amati resti
13 Novembre Nov 2018 0559 13 novembre 2018

Il futuro delle rockstar? È solo una massa di cadaveri (in forma di ologramma)

È una tendenza in voga da tempo: far esibire sul palcoscenico gli ologrammi di cantanti morti. È cominciato con Tupac Shakur, continua con Amy Winehouse. Ma a parte i dilemmi etici, la domanda rimane: perché?

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Rama

Amy Winehouse è stata trovata morta nel letto della sua casa di Camden Square il 23 luglio 2011 e il prossimo anno tornerà a esibirsi per il suo pubblico. Sotto forma di ologramma. A dare l’inquietante notizia è stato proprio il padre della cantante, entusiasta di poter far rivivere la figlia e aiutare altri giovani in difficoltà per dipendenza da droghe e alcol (è stato dichiarato che i proventi del tour andranno alla Amy Winehouse Foundation, organizzazione di beneficenza).

Ma una cosa del genere è “etica”? C’è chi la vede come una celebrazione dell’artista e chi come una scelta da brivido. Se il matrimonio è “finché morte non ci separi”, per la carriera da star non funziona proprio così. Dopo una vita finita senza pace, “the show must go on” rimane come imperativo anche quando si raggiunge l’aldilà. Ma dilemmi morali a parte, una domanda merita di essere considerata: il futuro della musica live saranno i fantasmi?

Non è la prima volta che la “resurrezione” digitale riporta sul palco star passate a miglior vita. Nel 2012 il pubblico del Coachella è rimasto a bocca aperta nel vedere Tupac Shakur, ucciso in una sparatoria 16 anni prima, esibirsi in un featuring con Dr. Dre e Snoop Dogg. Da quel momento è iniziato il business degli ologrammi: è così che qualcosa di simile a Michael Jackson ha cantato ai Billboard Awards 2014 e Ronnie James Dio è partito a fine 2017 per un tour chiamato in assoluta sobrietà “Dio Returns”.

Whitney Houston stava quasi per risorgere, ma la tecnologia necessitava ancora di alcuni miglioramenti (sarà per la prossima). Nel frattempo a Beverly Hills c’è lo showroom di Hologram USA (tra le società più importanti nello sviluppo di questa tecnologia) dove si esibiscono ologrammi di qualsivoglia personaggio e nessuna persona. Al di là del macabro marketing della nostalgia e della scelta discutibile di andare a scomodare artisti morti per fare ancora soldi sul loro nome, cosa può esserci di bello nel vedere cantare un simulacro del proprio idolo?

Negli ultimi anni, con l’avanzare della tecnologia, si è arrivati sempre più a svuotare l’esperienza: sono nati dei bordelli con sex dolls, gli anziani possono avere un robot a tenergli compagnia e ora anche la musica gioca ad ignorare la realtà con proiezioni olografiche a forma d’artista. Ma un concerto non è fatto di sola musica: c’è il sudore, la carne, l’emozione, l’empatia e, perché no, ci sono anche gli sbagli. Quando Amy Winehouse cantava sapeva far emozionare perché si mostrava per quello che era: imperfetta e per questo totalmente vera. Tutta la sua fragilità veniva esorcizzata nelle parole delle sue canzoni; Amy non aveva solo la voce, aveva il jazz. Come si può replicare una cosa del genere con un ologramma?

Ecco. Ci sarà pure l’immagine, ma manca l’anima. Per ricordare i grandi artisti e la loro musica abbiamo già tutto quello che ci hanno voluto (e potuto) lasciare: i dischi, le loro canzoni, l’umanità. Comprendiamo gli aficionados della storia del Dottor Frankenstein, ma forse è il caso di fermarsi prima di arrivare al paradosso. Cioè prima di arrivare a un futuro (ormai quasi presente) in cui la musica live sarà suonata da una band di morti. Vuoto a rendere.

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