22 Novembre Nov 2018 0600 22 novembre 2018

Alla faccia di Bonisoli, la ballata dei fratelli Coen è una vittoria del Cinema. E di Netflix

L'ultimo film dei fratelli Coen non è né un film né una serie, ma un capolavoro che se ne frega dei formati e omaggiando un genere come il western ci racconta la vita come solo l'arte sa fare, e intanto che Netflix esulta, i cinema italiani stanno a guardare

Coen Linkiesta Netflix

Dal 16 novembre 2018, Netflix ha reso disponibile ai propri abbonati un prodotto strano. Si intitola La ballata di Buster Scruggs, è stato scritto e diretto dai fratelli Joel e Ethan Coen e non è un film né una serie tv, ma qualcosa che ancora non avevamo visto, o anzi, meglio, qualcosa che non vedevamo dai tempi in cui quelli bravi facevano i film antologici divertendosi un sacco.

Se siete di quelli affamati di definizioni, La ballata di Buster Scruggs è un lungometraggio composto di cortometraggi. Ma se vi interessa la sostanza, sono semplicemente 2 ore e poco più che riescono ad essere un mix di godimento estetico, perfezione di scrittura e di messa in scena, divertito omaggio al cinema di genere (e a se stessi), spassosissima declinazione dello humour noir e pure un ritratto tragicomico, ma impietoso dell’Umanità. Il tutto interpretato da un cast di prim’ordine, come al solito quando si parla di fratelli Coen, da Tom Waits a Liam Neeson passando da James Franco.

Qualcuno ha già scritto che il film sarebbe molto poco riuscito, qualcun altro che si tratterebbe di un puzzle incomprensibile senza un fil rouge, altri annuiscono giusto per la bellezza della regia, effettivamente mozzafiato, come si fa con i bambini del più classico del “guarda mamma senza mani”. Ma si sbagliano, perché La ballata di Buster Scruggs non è una accozzaglia di roba scritta e abbozzata a mo’ di film giusto per dare a Netflix qualcosa targato fratelli Coen, né tantomeno per segnare con due pisciatine essenziali il proprio territorio e fare qualche euro facile.

Perché questo è un film che ha un’anima ferrea, un principio di unità, una morale che unisce i sei episodi come le Operette di Giacomo Leopardi: Dal tragicomico Buster Scruggs al rocambolesco rapinatore di banche senza nome, dal povero attore mutilato di gambe e braccia alla ingenua signorina Longabaugh, dall’inarrestabile cercatore d’oro fino ai passeggeri della macabra carrozza dell’episodio finale, tutte le storie che i Coen fanno sfilare sullo schermo sono la dimostrazione plastica dell’ineluttabile casualità della vita, della impossibilità degli uomini di dirigerla a proprio piacimento, ma anche, in fondo, del fatto che vada bene così.

La ballata di Buster Scruggs non è una accozzaglia di roba scritta e abbozzata a mo’ di film giusto per dare a Netflix qualcosa targato fratelli Coen,

Questo è un film da incorniciare. Un film che, grazie allo humour dei Coen, riesce anche dove i più grandi maestri del genere non erano riusciti ad arrivare: fare un’apologia del western ridendo in faccia alla vita, accompagnando lo spettatore in un corridoio che inizia come commedia nera grottesca e finisce direttamente sul precipizio, con la vertigine.

Sergio Leone, che di western qualche cosa ne capiva, in una delle bellissime chiacchierate con il francese Noel Simsolo — che Il Saggiatore ha appena pubblicato in italiano con il titolo di C’era una volta il cinema — dice che per Il Buono, il Brutto, il Cattivo provò a collaborare con Age e Scarpelli ma che il lavoro venne fuori disastroso. «Non ho potuto utilizzare nulla di quello che hanno scritto», disse, «È stata la più grande delusione della mia vita». La colpa dei due sceneggiatori? Non riuscire a prendere nulla sul serio.

Bene, sarebbe proprio curioso di sapere cosa avrebbe detto Sergio Leone di quest’opera dei Coen, che, pur non prendendo quasi nulla sul serio, hanno ritratto a perfezione il mondo degli uomini. Un mondo che, come aveva capito alla grande anche Leone, non si divide tra santi e peccatori, né tra robusti e fragili, né tantomeno tra fortunati e sfortunati, ma più semplicemente tra quelli vivi e quelli morti. E alla lunga, come tutta la grande arte ci ricorda— che sia scritta, filmata, incisa o dipinta chissenefrega — nemmeno quello in fondo conta poi molto.

Eppure, bisogna dirlo, La ballata di Buster Scruggs non è solo un capolavoro dei fratelli Coen, è anche un gran colpo di Netflix. La piattaforma americana infatti, mentre si prepara a lanciare a dicembre Natale a 5 stelle, un altro sasso che, c’è da scommetterci, farà muovere lo stagno scatenando polemiche e polarizzando il tifo sui social, dimostra di essere davanti a tutti in quanto a marketing e intelligenza imprenditoriale.

La ballata di Buster Scruggs non è solo un capolavoro dei fratelli Coen, è anche un gran colpo di Netflix

La strategia è perfetta: mentre tira per la giacchetta il pubblico generalista per aumentare il proprio giro di abbonati, che se resta ferma ai nerd e agli appassionati in un anno ha finito l’ossigeno, la piattaforma americana sa anche molto bene come guadagnare punti di figosità, mantenendo l’appartenenza al proprio pubblico, ovvero l’abbonamento, ormai diventato uno status symbol per il ceto intellettuale occidentale. E per una piattaforma che investe 2 miliardi di dollari all’anno in marketing, è oro colato e rappresenta uno degli asset economici più importanti della piattaforma.

Fin qui tutti bello, bellissimo. Ma c’è anche una parte triste della storia. Perché mentre i Coen si esaltano e Netflix aggiunge un altro ottimo punto al suo catalogo, in Italia si continua ad accusare Netflix di essere il colpevole della morte del cinema di qualità e delle sale. Eppure, mentre si lamenta e minaccia battaglia persino il ministro dei Beni Culturali, in Italia, il film non verrà proiettato da nessuna parte. Che è come lamentarsi che il nonno sta morendo mentre gli si tiene la testa sott’acqua aspettando che smetta di scalciare.

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