allo sbando
23 Novembre Nov 2018 0600 23 novembre 2018

Trattare o non trattare? L’ultima farsa di un Governo in stato confusionale

Per il premier Giuseppe Conte la manovra farà crescere l'Italia. Per il ministro dell’Economia Tria arriverà la recessione. Il Governo è in confusione totale mentre sull’Italia si addensa la tempesta perfetta, tra impennata dello spread e fine del quantitative easing

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«Chiederemo tempi di attuazione molto distesi. Questo tempo ci servirà per consentire alla manovra economica di produrre i suoi effetti sulla crescita e, grazie a questo, di ridurre il debito pubblico».

«C'è la necessità di affrontare i rischi di una recessione, in modo congiunto e senza pregiudizi e in questa direzione prosegue il dialogo con la commissione con l'obiettivo di arrivare a una soluzione condivisibile».

Queste parole sono state pronunciate a distanza di poche ore, dal presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia e delle finanze Giovanni Tria. E già così sembra uno scherzo, una candid camera, non il momento cruciale di un Paese appeso al filo di una nuova crisi finanziaria, di una nuova tempesta perfetta sul suo elefantiaco debito pubblico. Conte dice che la manovra produrrà effetti sulla crescita e ridurrà il debito pubblico, nonostante una crescita del rapporto deficit/Pil di 2,4 punti percentuali. Tria dice che di fronte abbiamo il rischio di una recessione, e che è per questo che abbiamo bisogno di spendere.

Il tempo delle farse è finito, signori. E quindi delle due, una: o stiamo spendendo per crescere dell’1,5%, soglia minima per evitare che il debito pubblico non aumenti ancora, preludendo a un ulteriore declassamento dei nostri titoli Stato e a uno spread che schizzerebbe alle stelle, nell’anno della fine del Quantitative Easing. Oppure siamo di fronte a un rischio recessione, o comunque a un forte rallentamento della crescita - che poi è quello che preconizzano tutti gli osservatori esterni, buon ultimo l’Ocse, secondo cui il prossimo anno cresceremo dello 0,9% - e allora questa manovra è da riscrivere da capo, perché parte da presupposti completamente sballati. E non lo dice il capo dell’opposizione, ammesso che esista: lo dice chi quella manovra l’ha scritta, chi quel tasso di crescita l’ha messo nero su bianco.

Che si vada a trattare con la Commissione Europea, domani a cena, con due visioni così evidentemente divergenti sul destino del Paese farebbe già ridere di suo, se non ci fosse da piangere. Il bello è che non si sa nemmeno se tratteremo: se passerà la linea Tria-Giorgetti-Savona di arrivare a una mediazione con l’Europa per evitare che la situazione vada fuori controllo, o se passerà la linea intransigente di Salvini - «Noi passi indietro non ne facciamo», ha dichiarato ieri in un comizio a Nuoro -, o quella che non si capisce di Di Maio - trattiamo, ma «non ci devono chiedere di tradire gli italiani, perché io gli italiani non li tradisco».

Tutti gli osservatori scommettono sul fatto che una trattativa alla fine si farà: uno scontro al calor bianco con la Commissione Europa, farebbe impennare ulteriormente lo spread, far scappare i capitali di corsa e aumentare il rischio che nelle casse dello Stato non ci siano soldi a sufficienza per pagare gli stipendi e le pensioni

La sensazione è quella di un esecutivo e di una maggioranza in stato confusionale, che non sa cosa ha fatto e non sa cosa fare, che era convinta di capitalizzare a livello elettorale uno scontro all’arma bianca con l’Unione Europea e si è ritrovata a fare i conti coi mercati, con i tassi sui mutui che salgono, con le banche che chiudono i rubinetti del credito, con le aste dei Btp Italia che vanno deserte o quasi. Ricordate Salvini? «La forza dell’Italia, che né i francesi né gli spagnoli hanno, è un risparmio privato che non ha eguali al mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano», aveva dichiarato poco meno di un mese fa. Bene: ieri l’altro, nonostante un tasso d’interesse del 3,69%, i risparmiatori retail italiani hanno comprato Btp Italia per 481,3 milioni di euro, record negativo di sempre. A maggio ne avevano comperati per 2,3 miliardi, per dire. Eccola la mano dei risparmiatori italiani: col dito medio alzato, e i capitali in fuga verso l’estero.

Per questo tutti gli osservatori scommettono sul fatto che una trattativa alla fine si farà: uno scontro al calor bianco con la Commissione Europa, farebbe impennare ulteriormente lo spread, far scappare i capitali di corsa e aumentare il rischio che nelle casse dello Stato non ci siano soldi a sufficienza per pagare gli stipendi e le pensioni. A quel punto, una patrimoniale o un prelievo forzoso dei conti correnti stile Amato 1992 - magari lasciandoci in pegno qualche Btp, nel frattempo diventato spazzatura finanziaria - sarebbe quasi una certezza. Quel giorno eviteremmo di far leggere i sondaggi a Di Maio e Salvini, fossimo loro amici.

Il problema, semmai, è che lo sa anche la Commissione Europea. Che appare intenzionata, per i medesimi motivi elettorali di Lega e Cinque Stelle, a giocarsi tutta la sua posizione di forza contro l’Italia, usando l’intransigenza per convincere Salvini e Di Maio a tornare sui loro passi, un po’ come successe a Tsipras in Grecia nel 2015. Salverebbero l’Italia da loro stessi e pure la loro poltrona, i due vicepresidenti, ma perderebbero la faccia. Per come si sono messe le cose, forse, è il minore dei mali.

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