il delitto
17 Novembre Nov 2018 0600 17 novembre 2018

Desirée, tutto quello che non torna in un caso che abbiamo chiuso troppo presto

Di sicuro c’è che è morta. Ma lo stupro non è stato provato. E l’omicidio nemmeno. La ricostruzione che ha portato a diversi arresti si basa esclusivamente sul “sentito dire”. E le perizie medico-legali non hanno fornito risposte inoppugnabili su quello che è successo a San Lorenzo

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Di sicuro c’è che è morta. E che in via dei Lucani 22, nello stabile del quartiere san Lorenzo, a Roma, dove si spaccia e ci si fa, Desirèe Mariottini, 16 anni, c’era andata per la droga. Tutto il resto è ancora nebuloso. Tanto che i giudici del Riesame hanno messo in discussione la tesi della Procura e del Gip, annullando per due indagati le due accuse più pesanti: l’omicidio volontario e lo stupro di gruppo. Il sospetto, avanzato anche dai difensori degli indagati, è che gli elementi in mano alla procura siano pochi. Indizi spesso contrastanti, per lo più derivanti dalle testimonianze di tossicodipendenti della zona, che hanno visto solo spezzoni della giornata. Tra l’altro omettendo fino alla fine di intervenire per aiutare Desirèe. E che solo dopo hanno raccontato una loro versione dei fatti, parte della quale frutto del racconto di altre persone.

Il caso. Desirèe Mariottini è morta tra il 18 e il 19 ottobre scorso, seminuda, distesa supina su un materasso lercio all’interno di un container dello stabile in cui Chima Alinno, Brian Minthe, Mamadou Gara e Yusif Salia sono soliti spacciare e consumare droga. Il corpo della ragazza viene ritrovato grazie a una telefonata anonima, ricevuta dal 118 alle 4.20. È Muriel, una tossicodipendente della zona, che chiama. Ha visto Desirèe bazzicare lì nel pomeriggio, diventa subito una teste chiave dell’accusa.

Il primo buco dell storia è qui: prima di dichiararne ufficialmente il decesso, passa un’ora e mezza. Il tempo trascorso nell’attesa dell’ambulanza e poi perso per rompere i lucchetti apposti al cancello che isolava lo stabile dalla strada. Chi attende l’ambulanza non ha pensato di forzarli perché Desirèe era già morta e tutti, ormai, lo sapevano. Alle 5.50, ora riportata sul referto del 118, Desirèe è ancora una ragazzina senza un nome e senza una storia, che inizia a delinearsi quando le sue impronte vengono inserite in un computer. Le trovano subito: il 4 ottobre era stata denunciata a piede libero per «vendita o cessione di sostanze stupefacenti». E in via dei Lucani c’era andata proprio per cercare droga.

GLI INDAGATI

Ai nomi dei quattro africani gli inquirenti arrivano grazie alle testimonianze. Quasi tutte coincidono. Raccontano, in linea generale, la stessa storia: Desirèe che cerca la droga, Desirèe che si apparta con gli indagati perché non ha soldi per pagare, Desirèe che si sente male e muore. Ma sono le piccole sbavature, il parlare per sentito dire, la testimonianza mai diretta della violenza e della volontà di stordirla per abusarne che forse portano il Riesame ad annullare quelle pesanti accuse per Alinno e Minthe. Che rimangono in carcere per l’abuso sessuale aggravato dalla minore età della ragazza e per lo spaccio di droga. Per Gara, invece, l’accusa di omicidio volontario rimane in piedi: ha stuprato e ucciso Desirèe, secondo i giudici, che ancora devono pronunciarsi su Salia.

