libri d’amore
14 Novembre Nov 2018 0559 14 novembre 2018

Di fuoco e di neve: le lettere d’amore perdute tra Pasternak e Cvetaeva

Raccolta (anzi, reinventata) in un libro la corrispondenza sentimentale tra lo scrittore e la poetessa che andò perduta per sempre durante un inverno moscovita: Davide Brullo la riscrive, basandosi sullo spirito dei due scrittori e l’immaginazione dello scrittore

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Un uomo e una donna si amano da lontano, si scrivono intense lettere d’amore. Non si sono mai visti, tranne un paio di volte, non si conoscono. Le lettere sono piene di poesia, di dolore, traboccano di neve e di struggente bellezza. Di desiderio e di morte. Queste lettere vengono affidate, invano, ad una donna, affinché le custodisca, gelosamente, per l’eternità.

Non sono due amanti qualsiasi, sono i poeti Boris Pasternak e Marina Cvetaeva. Un alfabeto nella neve – opera, appassionata e profonda, del giornalista e scrittore Davide Brullo, uscita per Castelvecchi – ripercorre il sentiero del carteggio d’amore perduto e lo riscrive, daccapo, con audacia e la devozione del poeta.

L’altra donna, amica di Pasternak e ammiratrice della Cvetaeva, un’impiegata del Museo Skrjabin (del musicista Skrjabin, Boris era allievo, amico), si era offerta di proteggere le lettere, dentro le robuste pareti della cassaforte del museo. Abita tutto l’anno fuori città, e ogni sera si porta a casa le lettere, in una borsa da viaggio, e, tutte le mattine andando al lavoro, le riporta con sé, vicino al cuore. Le legge, le rilegge, se ne innamora perdutamente.

Una volta, in pieno inverno, torna stanchissima a casa. A metà strada dalla stazione, nel freddo del bosco, si accorge di aver dimenticato la borsa con le lettere d’amore, di averla posata sul vagone del treno elettrico. Un colpo di sonno, la donna aveva perso la sua borsetta, le lettere, smarrito quanto di più caro aveva al mondo, si accorge con tormento. “L’impiegata scende – la sera moscovita sembra una ventosa, appoggiandovi l’orecchio si sente il rumore del dolore – dimentica la borsetta – non la troverà mai più –il giorno dopo la guerra incendia Mosca. «Solo un prodigio, ormai, potrebbe restituirci quelle lettere: probabilmente finirono in una stufa durante un gelido inverno di guerra» scrive Serena Vitale, curando il magnifico epistolario di Marina Cvetaeva. Mutilato”. Nonostante la perdita delle lettere, i due poeti si riconoscono, “col fiato grosso ad ogni verso, ma capace di abbracciare”, si amano, amanti, fratelli.

La verità è che, quando i due poeti si incontrano a Parigi, non hanno niente da dirsi, sono troppo distanti. E, quindi, smettono di scriversi. Perduta, per sempre, la loro corrispondenza d’amore, che tutti vorremmo leggere, fare a pezzi, esplorare. Marina Cvetaeva si suicida, in una immensa desolazione, impiccandosi, il 31 agosto 1941. Pasternak, dopo la vicenda dolorosa e amara de Il dottor Živago, muore a Peredelkino, vicino a Mosca, il 30 maggio 1960. S’interrompe qui l’enigma letterario. Con tutto il suo struggimento.

Da questa parola fine, definitiva e tragica, Davide Brullo inizia la ricerca del prodigio, l’originale ricreazione del carteggio, stringendo un potente patto narrativo col lettore, camminando nella neve, lasciando le sue impronte, riscrivendo parola per parola, con coraggio e sprezzo del pericolo, disegnando lettera dopo lettera, questo “Alfabeto nella neve”. Non si può leggerlo senza provare un freddo artico nelle ossa, senza sentire la voce della morte e la grandine nel cuore, i suoi chicchi tempestosi. L’amore e il suo tormento. Senza temere l’artiglio delle tigri siberiane. Lo leggiamo pensando agli amori che abbiamo perduto per sempre, a tutte quelle lettere, che abbiamo scritto, tempo fa. E, forse, che oggi vorremmo rileggere o bruciare. E perdere.

