nord-sud
12 Novembre Nov 2018 0600 12 novembre 2018

Il Nord si è svegliato contro i gialloverdi, ma non c’è nessuno pronto a guidarlo

No, la decrescita, i sussidi e i No non piacciono alla parte produttiva del Paese: ma Pd e Forza Italia sono in crisi e la Lega non può far cadere ora il governo. Risultato? La piazza di Torino rimarrà inascoltata

Torino Linkiesta

Contrariamente alle aspettative, alle previsioni, ai sondaggi, l'alleanza di governo va a sbattere contro la questione del Nord prima del previsto, non per divisioni interne su questo o quel provvedimento ma per la torsione imprevista e improvvisa dell'opinione pubblica. I cinquantamila in piazza di Torino non possono essere liquidati dalla Lega come i venti o trentamila delle manifestazioni antirazziste di Roma o dei raduni in 60 città contro il ddl Pillon sul diritto di famiglia. Lì, in Piazza Castello, c'era anche gente loro. E se lo scontro sulla Tav era l'occasione, la causa accidentale della protesta, quando tanta gente si muove è difficile che lo faccia per un tunnel merci: c'è un tipo di preoccupazione più larga e più profonda in gioco.

Ora, ci sono due modi per raccontare questa indubbia svolta. Il primo: l'area sviluppista del Paese ha intravisto il rischio che la decrescita più o meno felice non sia una chiacchiera da conferenzieri ma un progetto concreto, che salda insieme l'anima conservatrice del Carroccio – l'elogio local, la diffidenza per le culture cosmopolite, il rimpianto per l'Italia “di una volta” - con l'istinto pauperista che è tratto distintivo del M5S fin dalle origini. Lo spavento ha aperto il vaso di Pandora di un collettivo Non Ci Sto che mette insieme tutti quelli che, a destra e a sinistra, hanno un'altra idea del Nord. L'altra interpretazione è più politichese. Le filiere spodestate della Seconda Repubblica – forzisti, Pd, leghisti radicati nel centrodestra – hanno trovato il modo di fare fronte comune contro il cosiddetto Governo del Cambiamento ammainando le rispettive bandiere e accodandosi a una serie di movimenti civici che, a differenza dei vecchi partiti, conservano una reputazione e sono in grado di parlare alle persone.

Se lo scontro sulla Tav era l'occasione, la causa accidentale della protesta, quando tanta gente si muove è difficile che lo faccia per un tunnel merci: c'è un tipo di preoccupazione più larga e più profonda in gioco

Scegliere l'una o l'altra ipotesi, tuttavia, non ha molta importanza. Quel che conta sono le conseguenze politiche del risveglio del Nord e il fatto che, per la prima volta dalle elezioni europee di cinque anni fa, si intraveda un campo a disposizione del primo che saprà prenderselo, conquistandolo con un progetto e una visione. Non c'è più solo una somma di individuali mugugni, perlopiù contro i propri partiti o ex-partiti, ma persone disponibili ad alzarsi, uscire talvolta sotto la pioggia, dedicare un sabato a una qualche causa. Elettori potenziali, insomma, forse anche potenziali attivisti.

Fosse successo più avanti, fra qualche mese, come tutti prevedevano, ci saremmo trovati davanti a una vicenda già scritta: la rupture tra Lega e M5S nel nome degli interessi dello sviluppo, il ritorno a livello nazionale di un Centrodestra a trazione salviniana. Gioco, partita, incontro. Ma è successo troppo presto per i calendari della politica, e infatti ieri è stato anche il giorno della gran baruffa tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Silvio: «Vedo rischi illiberali». Matteo: «Mi spiace, parli come Renzi, la Boldrini, Juncker»). Né sembrano pronte a cogliere l'attimo le sinistre, impicciate nei loro misteriosi giochi congressuali e ancora incerte se accodarsi al format Corbyn o al format Macron.

In molti hanno paragonato la piazza torinese a un evento storico di 38 anni fa, la Marcia dei Quarantamila contro i sindacati che avevano paralizzato la Fiat, e può anche darsi. Ma anche se fosse, al momento, manca il soggetto politico capace di cogliere quel tipo di vento. All'epoca fu un quarantenne molto svelto, Bettino Craxi, a intestarsi il cambiamento, la voglia di modernità, l'aspirazione di una parte del Paese a un nuovo tipo di relazioni sociali, e seppe farne la piattaforma della sua rivoluzione e di una ascesa al potere fulminante. Oggi non si vedono analoghe energie. O meglio: le energie che esistono si spendono nel descrivere gli eventi italiani come deriva autoritaria (che a molti starebbe pure bene, se servisse a qualcosa) piuttosto che a disegnare un progetto oltre la criminalizzazione del nemico. Anche per questo le marce del presente difficilmente entreranno nei libri come quelle di ieri: sono molto belle, confermano l'esistenza di un largo desiderio di partecipazione democratica, ma per cambiare la storia non bastano.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook