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19 Novembre Nov 2018 0600 19 novembre 2018

Occhio gialloverdi: dalla Brexit a Macron, i rivoluzionari stanno facendo tutti una brutta fine

Il caso delle proteste di Parigi, e quello della manifestazione anti Brexit mostrano che chi si propone come innovatore, magari troppo sopra le righe, finisce per subire contestazioni pesantissime. Gli innovatori dovrebbero ricordarsi che le rivoluzioni non sono un pranzo di gala

Macron_Linkiesta
Odd ANDERSEN / AFP

La massima maoista sulla rivoluzione che non è un pranzo di gala è molto abusata, ma toccherà riutilizzarla per capire ciò che sta succedendo ai governi rivoluzionari d'Europa, quelli che hanno promesso radicali cambiamenti, preso voti e conquistato il potere in nome di questi cambiamenti, poi hanno provato a farli e rischiano di esserne schiacciati. Il caso francese è solo l'ultimo. Riassunto al minimo: Emmanuel Macron ha cancellato gli sgravi al diesel, aumentato di 6.5 centesimi al litro il suo costo, rialzato di 2,9 centesimi anche la benzina per promuovere come da programma una svolta verde nella mobilità dei francesi. La protesta lo ha letteralmente travolto. Trecentomila elettori si sono infilati i gilè catarifrangenti e sono andati in giro a bloccare strade per due giorni, sfidando la mano pesante della polizia (oltre 400 feriti nei tafferugli, oltre 200 fermi).

Le persone, anziché maledire i picchetti dei rivoltosi, li hanno applauditi: ieri a Eurodisney si è assistito al surreale spettacolo di gente bloccata nel parco giochi che incitava quelli che la tenevano prigioniera a non mollare.

Riassunto al minimo: Emmanuel Macron ha cancellato gli sgravi al diesel, aumentato di 6.5 centesimi al litro il suo costo, rialzato di 2,9 centesimi anche la benzina per promuovere come da programma una svolta verde nella mobilità dei francesi. La protesta lo ha letteralmente travolto

Abbiamo visto moltissima gente in piazza, oltre mezzo milione di persone, anche a Londra, per la manifestazione contro la Brexit di fine ottobre. Anche la Brexit era una rivoluzione, per di più una rivoluzione votata dal popolo. E tuttavia anche lì, al momento di realizzarla, i suoi promotori si sono accorti che aveva ragione Mao: fare rivoluzioni richiede un'attitudine al conflitto, una capacità di reggere l'urto dei cannoni, che gran parte delle attuali classi dirigenti non hanno mai avuto. Sono nate per altro: gestire al meglio compromessi, stare ai tavoli della mediazione, minimizzare il danno quando si profila.

La capacità di giocarsi il futuro e la carriera dando l'assalto al Palazzo d'Inverno (e rischiando di perdere tutto) non è roba per loro. E infatti la Brexit ha fatto finora più vittime tra chi l'aveva invocata che tra i suoi oppositori: morto l'Ukip, demolito il suo celebrato leader Farage, inguaiati forse per sempre i conservatori, dimissionari due ministri, altri quattro fermati in extremis da Theresa May.

In Italia non è successo nulla di così traumatico, ma nell'ultimo mese abbiamo ugualmente assistito a inattese mobilitazioni contro il governo nel momento in cui ha deciso di realizzare punti qualificanti della sua proposta.
La questione Tav è la più eloquente: la cancellazione del progetto è stato uno dei capisaldi del successo elettorale del M5S al Nord, ma al momento di definirla l'esecutivo si è trovato davanti a una mobilitazione che non aveva messo in conto, più numerosa e rumorosa di ogni previsione, ed è stato costretto a prendere tempo. La stessa cosa è successa (anche se i giornali gli hanno dato meno risalto) sulle nuove norme sull'immigrazione e sulla riforma del diritto di Famiglia proposta dal senatore Simone Pillon, tantochè – almeno su quest'ultima – si è assistito a una precipitosa marcia indietro.

Tenere insieme rivoluzione e consenso, insomma, è difficile, forse impossibile, ed è questo alla fine il paradosso i tempi propongono a ogni forza che si proclami rivoluzionaria

Il fatto è che le rivoluzioni comportano sempre un alto pedaggio per qualcuno. Nel caso francese, sono i cittadini delle banlieu e della provincia, quelli che non hanno la metropolitana di Parigi per andare al lavoro e non hanno soldi per cambiare le loro vecchie auto con moderni modelli elettrici o ibridi. Nel caso inglese sono gli irlandesi e gli scozzesi, che in Europa ci volevano restare, ma anche i londinesi che al loro modello cosmopolita non vogliono rinunciare: gli ha portato benessere, soldi, internazionalità, perché dovrebbero disfarsene? Da noi, è senza dubbio il Nord, o quantomeno le sue imprese (e non è poco) che hanno i loro progetti, sono abituate a un certo modo di fare sviluppo – giusto o sbagliato che sia – e nel nuovo e misterioso mondo del governo del Cambiamento non ci vogliono entrare.

Tenere insieme rivoluzione e consenso, insomma, è difficile, forse impossibile, ed è questo alla fine il paradosso i tempi propongono a ogni forza che si proclami rivoluzionaria: o una volta preso il potere ti adegui a un più cauto riformismo oppure, se vuoi avanzare con spirito garibaldino, metti nel conto che non sarà un pranzo di gala. Perché gli interessi economici, gli equilibri personali e sociali delle persone, ma anche le grandi costruzioni sovranazionali, che spesso nelle nostre democrazie appaiono sonnolenti spettatori della musica che suona la politica, quando si sentono minacciati nel concreto di solito si svegliano, e bisogna vedersela con loro.

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