Intellettuali e potere
16 Novembre Nov 2018 0559 16 novembre 2018

Michela Murgia: “Volete capire se questo governo è fascista? Guardate come tratta il dissenso”

DI fronte alle tendenze autoritarie dei governanti la società ha degli anticorpi che sono sempre in pericolo. La libera informazione è uno di questi. Quando la democrazia vacilla anche gli intellettuali devono scendere sul campo di battaglia e combattere per la libertà

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frame tratto da "RepIdee, l'ironia di Michela Murgia. ''Ecco come diventare fascisti in un'ora''"

Michela Murgia, scrittrice italiana, torna a far parlare di sé e del suo nuovo saggio Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi, 2018). È una riflessione su cosa è diventato il fascismo oggi e come riconoscerlo, a partire da una premessa fondamentale: ogni fascismo è prima di tutto un populismo, che nulla ha a che vedere con l’essere popolare (la popolarità) che, al contrario, appartiene alla democrazia. Con il suo “fascistometro”, a conclusione del saggio, l’autrice sostiene che nessuno è immune dal pericolo di contagio del fascismo, neanche chi sbarra zero caselle su un totale di 65 aneddoti, tutti realmente pronunciati da esponenti della classe politica italiana negli ultimi quindici anni. «È un testo che non era previsto, ma date le circostanze ho sentito la necessità di scriverlo. Oggi il terreno su cui si muove il fascismo non è quello ideologico, ma del metodo, ed è qui che bisogna affrontarlo», ha affermato il 2 novembre a Cagliari, in occasione della sesta edizione del festival letterario diffuso Éntula promosso dall’associazione Lìberos, di cui la stessa è co-fondatrice.

Oggi in Italia si torna a parlare di “deriva fascista”. Non è un’esagerazione? Dopotutto questo governo è stato eletto
democraticamente e gode ancora di un forte consenso.

Non è dal consenso che si misura il grado di fascismo, ma è dalla possibilità di esercitare il dissenso. Se c’è consenso ma c’è anche modo per organizzare il dissenso siamo ancora in una democrazia; se il modo per organizzare e qualificare il dissenso non c’è più è già un fascismo, un proto-fascismo. Per esempio: il dissenso si costruisce attraverso un’informazione corretta. Non puoi sapere cosa contestare, cosa si sta scegliendo e quali sono le conseguenze se non c’è un’informazione sufficientemente libera che ti dà in mano gli strumenti per poterlo fare.

Con dissenso intende anche disobbedienza civile?
Con dissenso intendo la capacità di contestare chi governa in generale, la disobbedienza civile è una conseguenza e la fa chi si trova a fare delle scelte. Può darsi che non ci si trovi però nella condizione in cui disobbedire: “porti chiusi”, per esempio, non è una cosa a cui si può disobbedire, non si può riaprire un porto. Però si possono fare altre cose come organizzare una manifestazione, fare una raccolta fondi che metta in mare una nave come ha fatto la rete Mediterranea con la Mare Jonio. Questo non è un atto di disobbedienza civile, è un atto di obbedienza civile. È un atto di disobbedienza morale perché sembra diventato disdicevole dare una mano a chi affoga in acqua.

Nel suo ultimo saggio sostiene che tutti, potenzialmente, possiamo diventare fascisti. Come avviene questo processo e
come si smette?

Avviene abbassando la guardia alla banalità, rinunciando alla complessità. Mi ricordo Guzzanti quando, nei panni di uno dei suoi personaggi, diceva: «La risposta è dentro di te, ma è sbagliata». Tre quarti delle volte quando una risposta è troppo semplice a una situazione complicata è sicuramente sbagliata. Diciamo che la deriva fascista appare quando chi governa non pensa più di doverti spiegare la complessità, ma solo di doverti chiedere consenso su cose semplici, e poi la complessità se la vedranno loro – se parliamo ancora di numeri grandi. Questo consenso sulle cose banali si ottiene molto più facilmente sulle paure che sulle idee.

