15 Novembre Nov 2018 0600 15 novembre 2018

Non solo Netflix: ecco perché l’innovazione non si può fermare per decreto

I consumi cambiano, le mode cambiano, e gli imprenditori dei diversi settori ne vengono beneficiati o penalizzati. Salvarne alcuni con l’intervento statale è solo una mossa miope, che alla lunga ci lascerà nello stagno di chi non sa vedere oltre i propri piccoli interessi

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Lionel BONAVENTURE / AFP

Ho letto con sincera curiosità la proposta del Ministro Bonisoli di obbligare le case di produzione a vendere e far trasmettere i propri film prima nelle sale cinematografiche e poi, passato un certo periodo stabilito dallo Stato, sulle piattaforme di streaming.

Questa proposta ci porta a conoscenza di alcuni elementi. Innanzitutto ci permette di capire che il Ministro Bonisoli non ha la minima idea di come funzioni oggi il mondo dell’intrattenimento, né abbia mai avuto cura di studiare i cicli economici e la storia del nostro Paese. L’industria cinematografica perde miliardi di dollari ogni anno: per fare un paragone, l’industria dei videogame vale oggi il doppio dell’intera industria cinematografica. Cos’è cambiato quindi? Molto semplice, come è accaduto nel passaggio da carrozze a macchine, da ventagli a ventilatori, e da vasche in cemento a lavatrici, le persone oggi, hanno la possibilità di scegliere prodotti e servizi differenti, sostenuti dall’innovazione e dai cambiamenti culturali. Nei consumi, tipicamente, cambiano sia mezzi che contenuti. Per esempio continuiamo a mangiare, a vestirci, a curarci e ad intrattenerci, ma lo facciamo, da secoli, in modi sempre diversi.

Se Bonisoli fosse stato ministro negli anni ‘50, probabilmente avrebbe scritto una legge per aumentare la tassazione a chi produceva sistemi per l’aria condizionata. Negli anni ’80 avrebbe obbligato i produttori di carta a non vendere risme a chi aveva un computer privilegiando chi invece aveva scelto di acquistare una sana ed efficiente macchina da scrivere

Adesso proviamo a ragionare sulla proposta di Bonisoli. È chiaro che l’intento è quello di “tutelare” gli imprenditori del settore, e penalizzare i “cattivissimi” colossi del web, attraverso una legge che orienti i consumi in modo artificiale.

Una mano sul mercato e sulle abitudini di consumo non è però un modo efficace di gestire un’industria in via di transizione, e anzi, può portare a distorsioni pericolose.

Se la proposta di Bonisoli venisse applicata su ogni settore economico in via di trasformazione, ci troveremmo di fronte a situazioni paradossali. Il ragionamento è semplice: i governi dovrebbero selezionare tutte le industrie che stanno attraversando un periodo di flessione (non importa quali che siano i motivi), e dovrebbero promulgare leggi e regolamenti che artificialmente allunghino la vita economica di questo o quel prodotto.

Ad esempio, se Bonisoli fosse stato ministro negli anni ‘50, probabilmente avrebbe scritto una legge per aumentare la tassazione a chi produceva sistemi per l’aria condizionata. Negli anni ’80 avrebbe obbligato i produttori di carta a non vendere risme a chi aveva un computer privilegiando chi invece aveva scelto di acquistare una sana ed efficiente macchina da scrivere. Non solo: avreste permesso che l’ondata culturale degli anni ‘70, orientasse le donne a scegliere i jeans, piuttosto che le gonne? Giammai. D’accordo con il nostro Ministro, avremmo sostenuto una legge che vietasse la riproduzione di immagini di donne con abbigliamento non tradizionale. D’altronde i produttori di gonne avrebbero avuto tutto il diritto di rivendicare questa misura di protezione.

I paradossi possono risultare divertenti, ma rappresentano l’orientamento di questo modello di politiche pubbliche. In un paese economicamente evoluto, il Governo si preoccuperebbe di aiutare le imprese e gli imprenditori ad interpretare il cambiamento, anticipando i trend di consumo con innovazione e ricerca. Non solo, una classe politica intelligente penserebbe come ridurre le tasse, diminuire la burocrazia e innovare l’università, per poter sostenere i processi di cambiamento industriale ed economico.

Che futuro può avere, invece, un Paese che sceglie deliberatamente di penalizzare l’innovazione? Un’idea ce l’abbiamo, ministro Bonisoli. Un Paese, che, semplicemente, non avrà più un futuro.

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