Ma è nei buchi che emergono dagli atti che si insinua il dubbio. Lo dice soprattutto Giuseppina Tenga, avvocato di Chima Alinno, secondo cui gli elementi in mano alla procura sono ben poca roba. Le certezze sono queste: che la violenza sessuale c’è nella misura in cui «una ragazza di 16 anni non può fornire mai un consenso consapevole, soprattutto se in uno stato di tossicodipendenza. Ma ci sono due persone che dichiarano spontaneamente, prima di diventare indagate, di avere avuto rapporti consenzienti con la ragazza, Yousif e Gara, alias Pako. Diverse persone la vedono andare via mano nella mano, verso le 15, con Yousif e poi dicono di veder entrare nel container Pako». Quindi, stando a quanto dice l’avvocato, la ragazza ha deciso di avere rapporti con gli indagati, ma non si può parlare di consenso consapevole a 16 anni. E come si arriva alla violenza? «Viene dedotta da una teste, Muriel».

LA TESTE CHIAVE

È Muriel a trovare Desireè seminuda, incosciente, stesa a terra. Prova a rivestirla e assieme ad altri la sposta sul materasso sul quale poi verrà ritrovata. «Ho pensato che era stata violentata, perché non potevo spiegarmi il motivo per cui era rimasta nuda dalla vita in giù. Se avesse consumato un rapporto di sua volontà dopo si sarebbe rivestita». Sulla base di questo elemento si ipotizza che tra Desirèe e gli indagati i rapporti siano stati non consenzienti. E anche la somministrazione del “mix” di psicofarmaci e droghe è una deduzione di Muriel, che dichiara: «Ho detto a Narcisa (altra tossica del quartiere, ndr) che a Desirèe avevano dato il metadone, il tranquillante e le pasticche e le hanno fatto un cocktail o per stordirla, o per derubarla o per stuprarla, ma è un mio pensiero». Un’ipotesi, dunque, che dagli atti in mano alla Procura non viene confermata, al momento, da nessun elemento oggettivo. Di mezzo ci sono pure gli psicofarmaci, questi ultimi sarebbero stati forniti da un italiano di 36 anni, Marco Mancini. I verbali lo inchiodano: chi ne parla dice che a dare le gocce alla ragazza è stato lui. E lui, invece, dice di non averle mai dato nulla. Una dichiarazione alla quale il Riesame crede: non è stato lui, secondo i giudici, a cedere quei farmaci alla ragazza.

Eppure Muriel è uno dei pochi testi diretti, le cui parole diventano grave indizio, pur non facendo altro, dice l’avvocato Tenga, «che esternare ipotesi suggestive basate, evidentemente, su esperienze personali, considerato che viene indicata dall’altra teste, Antonella, come colei che avrebbe appunto rubato il tablet alla povera Desirèe».

Il corpo di Desirèe mostra segni di violenza: graffi, lividi. Ma, dice il medico legale, i segni sono cicatrizzati. Gli indizi dei rapporti sessuali recenti ci sono, ma non collegano la morte alla violenza fisica. È morta, dice il rapporto, per insufficienza cardiorespiratoria

IL TABLET

È uno degli elementi iniziali della vicenda, che in un primo momento sembra una tragica fatalità: Desirèe, secondo le prime notizie diffuse dopo il suo ritrovamento, sarebbe andata in via dei Lucani proprio nel tentativo di farsi restituire un tablet rubato. Ma nonostante la dichiarazione di Antonella, che riconduce a Muriel il furto, di quel tablet non si parlerà più. La procura non chiede, nessun altro lo dice. Verità o bugia?

È Muriel, si diceva, a chiamare l’ambulanza, ma solo dopo aver visto arrivare alle 3, al parcheggio di Piazzale Tiburtino, Yousif. «Lui mi ha chiamata e gli sono andata incontro e ho visto che stava piangendo e diceva: è morta, è morta. Quando io ho rivestito Desirèe insieme a Cofy volevamo chiamare l’ambulanza, ma gli altri ce lo hanno impedito». Ed è qui che Ibrahim (cioè Brian Minteh), Yousif e Sisko (ovvero Chima Alinno) avrebbero pronunciato la frase “meglio che muore lei che noi in galera”. Una frase che, negli atti, appare lungo tutto il tragitto che dalla morte di una ragazzina porta alla ricerca della verità. È questa frase la più agghiacciante, che Minthe, durante l’interrogatorio di garanzia, nega sia mai stata pronunciata - «un essere umano non può dire una cosa di questo genere» - quella che più di tutte convince gli inquirenti che gli indagati non solo abbiano drogato e violentato ripetutamente - da soli e in gruppo - la ragazzina, ma anche che l’abbiano uccisa, volontariamente.