Il dissenso si costruisce attraverso un’informazione corretta. Non puoi sapere cosa contestare, cosa si sta scegliendo e quali sono le conseguenze se non c’è un’informazione sufficientemente libera che ti dà in mano gli strumenti per poterlo fare.

Michela Murgia, scrittrice

Secondo Lei oggi la sinistra riesce a trasmettere valori più complessi? Oppure, abituati come siamo ormai a questa semplicità, diventa più difficile tornare a spiegare qualcosa di più complesso?
La mia sensazione è che in questi anni la sinistra, vedendo che la semplificazione e la banalizzazione portava più consenso, a un certo punto pur di mantenere il consenso si è adeguata. Faccio un esempio: fu molto criticato Silvio Berlusconi quando fece la cancellazione dell’Ici perché era un’operazione populista, che privava il governo di una tassa importante che serviva a garantire il welfare, lo stato sociale a più livelli. E gli si disse che praticava la politica del “diamo un pesce, non insegniamo a pescare”. Sei anni dopo Matteo Renzi coi suoi famosi 80 euro al mese ha fatto esattamente lo stesso tipo di politica. Non sto dicendo che sono uguali, sto dicendo che in presenza di gesti di natura molto simile è difficile vedere le differenze ideologiche. Se tu pensi diversamente, io mi aspetto che tu strutturi le tue risposte in modo diverso.

Quindi anche dare tutta la colpa di questa “deriva fascista” a Salvini, in realtà è una cosa che avviene già da un bel po’ di
anni.

Sì, avviene da un bel po’ di anni ma c’è una differenza: il Partito Democratico e in generale le sinistre vengono da una lunga tradizione democratica, sia la corrente di sinistra specifica sia la corrente democristiana - che nel PD è comunque molto forte. Significa che quello è un partito in cui, anche in presenza di un “uomo forte”, esistono gli anticorpi. Dentro partiti che sono nati già gerarchici, già strutturati in senso fascista, è molto più difficile che questo anticorpo ci sia o possa svilupparsi. Per cui ci si lamenta sempre che la sinistra si divida in mille partiti e partitini, ma quello, nonostante sia una cosa spiacevole da vedere, è un frutto democratico. Mentre invece il partito monolite, dove il capo comanda sempre, nessuno può discutere e fuori da lì non c’è vita politica è temibile.

Il Movimento 5 Stelle come lo vede da questo punto di vista?
I Cinque Stelle sono un monolite totale. Apparentemente uno vale uno, poi se sei fuori dalla linea ti buttano fuori. Mi viene in mente Federico Pizzarotti, sindaco di una città importante come Parma, che si è trovato fuori dal movimento perché non corrispondeva alla linea. Quindi non è vero che uno vale uno, è vero che uno detta la linea per tutti, e da quel momento uno fa quello che gli dicono.

Lo scorso settembre la Cassazione ha sostenuto che il saluto romano non è reato se a titolo commemorativo, in quanto costituisce una “libera manifestazione del pensiero”. È stato un errore della Cassazione oppure sarebbe un errore vietare liberamente il proprio pensiero?
Se il pensiero è illiberale, antidemocratico, è un pensiero che nuoce al nostro stare insieme. Noi non consentiamo che si possa dire che i negri sono inferiori, non pensiamo che questa sia un’opinione. Crediamo che sia un’affermazione che incita all’odio razziale. Si può dire che c’è un problema nel riconoscere i segni fascisti. Quando uno fa il saluto romano, da solo, in una strada, non glielo puoi impedire. Quando quaranta persone si riuniscono e fanno un saluto romano in una strada per una commemorazione, quella è una forma organizzata. E la nostra Costituzione vieta le forme organizzate che si richiamino al fascismo. Quindi lì la fattispecie di reato c’era di sicuro, è un’interpretazione di un giudice. Io non sono una giurista, ma mi domando che cosa debba fare esattamente un partito fascista per poter essere riconosciuto come un partito fascista.

