15 Novembre Nov 2018 0601 15 novembre 2018

Promemoria per sovranisti illusi: guardate come sono finiti gli inglesi con la Brexit (e fatevi delle domande)

L’accordo voluto dalla May quasi sicuramente non passerà. E la Brexit si conferma un disastro politico, ma soprattutto un promemoria ai sovranisti di casa nostra: se l’Europa non se la passa bene chi ne esce se la passa molto peggio. Capito Salvini e Di Maio?

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Miguel MEDINA / AFP

Un miracolo. È quel che servirebbe a Theresa May per far passare in Parlamento l’accordo faticosissimamente raggiunto ieri con l’Unione Europea. Un miracolo, perché sia i laburisti, sia la destra dei conservatori hanno già annunciato che non va bene, che non lo voteranno. I tories, perché tiene ancora il Regno Unito sotto il gioco dell’Unione. Corbyn e i suoi, perché troppo vago, con una transizione di 21 mesi per chiarire la questione irlandese: per ora l’Irlanda del nord rimane nel mercato unico, mentre al resto del Regno tocca l’unione doganale, con quale confine ancora non si capisce. Fosse solo questo: il Regno Unito continuera a contribuire al bilancio europeo fino al 2020, dovrà tenere in considerazione le sentenze della Corte di Giustizia Europea, vincolanti fino al 2020, e la Corte Europea avrà piena giurisdizione su ogni controversia commerciale. Motivi sufficienti per essere furiosi: soprattutto gli unionisti di Belfast - che tengono in piedi il governo May - e gli scozzesi, fieri europeisti, cui non è toccato lo stesso privilegio.
A ridere, insomma, è solo Bruxelles: se l’accordo a dicembre non sarà ratificato, entreremo nella terra ignota del “no deal” e il Regno Unito - la democrazia stabile per eccellenza - si ritroverebbe a celebrare le seconde elezioni anticipate in due anni, con un fortissimo rischio di disgregazione sia in Irlanda sia in Scozia.

Servirebbe un miracolo a Theresa May per far passare in Parlamento l’accordo raggiunto ieri con l’Unione Europea. Sia i laburisti, sia i conservatori hanno già annunciato che non va bene. A ridere, insomma, è solo Bruxelles: se l’accordo a dicembre non sarà ratificato, entreremo nella terra ignota del “no deal”

Complimenti vivissimi, insomma. E forse vale la pena ricordarcela tutta la storia della Brexit. Perché raramente si è vista una tale sequela di errori e di leader bruciati, in una democrazia occidentale. David Cameron, primo tra tutti, che il 23 dicembre del 2013, annunciò che, se i Conservatori avessero vinto le successive elezioni, avrebbe promosso un referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione Europea.
Aveva un piano, Cameron, un po’ come oggi Salvini e Di Maio con la legge di bilancio e la minaccia del piano B: usare il referendum per rinegoziare la permanenza britannica nell’Unione Europea, e poi, forte dell’accordo, fare campagna per il Remain. E in effetti, l’accordo che negoziò David Cameron fu molto buono: limitazioni all’ingresso degli stranieri, anche comunitari, nel Regno Unito, e opt-out (letteralmente: l’opzione di starne fuori senza dover per forza esercitare diritti di veto) nel caso ci fossero stati tentativi di stringere le maglie dell’integrazione europea da un punto di vista politico.

A posteriori, possiamo dire che Cameron poteva pure risparmiarsi la fatica: le limitazioni a Schengen, a partire dal 2016, sono diventate la regola, prima per questioni di terrorismo, poi per la crisi dei richiedenti asilo. E si è fatta largo, nel corso degli anni, un’idea di Europa a più velocità che di fatto ratifica de facto e per tutti quel che il premier britannico aveva faticosamente negoziato con Jean Claude Juncker e Donald Tusk. Tant’è, al tempo l’accordo fu giudicato un piccolo capolavoro politico di Cameron. Giudizio di brevissima durata: il 23 giugno del 2016 gli abitanti del Regno Unito votano per lasciare l’Unione Europea, bocciando l’accordo di Cameron, che perde la sua battaglia ed è costretto a ritirarsi dalla vita politica: «Ero il futuro, una volta», commenta amaro nel suo ultimo discorso parlamentare.

Se l’Europa non se la passa bene, insomma, chi ne esce se la passa molto peggio. E forse ai Di Maio e ai Salvini di casa nostra, un ripassino di questa banale evidenza servirebbe

Sembra la strada sia spianata, per la presa del potere dei suoi rivali sovranisti come Nigel Farage e Boris Johnson, e invece la Brexit ammazza pure loro. Quest’ultimo, soprattutto, a favore della Brexit dentro il partito conservatore, sembra essere destinato a succedergli. E invece no. Entrambi si prendono paura e a guidare le negoziazioni con l’Unione Europea è Theresa May, remainer molto tiepida, già ministra degli interni di Cameron. Le toccano grane grosse: la negoziazione, prima di tutto. Ma pure un forte rallentamento dell’economia con la crescita del Pil che si dimezza, condividendo con Italia e Romania le ultime posizioni nella (fu) Europa a 28, e sondaggi secondo cui, nel caso di nuovo referendum, la permanenza nell’Unione vincerebbe in carrozza.

Se l’Europa non se la passa bene, insomma, chi ne esce se la passa molto peggio. E forse ai Di Maio e ai Salvini di casa nostra, un ripassino di questa banale evidenza servirebbe. Perché è vero, il populismo e l’anti-europeismo sono in forte ascesa in tutto il Continente, ma nel Paese che è l’Europa l’ha sfidata e abbandonata davvero: se si votasse domani i laburisti in crisi nera sino al 2013, si potrebbero prendere una clamorosa rivincita, gli scozzesi europeisti e indipendentisti passerebbero da 35 a 39 seggi, mentre l’Ukip resterebbe di nuovo a bocca asciutta, senza alcun seggio nella House of Commons. A buon intenditor, poche parole.

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