L'AUTOPSIA

Il corpo di Desirèe mostra segni di violenza: graffi, bruciature di sigarette, lividi. Segni di una vita travagliata fino all’ultimo secondo. Ma, dice il medico legale, i segni sono cicatrizzati. Gli indizi dei rapporti sessuali recenti ci sono, ma non collegano la morte alla violenza fisica. È morta, dice il rapporto, per insufficienza cardiorespiratoria. Ma secondo gli inquirenti, è proprio il quadro medico legale ad avvalorare la loro tesi. Citano «le varie lesioni riscontrate sul corpo» - sebbene datate - e alle parti intime, che dimostrerebbero, assieme alle dichiarazioni raccolte, che la giovane sia stata prima drogata, poi sottoposta a «ripetuti rapporti sessuali non consenzienti». Ed è come «esito» di quelli che «poi è deceduta». Ma il parere scientifico sembra non confortare questa tesi, almeno non fino in fondo: quelle ferite sono roba passata. L’unico riscontro da attendere è dunque quello tossicologico e del dna, che chiarirà chi ha avuto rapporti con Desirèe. Ma solo a distanza di un mese la procura ha affidato l’incarico ad un consulente per cercare le tracce sui reperti biologici.

Muriel: «Ho detto a Narcisa che a Desirèe avevano dato il metadone, il tranquillante e le pasticche e le hanno fatto un cocktail o per stordirla, o per derubarla o per stuprarla, ma è un mio pensiero»

LE TESTIMONIANZE

I nomi di chi quella sera è stato con Desirèe vengono fuori dalle testimonianze, anche se in modo confuso. Per Tenga si tratta di «testi interessati», perché destinati a diventare indagati per omissione di soccorso. Sono tutti tossici raccattati a San Lorenzo quella notte, portati in Questura, messi in una stanza in attesa di essere sentiti. Non sanno che ci sono delle microspie. Quelle intercettazioni, dice l’avvocato, sono state fornite alla difesa solo il giorno del Riesame. Ma quel che emerge è che in quella stanza - dove ad un certo punto i testimoni pensano anche alla possibilità di farsi una fumata di crack - ognuno racconta all’altro quello che sa e così ognuno riferisce agli inquirenti quello che ha saputo. Nessuno di loro ha l’orologio, ma ognuno fa riferimenti precisi all’orario in cui ogni piccolo particolare raccontato sarebbe avvenuto. E cosa dicono?

Antonella
Dopo aver precisato di non aver visto Desirèe far sesso con nessuno, dice di aver saputo da tale Pi che Muriel «gli avrebbe detto che Desirè era stata drogata e stuprata». Antonella, dunque, ha riferito una deduzione di Muriel riportatele da un terzo.

Narcisa
Stesso valore hanno le parole di Narcisa, che ha riferito ciò che ha saputo sempre da Muriel, con riferimento a quanto saputo dal bulgaro, Nasco. «Abbiamo pensato che il mix era già stato dato a Desirè perché è stato visto uscire Yossef dal container ma Desirè non è uscita, e poi dopo di lui nel container c’è stato il via vai, poiché il bulgaro ha detto che ha visto entrare e poi uscire dal container anche Ibrahim, Sisko e Pako. Secondo il bulgaro, quelli che l’hanno stuprata di più sono Pako e Yusif, che l’hanno stuprata per primi». Una circostanza che Nasco, sentito, non conferma. Ma se la prova dello stupro fosse il semplice ingresso nel container, allora anche lo stesso bulgaro dovrebbe essere indagato, dal momento che, secondo quanto affermato da Narcisa, «era entrato e l’aveva vista nuda nel Container per terra e le aveva detto “piccola, alzati, andiamo” e lei aveva risposto dicendo “dopo, dopo…”». Il pensiero di Muriel, dunque, per la procura diventano un’ipotesi concreta (il mix di droghe è un dato di fatto), che coordinata con un’altra deduzione (il via-vai all’interno del container indica lo stupro) fornisce un indizio.