Lei ha spesso sostenuto la necessità di costruire una contro narrazione a questa narrazione populista-fascista, dominante. Di chi è questo compito? Scrittori, politici?
Il compito degli intellettuali non è questo, evidentemente. Può diventare questo nel momento in cui non lo fa nessun’altro, ma naturalmente in una democrazia sana le forze politiche detengono tutte una narrazione e la difendono. In questo momento la mia impressione è che la sinistra che si richiama al Partito Democratico sia un partito senza trama, incapace di raccontare un’idea di Paese che non sia personificata. Nel senso che Matteo Renzi una narrazione ce l’aveva, ma era la sua, non era quella del partito. A un certo punto ha avuto anche un grande consenso, ma non l’ha saputo canalizzare in un riconoscimento vero. Ha peccato di hybris, puntando tutto sul referendum costituzionale, pensando che la sua narrazione fosse più forte di quella della Costituzione.

Ci ha creduto troppo?
Io credo che all’interno del “renzismo” ci fosse una deriva autoritaria. Per esempio l’abolizione della riforma del capitolo V della Costituzione che di fatto limitava i poteri dei territori, anche i poteri di veto. Penso all’esperienza di Arborea contro la Saras: se il Ministero dell’Ambiente avesse potuto dare l’autorizzazione direttamente alla Saras senza passare dai territori, dalla Regione, dagli uffici della valutazione di impatto ambientale, noi avremmo avuto i pozzi di trivellazione ad Arborea e sarebbe stato un disastro per l’intera economia di quel territorio. Quindi nel momento in cui stai proponendo un referendum di quel tipo, stai dicendo che non vuoi che le basi agiscano sulle decisioni che condizionano per decenni la loro vita civile, economica, sociale, esattamente che sinistra sei?

Oggi la narrazione politica si costruisce anche attraverso i social media. Semplificando, secondo Lei questi canali sono populisti-fascisti o democratici?
No io penso che ci sia un modo populista di usarli e uno democratico. Per esempio vedo il collettivo Wu Ming tutti i giorni utilizzare Twitter per fare debunking sulle falsità che si dicono su Pasolini, sui nazisti, sul fascismo e così via. Al contrario, il meccanismo che sta dietro a Salvini è opposto e si avvale della produzione di fake news con tanto di condivisioni. Diciamo che oggi con l’avvento di internet e della tecnologia, non puoi mandare al confino chi non la pensa come te. Quindi cosa si è deciso di fare? Far parlare tutti, oggi ognuno può dire la sua. In questo modo, però, si azzerano le voci dissonanti e anche una domanda più acuta si perde tra le altre voci. Per questo credo che si debba tornare nelle piazze a manifestare il proprio dissenso, perché resta ancora oggi il metodo più efficace.

Tornando agli scrittori, oggi son poche le voci che si schierano apertamente contro il potere.
Non è vero, sono moltissime. Noi non facciamo altro che prendere voce contro questo governo. Sandro Veronesi che scrive sul Corriere della Sera e dice ci siamo e non ci passi sopra, ha trollato per tutta l’estate Matteo Salvini per la questione della Diciotti. E stiamo parlando di un Premio Strega. Così come Teresa Ciabatti, Helena Janeczek, Caterina Bonvicini e Elena Stancanelli che vanno sulla nave Mare Jonio. Ascanio Celestini che fa solo spettacoli su questo, ma la stessa cosa fanno Davide Enia, Vinicio Capossela, Chiara Valeri, Tiziano Scarpa e tantissimi altri. La stampa internazionale ci sta addosso, a differenza di quella italiana. Non è mai successo che cento intellettuali si mettessero d’accordo e dicessero noi ci mettiamo la faccia, i soldi e il corpo per sostenere questa nave. C’è un’intellettualità militante che non state vedendo, continuate a dire che gli unici sono Saviano e Erri De Luca. Guardateci, non è così.

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