Il particolare – e personalissimo, quasi autobiografico - romanzo diventa “una coltre di neve e una spina di cristallo”, una laboriosa e letteraria menzogna. Insegna che quello che perdiamo nella vita è certamente più importante di ciò che possediamo. “D’altronde, Orfeo ha dovuto perdere per sempre Euridice per elevare il suo canto”. Che la letteratura è invenzione, non solo nel senso antico di ritrovare. La letteratura deve “diventare fuoco perché un altro, sconosciuto, si riscaldi”. “Mi sono convinto allora – malauguratamente– che le parole possano dare la vita, sanare un destino”.

La ferita della perdita diventa un tutt’uno con le bende e non sai mai dove il dolore finisca e da che punto inizi la cura.

E l’autore immagina, riscrive le lettere, tornando alla propria vicenda biografica, cucendo i lembi del dolore e dell’amore, con il filo luminoso delle parole. Mentre il narratore ci racconta di aver ritrovato le lettere, grazie alla sorellastra di Pasternak. Ingrid. Ma chi è? Esiste per davvero? “La signora si chiamava Ingrid, abitava a Cannero, sul Lago Maggiore, ed era imparentata con Paolo Troubetzkoy, l’importante scultore russo.” Dove inizia la verità e finisce l’invenzione? Che cosa è davvero importante custodire? “La poesia di Pasternak non indugia nella malinconia, non indaga il passato: azzera i volti, percorre il rischio di dimenticare, di amare l’oblio, di amare come se i secoli fossero una sciocchezza. Per questo Pasternak sembra massiccio come una giungla, ma è impalpabile, voce antica su città di vento, che vanno. Come mio padre.”.

I volti si somigliano tra loro e, nelle fotografie di Pasternak, l’autore, poeta – che finge completamente, come insegna Pessoa, che sia dolore il dolore che davvero sente – scava e ritrova il volto del proprio padre perduto. Nelle lettere d’amore, si cercano metafore, in continuazione. A che cosa paragonare l’amato, l’amore. “«Il fatto che Pasternak sia nato uomo è un equivoco: egli è un albero» aveva scritto Marina Cvetaeva parlando delle poesie di Boris: nel ritratto del padre i lineamenti del figlio erano scabri, netti, il volto sembrava quello di un’aquila”. Come nel Dottor Živago, anche qui si trovano i morti, i cadaveri bellissimi dei suicidi, i cimiteri. “Si muoveva nel cimitero come sopra un corpo noto, con dimestichezza. Le tombe, a scacchiera, erano uguali le une alle altre. Giurò: «Qualcuno ha scambiato le lettere, ha scombinato le fotografie». Le tombe non corrispondevano più a quelle dei suoi parenti – erano di altri, ora, ignoti e con volti armeni, ironici. «Non ho più una famiglia, non ho più una stirpe…» gridava, girando su se stessa. In fondo al cimitero, sotto il rubinetto, saturo, dove si abbocca l’annaffiatoio per cibare i fiori che cibano i morti, c’era una piccola montagna di lettere di ferro – quelle che servono per fissare il nome del defunto alla tomba.

La lasciai al dolore – senza spiegarle che è una benedizione non avere padri, paladini, avi eroici – ora era piegata, un tutt’uno le orecchie e le caviglie, come un fuoco bianco. Pensai che se avessi scritto il nome di un uomo, con quelle lettere, costui sarebbe morto all’istante. Allora scrissi il mio nome, “Boris Pasternak”.” Come l’immagine di una “grande città lontana, appannata nei riflessi della luce notturna”, il racconto rapisce e disorienta. La piccola bussola per ritrovare il sentiero in questo particolare smarrimento nella neve c’è.

Si intende il bisturi per scucire i margini della verità dalla finzione, per accorgersi che è un lavoro del tutto inutile. “Come i romanzieri, ho mescolato materiali originari a momenti del tutto fittizi – lascio a lei il compito di discernere la verità dal verosimile, anzi, di sceglierla, pur sapendo che ledere l’una significa abolire l’altra”. Si ama, quindi, per assolvere i propri ricordi, perché il proprio amore se ne vada con l’ultimo treno della sera, si perda nel freddo pungente della notte russa, decifrando anche l’oscurità della morte.

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