felici e al governo
20 Novembre Nov 2018 0600 20 novembre 2018

La svolta di Salvini: al governo coi Cinque Stelle ci sta benone (e a rifare il centrodestra non ci pensa nemmeno)

Le contestazioni interne al Governo non fermano Matteo Salvini, che incassa i risultati sempre crescenti nei sondaggi. Il ministro dell’Interno è molto meno estremista di quanto sembra, e , escluse le sparate mediatiche, sta giocando una partita politica di attesa

Salvini_Linkiesta

Non si ferma Matteo Salvini. Non si ferma davanti allo spread che schizza a quota 322, alla Commissione Ue che rumoreggia, ai giornaloni che ogni tre per due evocano il ritorno alle urne con le Europee di maggio. E non si ferma nemmeno davanti alle divisioni del M5S, ai Nugnes e ai De Falco che non votano il decreto sicurezza sul quale il ministro dell’Interno ha fatto all in.

Per non parlare dei 19 deputati pentastellati che ieri, per dire, in una lettera indirizzata a Luigi Di Maio rilevavano «una carenza di discussione interna». «Matteo c’ha preso gusto a governare con i cinquestelle», sussurra un alto dirigente leghista che frequenta Montecitorio dal lunedì al giovedì. Ma nel linguaggio salvianiano «non fermarsi» non si traduce automaticamente nel voler capitalizzare come qualcuno sotto sotto gli suggerisce quando lo incontra nel suo studio al Viminale.

Raccontano che nei giorni di fuoco del decreto sicurezza a palazzo Madama un sottosegretario di peso del Carroccio si sarebbe rivolto così al «Capitano»: «Matteo, qui ogni giorno ha la sua pena. Forse è il caso di farla finita con questa farsa. Se torniamo alle urne…». A quel punto Salvini non ha lasciato ultimare il collega sapendo dove volesse andare a parare: «Ma va là, non scherziamo, vedrete che si sistemerà tutto…». Siparietti del genere si registrano a cadenza settimanale nella direttrice che unisce palazzo Chigi al Viminale. Ma ogniqualvolta si alza la voce di un leghista tocca al sottosegretario Giancarlo Giorgetti, regista arretrato alla Pirlo della delegazione del Carroccio, spegnere il fuoco amico, intervenire e rimembrare: «Abbiamo un’opportunità, ma vi metto in guardia. Quattro anni fa l’ex segretario Renzi veleggiava al 40%».

Il «Capitano» ascolta Giorgetti, prende nota ogniqualvolta «Giancarlo» lo rimette sulla retta via al punto da memorizzare i fondamenti del giorgettismo. Non è un caso che l’approccio salviniano alterni una stoccata a una frenata

Da qui il consiglio del solito Giorgetti a Salvini: «Ascoltami, tieni sulla scrivania una foto di Renzi. Così ti ricorderai cosa è stato e dove oggi è…». Il «Capitano» ascolta Giorgetti, prende nota ogniqualvolta «Giancarlo» lo rimette sulla retta via al punto da memorizzare i fondamenti del giorgettismo. Non è un caso che l’approccio salviniano alterni una stoccata a una frenata. Il ministro dell’Interno è sì consapevole dell’exploit dei sondaggi.

La Lega 2.0 cresce a vista d’occhio e tutti gli istituti di ricerca la attestano attorno al 33%, un numero a doppia cifra fino a qualche mese inimmaginabile dalle parti di via Bellerio. Ciò lo inorgoglisce perché «quando presi in mano la Lega il partito non si schiodava dal 3%». Allo stesso questi numeri lo preoccupano e, come si sgola Giorgetti, «lo fanno tornare sulla terra ferma». Il parallelo del Renzi del 2014 lo induce a fermarsi e a prendere fiato. Ecco perché differenza dell’allora segretario del Pd che a un certo punto si giocò il tutto per tutto sul referendum costituzionale il leader del Carroccio non desidera stravincere, forzare la mano, tornare al voto e conquistare definitivamente palazzo Chigi.

È consapevole che a oggi con i numeri che girano nelle chat impazzite dei leghiste il centrodestra di vecchio conio avrebbe la maggioranza anche con il «Propertionellum». Ma dalle parti di Salvini assicurano che «oggi Matteo non avrebbe alcuna voglia di sedersi al tavolo con Berlusconi e iniziare a trattare su tutto: da Tim alla prescrizione…». L’ombra del Cavaliere continua ad aleggiare attorno alla galassia salviniana. Il titolare del Viminale riconosce all’inquilino di Arcore di avere ideato il centrodestra, di avere sì creato un impero televisivo e di esser stato il presidente del Milan negli anni migliori del club rossonero.

il leader del Carroccio non desidera stravincere, forzare la mano, tornare al voto e conquistare definitivamente palazzo Chigi

Oggi, però, la scena è cambiata. A fine maggio l’idea di governare con i cinquestelle non lo entusiasmava, «non mi scalda», osava ripetere. Non a caso al suo innercircle confidava che avrebbe preferito stare un passo indietro e non entrare come ministro nella compagine gialloverde. Il modello era quello dei vecchi segretari democristiani che da fuori il Palazzo eterodirigevano le truppe.

Ora, invece, Salvini c’ha preso gusto a guidare il dicastero dell’Interno. Qualche giorno fa si sarebbe lasciato scappare: «Mi sto divertendo da morire». Twitta, poi posta su Instagram, nel frattempo fa un blitz a Milano dove partecipa alla campagna di sensabilizzazione contro la violenza sulla donne. «Come governo approveremo il “Codice Rosso” su questi casi giudiziari». Eppoi tranquillizza Di Maio giurando che non romperà l’alleanza: «Ti assicuro quello con Berlusconi era solo un caffè».

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