armi dell’Ue per farci rigare dritto sono spuntate, ma mancano le coperture. Risultato? Aumenteranno le tasse, e i tagli. E magari continueranno a spuntare i condoni. Complimenti

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Il mantra è sempre lo stesso, “la manovra non cambia”; di fatto è già cambiata e cambierà ancora, ma non basterà a rassicurare i mercati e a placare gli eroici furori della commissione europea. Dopo aver rinviato il reddito di cittadinanza e le pensioni, adesso il governo sta cercando affannosamente mezzi e mezzucci per aumentare gli incassi dello stato e diluire le spese. Di qui a martedì prossimo, dentro palazzo Sella, sede del ministero dell’economia, sarà tutto uno scartabellare l’intrico di gabelle che pesano sui contribuenti o a scrutare i mille e mille rivoli attraverso i quali passa la spesa pubblica: oltre 800 miliardi di euro, circa la metà del prodotto lordo annuo.

La Lega, la più sensibile al problema delle entrate, ma anche alle ragioni di chi non paga le imposte, vorrebbe estendere la sanatoria fiscale a Imu e Tasi non riscosse tra il 2000 e il 2017, il raddoppio della multa a chi non paga l’assicurazione auto, un prelievo straordinario dell’1,5% sui trasferimenti di denaro sopra i 10 euro verso i paesi extra-europei (colpendo le rimesse degli emigrati regolari). L’incertezza dal lato fiscale è notevole, tra tasse extra su banche e assicurazioni o sui tabacchi, c’è da aspettarsi anche la solita botta sulla benzina (magari giustificata da ragioni ecologiche). Certo è che la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza mostra che la pressione fiscale cioè il peso del fisco sul reddito degli italiani non scende. Al contrario di quel che avevano promesso la Lega e cinque stelle. Del resto, la flat tax è scomparsa all’orizzonte.

Più condoni, più tasse, più tagli? I sintomi ci sono tutti, anche se è difficile rispondere finché non si saprà esattamente che cosa vuol fare il governo. Quando partiranno le nuove pensioni a quota 100? Matteo Salvini prima ha detto a febbraio, poi a marzo, ora non si sa bene; intanto si chiudono le cosiddette finestre e in pratica i primi scaglioni si vedranno nella seconda metà dell’anno. Ancor più incerto il reddito di cittadinanza, legato ai centri per l’impiego che non ci sono o non funzionano, soprattutto al sud dove dovrebbero andare due terzi degli stanziamenti pari a 6.8 miliardi di euro. Insomma, se ne parlerà nel 2020, insieme alla prescrizione?

Le leggi finanziarie sono sempre state degli assalti alla diligenza, ma in genere l’attacco avveniva in parlamento e si sapeva dove stava andando la carrozza.

Tra tira e molla nessuno conosce come saranno articolati i due provvedimenti più importanti, cioè il reddito ci cittadinanza e le pensioni. Non esistono i testi dei disegni di legge allegati alla legge di bilancio, dunque si discute – e avviene ormai sempre più spesso – su dichiarazioni, proclami, impegni che durano lo spazio di un mattino. Le leggi finanziarie sono sempre state degli assalti alla diligenza, ma in genere l’attacco avveniva in parlamento e si sapeva dove stava andando la carrozza. Adesso il tutto si svolge fuori dalle aule e il carro resta per lo più virtuale. Sarà questa la democrazia diretta? Difficile in ogni caso che gli aggiustamenti alla manovra possano accontentare la Ue. Ma qui passiamo dritti dritti dall' economia alla politica.

Il pomo della discordia apparentemente riguarda i conti, o meglio le cifre che compongono la cornice: il rapporto tra deficit pubblico e prodotto interno lordo (2,4% per il governo di Roma 2,9 per Bruxelles); la crescita (1,5% l’anno prossimo mentre la Ue stima l’1,2); l’andamento del debito pubblico (130% o 131?). Ma il vero contrasto è su quel che sta dentro il quadro. La politica di bilancio ha una natura espansiva, Giovanni Tria lo ha ribadito sia a Bruxelles sia ieri in Parlamento, spiegando che è giusto così, tanto più perché la congiuntura sta peggiorando e il governo non vuole certo trovarsi di qui a poco nel bel mezzo di una recessione. “Sarebbe un suicidio”, ha detto il ministro dell’economia.

Che le cose vadano male lo ha certificato l’Istat e secondo l’istituto di statistica il trimestre in corso va persino peggio di quello precedente chiuso con crescita zero. In queste condizioni, non si può chiedere una stretta, cioè una politica pro-ciclica che peggiora anziché contrastare l’andamento spontaneo della economia. Non solo. Anche se la propaganda giallo-verde adesso vorrebbe buttare la colpa sulla Germania, il cui rallentamento trascina in giù le esportazioni italiane che hanno fatto da locomotiva, la verità è che langue la domanda interna.

In sostanza, il Governo ha le sue ragioni nel sostenere che non può riproporre una stretta fiscale, ma la commissione europea ha ancora più ragione nel ribattere che il rilancio della crescita non può avvenire distribuendo un reddito non ancora prodotto. Se il deficit aggiuntivo fosse stato motivato da un aumento immediato degli investimenti pubblici e da una riduzione della pressione fiscale, per esempio tagliando il peso delle imposte sul costo del lavoro, anche il giudizio della commissione sarebbe diverso.

Certo l’Italia ha sempre un debito eccessivo, ma se aumentasse la produttività e per questa via il prodotto lordo, la manovra diventerebbe più equilibrata e davvero keynesiana. Così com’è, invece, appare solo democristiana. Per questo la Ue proietta il disavanzo strutturale (cioè quello al netto degli interessi) oltre il 3% tra il 2019 e il 2020. Se poi aggiungiamo il rincaro degli interessi via spread, che ieri la Banca d’Italia ha calcolato a 1,5 miliardi in sei mesi, 6 miliardi l’anno prossimo e poi 9 miliardi nel 2020. Tenendo conto che finirà l’acquisto straordinario di titoli da parte della Bce, si capisce che il governo italiano cammina su una corda tesa sull’abisso.

Il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles è destinato a continuare, tuttavia siamo alla scontro tra due debolezze, perché anche la commissione, ormai in scadenza, può fare il viso dell’arme, ma le sue armi sono spuntate

Il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles è destinato a continuare, tuttavia siamo alla scontro tra due debolezze, perché anche la commissione, ormai in scadenza, può fare il viso dell’arme, ma le sue armi sono spuntate. Il calcolo di Lega e 5 Stelle si basa sul calendario. Se martedì il governo italiano risponderà picche, una settimana dopo la commissione pubblicherà un nuovo rapporto e nuove raccomandazioni; poi il 3 dicembre si riuniranno i ministri dell’economia; intanto arriva Natale, passerà anche la Befana e a fine gennaio si aprirebbe la procedura per debito eccessivo, ma la commissione darebbe altri sei mesi al governo italiano.

Siamo così ben oltre le elezioni europee, cioè l’appuntamento politico chiave, la prova del voto per i giallo-verdi. A seconda di come andranno le cose, si potrebbe arrivare anche a uno showdown interno con elezioni anticipate. “Vogliamo discutere con la nuova commissione” ha ammesso il leghista Siri. Ma chi sarà allora a discutere? E che faranno nel frattempo i mercati? Domande per ora senza risposta.

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