Samir
Incontra Desirèe per la prima volta all’interno del capannone, il pomeriggio prima della sua morte. Assieme a Sisko, che a dire di Samir la rimproverava per aver ingerito troppo metadone. «Sisko ha tirato fuori una boccetta di metadone da 100 ml e ha accusato la ragazza di averne bevuto un terzo della bottiglietta. Lei non ha negato ma ha specificato che non ne aveva bevuto così tanto». Avrebbe fatto tutto da sé, dunque. Quando la ragazza si accorge che in stanza c’è anche Samir lo aggredisce, invitandolo duramente a lasciarla da sola con Pako. «Mi ha strillato contro dicendomi che dovevo uscire, premetto che in quella circostanza, anche se chiaramente sotto l’effetto delle droghe, non sembrava stesse particolarmente male e inoltre era regolarmente vestita. Io le ho detto che sarebbe dovuta uscire lei perché quello era il mio posto». Samir rimane a fumare lì dentro e vede arrivare prima Yousif e poi Ibrahim, che le chiedono come sta. E lei, con voce flebile, quasi impercettibile, risponde di star bene. Da quel capannone Samir va via alle 22, passando prima da un bar e poi, al parcheggio, dove passa la notte. Dove, a suo dire, anche Ibrahim dorme, «tutto coperto fino alla fronte». E Ibrahim, dice a Samir Narcisa, durante la notte viene picchiato, «perché ritenuto responsabile, in quanto spacciatore di eroina, del malore che aveva avuto la ragazza».

Giovanna
Nell’ambiente della tossicodipendenza, dunque, si mormora che Desirèe sia stata «abusata sessualmente in modo ripetuto e che le violenze subite abbiano contribuito alla morte». Tutti ne parlano, nessuno può dirlo con certezza, però. Anche se la più certa sembra Giovanna, altra teste chiave, che riconosce gli indagati e attribuisce loro la violenza. Sisko, afferma, «in mia presenza ha girato la ragazza, dicendo che non era morta e che ha abusato della ragazza con gli altri tre». Pako, invece, è «quello a cui Desirèe proponeva un rapporto orale in cambio di crack o eroina e che ha abusato della ragazza con gli altri tre». Ibrahim «ha abusato della ragazza con gli altri tre». E Yousif, «il soggetto che per primo si appartava con Desirèe, al quale lo stesso cedeva del metadone e che ha abusato della ragazza con gli altri tre». Ma è Koffie, un suo amico tossicodipendente che abita lì, «che mi ha raccontato tutto quello che è successo». Insomma, non ha visto con i suoi occhi. Tranne una cosa: che Antonella, anche lei vista nello stabile di via dei Lucani, «in un’altra circostanza ha schiaffeggiato la Desirèe per ragioni di droga e in un’occasione l’aveva bucata. Dico questo perché in mia presenza sentivo Desirèe dire ad Antonella “mi buchi te?». Frasi messe a verbale, prima di chiudere con un invito: «Spero che al più presto prenderete quei bastardi, Ibrahim, Youssef e Cisko, spacciatori e tossici cattivi, che hanno fatto del male a questa ragazza». Ma Giovanna dice anche un’altra cosa, che Muriel, colei che chiama il 118 anche se ormai è troppo tardi, smentisce. Secondo Giovanna, infatti, Muriel, parlando di Desirèe, avrebbe detto: “Sta zoccola è andata a fare i pom..ni per un tiro”. Ma «non è vero nulla», dice la donna.

LE INCOERENZE

Tutti dicono di sapere, nessuno, di fatto, ha visto più di tanto. Se non che Desirèe è entrata lì, che si è concessa, come altre volte, per avere in cambio la droga, è stata male e poi è morta. Ognuno ha visto un fotogramma diverso della storia. Nessuno è intervenuto. Tutti, dunque, potrebbero finire sul registro degli indagati per omissione di soccorso. Cosa li rende credibili?

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