Emergenza rifiuti (di nuovo)
20 Novembre Nov 2018 0705 20 novembre 2018

Termovalorizzatori, perché ha ragione Salvini (e i Cinque Stelle fanno un danno enorme all’ambiente)

Prima si eliminano le discariche, poi si può discutere dei termovalorizzatori: questa è la strategia sullo smaltimento di rifiuti di qualunque Paese serio. Evidentemente, noi non lo siamo

Danimarca Termovalorizzatore Sci Linkiesta
Il rendering della pista da sci sul termovalorizzatore di Amager, Copenhagen, che sarà inaugurato domani (BIG Bjarke Ingels Group / SCANPIX DENMARK / AFP)

64-35-1. No, non sono i numeri da giocare al lotto, ma le percentuali di rifiuti che, in Germania, vengono riciclate, termovalorizzate e mandate in discarica. Se c’è un modello da cui partire, nel definire il ciclo dei rifiuti in Europa, è questo. Un modello in cui la totalità (o quasi) degli scarti che produciamo viene reimmesso nel ciclo economico: due volte su tre come materia prima, una volta su tre come energia.

Se si vuole parlare di rifiuti, cari Di Maio e Conte, partiremmo da qui. O, se vi sono antipatici i tedeschi, da Paesi come Austria, Olanda, Belgio, Svezia che non sanno più cosa sia una discarica e non sotterrano più nulla di ciò che scartano. Di sicuro, eviteremmo di parlare di quanto sono brutti e cattivi i termovalorizzatori, contro cui i Cinque Stelle hanno messo in piedi una surreale crociata, ancora di più in un Paese come l’Italia in cui in discarica ci finisce ancora il 32% dei rifiuti. O in cui il 7% nemmeno viene trattato e messo su un camion verso il nord Europa.

Se parliamo di malagestione, di costi alle stelle, di pericolo per la salute e di criminalità organizzata è alle discariche e alle emergenze che bisogna guardare, non certo ai termovalorizzatori

Ancora di più eviteremmo di farlo nel Mezzogiorno, dove la gestione dei rifiuti è a livelli bulgari - letteralmente: le percentuali sono quelle - con una percentuale di raccolta differenziata quasi dimezzata rispetto al nord Italia (37% contro 64%), con la totale assenza di impianti di termovalorizzazione e un processo di smaltimento che, se parlassimo di uno Stato sovrano, si fonderebbe quasi interamente sulle discariche e sull’esportazione dei rifiuti all’estero. A cui si aggiunge, ciliegina sulla torta, una gestione carissima rispetto al Nord - la Tari al sud è del 33,6% più alta rispetto alla media nazionale -, lo “spettacolo” dei rifiuti abbandonati in strada e l’enorme business che tutta questa inefficienza genera per la criminalità organizzata. Giova ricordare come dei 26mila crimini ambientali scoperti ogni anno in Italia, quasi seimila riguardano la gestione dei rifiuti. E che dietro questi reati, oltre ai roghi illegali, c’è il pericolosissimo business del giro-bolla per declassare la pericolosità dei rifiuti e consentirne l’impiego in cantieri e opere (pubbliche e private) infrastrutturali.

In altre parole: se parliamo di malagestione, di costi alle stelle, di pericolo per la salute e di criminalità organizzata è alle discariche e alle emergenze che bisogna guardare, non certo ai termovalorizzatori. Che forse ne sono l'anello meno pregiato, ma che sono comunque economia circolare, a differenza delle discariche. Non a caso, all’estero non se ne costruiscono più: una volta eliminate le discariche, la strategia di gestione dei rifiuti si fonda sulla riduzione, sul riciclo e sul riuso. Una volta eliminate le discariche, lo ripetiamo. È così che nascono le terre dei cuori dalle terre dei fuochi, non con i proclami a vanvera e con l’esercito che controlla che nessuno bruci le pile di monnezza a cielo aperto. Così dovrebbe affrontare il problema un Paese serio. Evidentemente non lo siamo.

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