Battle songs
23 Novembre Nov 2018 0559 23 novembre 2018

Le canzoni usate dalla Cia per torturare i prigionieri

Una nuova arma, forse la più crudele di tutte, per minare la salute mentale dei terroristi (presunti) è far sentire loro, in loop per giorni e settimane, la stessa canzone. Alla fine potrebbero confessare qualsiasi cosa

Zach Gibson : GETTY IMAGES NORTH AMERICA : AFP

Immaginate di essere in una cella, mani legate e auricolari attaccati alle orecchie. E intanto vi fanno ascoltare “We are the Champions” dei Queen in loop per 30 ore consecutive. Non è uno scherzo: è una tortura, di quelle praticate dalla Cia nei confronti dei prigionieri catturati durante la guerra al terrore.

La “tortura musicale” (si chiama così) è devastante. Un processo pensato per “creare paura, disorientare la mente e prolungare lo shock della cattura”. Non solo: basta far sentire una canzone per 24 ore di fila e il “cervello e il corpo cominciano a smettere di funzionare, i pensieri si interrompono e la volontà viene meno”. È a quel punto che gli agenti cominciano il loro interrogatorio.

Secondo alcuni prigionieri, era peggio “delle botte. Quando sapevo che toccava a me andare alla sala dell’interrogatorio, ero pronto al male fisico. Ma questa sevizia psicologica non riuscivo a reggerla”. Chi parla è Ruhal Ahmed, che ha dovuto ascoltare per 30 ore “Take your best shot” dei Dope.

Binyam Mohamed invece ha dovuto sorbirsi “The Real Slim Shady” per 20 giorni consecutivi. “L’ho ascoltata nonstop di continuo”, ha raccontato a Reprieve, una associazione il cui obiettivo è porre fine alla tortura musicale. “In tanti hanno perso il controllo. Alcuni sbattevano la testa contro il muro”.

A Mohammed al Qathani, uno dei terroristi dell’attentato dell’11 settembre, è andata anche peggio. Per lui i soldati hanno creato una compilation apposita, quella del “musulmano cattivo”. Una delle hit principali era Christina Aguilera, con Dirrty. Tutto era pensato per impedirgli di essere un musulmano osservante: le soldatesse si presentavano agli interrogatori senza maglietta. Alcune gli facevano delle lap dance contro la sua volontà e gli spalmavano addosso liquidi rossi sospetti (sì, era sangue mestruale). Il massimo dell’impurità per un islamico.

Non solo: nei giorni più importanti del calendario islamico le musiche cambiavano. Gli agenti mettevano dischi di melodie araba.

Quando la sentì la prima volta, gridò per il dolore. “Ascoltare musica araba durante il ramadan – gridava – è una violazione della legge islamica”. E subito gli agenti risposero che non è vero (a ragione, del resto: non è un precetto religioso, ma una tradizione culturale) e che, anzi, è peccato “aggiungere proibizioni che non sono menzionate nel Corano” (come stava facendo lui). E lo mettevano in difficoltà.

Insomma, un po’ l’indebolimento fisico, un po’ la tortura psicologica, un po’ la tenzone finale da dottori della religione. Era così che i prigionieri, alla lunga, crollavano.

Ma la più crudele di tutte, forse, era proprio questa: “I Love You”, la canzone di Barney. Il suo creatore, quando scoprì che veniva utilizzata dalla Cia per minare le menti dei prigionieri, non ci credette: “Credo che il suo fattore di disturbo sia equivalente a quello dell’aspirapolvere del mio vicino. Quando lo sento digrigno i denti, soffro, vorrei battere pugni contro il muro per farlo smettere, ma di sicuro non mi induce a confessare i peggiori crimini contro l’umanità”.

Si sbaglia. O almeno, non immagina nemmeno che effetti possa dare se ascoltata a pieno volume per settimane intere.

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