Rapimento in Kenya
24 Novembre Nov 2018 0756 24 novembre 2018

Perché dobbiamo pagare il riscatto per Silvia Romano. E smetterla di prendercela coi giovani sognatori

Non sappiamo ancora chi ha rapito la giovane cooperante italiana in Kenya, e perché. Ma sappiamo che questo Paese, ogni volta, non rinuncia a prendersela coi giovani che sognano e rischiano. Un messaggio che più sbagliato non si può

Silvia Romano Linkiesta

Il rapimento di Silvia Romano, la ragazza di 23 anni sequestrata da un gruppo di uomini armati nel villaggio di Chakama, nel Sud del Kenya, offre al momento più ipotesi che certezze. Potrebbero essere stati dei predoni che hanno intenzione di cedere poi l’ostaggio a bande più potenti e magari politicizzate, come i temuti Al Shabaab della Somalia. Potrebbe essere stato un messaggio politico e mafioso mandato al Governo italiano, visto che il premier Conte aveva appena ricevuto a Roma il presidente somalo Mohammed Abdullahi Mohammed, detto “Formajo”. Insomma, potrebbe esser tutto o quasi, visto lo stato di perenne subbuglio in cui versa il cosiddetto Corno d’Africa, dove l’abbondanza di basi militari (nel solo minuscolo Gibuti si ammassano truppe americane, francesi, cinesi, italiane e tra poco anche saudite) si abbina alla diffusione sempre più marcata del terrorismo islamista. Basterà per questo citare il rapporto del Dipartimento di Stato Usa, che ha valutato in 10 mila morti il terribile bilancio degli attacchi jihadisti in Africa nel 2017 e in un più 300% l’aumento degli attentati di matrice islamista dal 2010 a oggi.

In quanto compatrioti di Silvia, invece, abbiamo una piccola ma scoraggiante certezza: i molti che hanno insultato la giovane cooperante, o hanno levato grida di scandalo all’ipotesi che il Governo debba magari pagare un riscatto per riaverla viva, sono la perfetta dimostrazione di quanto questa nostra Italia sia vecchia, spiritualmente scassata, ripiegata su se stessa come una zitella artritica, restia a impegnarsi nel mondo, paurosa, avara e perdente. In una parola: fottuta.

Che Paese è quello che manda ai propri giovani il messaggio: non andate, non lanciatevi, non rischiate? Proprio mentre la realtà, tra l’altro, dice che proprio questo messaggio è un problema nazionale? Se siamo arrivati a una “fuga” dall’Italia di quasi 300 mila persone l’anno, in gran parte giovani, una ragione c’è. Anzi, ce ne sono molte. Quelle legate allo studio e al lavoro, certo. In Italia solo il 53% dei laureati trova un lavoro stabile nei tre anni dalla fine degli studi, in Germania il 70%. In Francia si lavora 35 ore la settimana e si guadagna il 20% circa più che in Italia dove si lavora 40 ore la settimana. Chissà perché molti scelgono di partire...

Ma non partono solo laureati. Partono anche camerieri e manovali. Oppure giovani che, pur di andarsene, accettano all’estero lavori di rango inferiore alle loro qualifiche. Conclusione. I cervelloni partono perché questo Paese li ignora. I cervelli perché qui non hanno prospettive e preferiscono scendere nella scala sociale pur di trovarne una altrove. I rimanenti si guardano intorno e giustamente si chiedono: barista per barista, perché dovrei farlo a, per dire, Rovigo se posso farlo a Glasgow?

I molti che hanno insultato la giovane cooperante, o hanno levato grida di scandalo all’ipotesi che il Governo debba magari pagare un riscatto per riaverla viva, sono la più perfetta dimostrazione di quanto questa nostra Italia sia vecchia, spiritualmente scassata, ripiegata su se stessa come una zitella artritica

Quest’Italia che prendeva per i fondelli i cosiddetti “bamboccioni” ha scoperto che i bamboccioni la mollano a invecchiare da sola. E l’Italia, invece di capire la lezione, insiste nel proteggere i protetti. I giovani si arrangino, l’importante è che non disturbino. Silvia ha disturbato, si è fatta rapire. Ecco perché molti le dicono che avrebbe dovuto sfogare la mania di aiutare il prossimo restando qui, a lavorare alla Caritas. Come se quelli che la insultano avessero mai fatto qualcosa per la Caritas.

A questa cecità di fondo si aggiunge una vecchia mania: prendersela con quelli delle Ong che si fanno rapire, e solo con loro. Successe con le “due Simone”, ovvero Simona Parri e Simona Torretta, rapite in Iraq nel 2004. Si è ripetuto con Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite nel 2014 in Siria. Tutte sono state poi liberate, per fortuna, e per tutte si è parlato del pagamento di un riscatto da parte dello Stato, con relativa indignazione. Polemiche che, come si vede, hanno anticipato quelle ora scoppiate intorno al caso di Silvia Romano.

Per ragioni di professione giornalistica ho avuto molte occasioni di lavorare a stretto contatto con volontari italiani impegnati all’estero, in zone più o meno pericolose. Ho seguito da molto vicino il caso delle “due Simone” (le conobbi in Iraq e presi anche un caffé nella loro casa a Baghdad) e da vicino quello di Greta e Vanessa. Avevo allora e avrei adesso delle cose da dire sui loro atteggiamenti, sulle imprudenze, sulla leggerezza di certe analisi e così via. Immagino che avrò cose simili da dire sul caso di Silvia Romano appena lei sarà tornata sana e salva. Sono abbastanza sicuro che i vent’anni di Greta e Vanessa e i 23 di Silvia siano un po’ pochini per certe aree del mondo. Parlando non di loro ma in generale, ho riscontrato a volte nei volontari in giro per il mondo una certa aria da “noi sì che siamo svegli e sappiamo le cose” inutile e fastidiosa.

Ma vorrei che qualcuno mi spiegasse. Perché sarebbe scandaloso pagare per liberare un ragazzo di una Ong e doveroso, invece, pagare per salvare la vita di un esperto giornalista? O di un missionario? O di un tecnico di una compagnia petrolifera? Per non parlare dei tanti turisti che si sono fatti rapire attraversando le zone desertiche del Sahel pur sapendo che sono infestate di banditi e jihadisti.

E di questo passo, per chi è giusto spendere soldi pubblici? Per gli speleologi che scelgono di andarsi a infilare sotto terra? Per gli alpinisti che decidono di sfidare le valanghe? Per i gitanti incolpevoli che sbagliano giornata e sono travolti da un’alluvione? Per i navigatori solitari con le vele strappate che sono in balia delle onde? A ragionare come fanno molti ora per Silvia, potremmo dire: mica vi abbiamo mandato noi nelle caverne o in montagna! Perché non avete navigato in piscina? E la prossima gita, fatela in cortile, capitooooo!

Per cui, cari noi italiani vecchietti, paghiamo quel che serve e riportiamo Silvia a casa. Sono soldi spesi non bene ma benissimo. E se pensiamo che sia stata troppo avventata e ingenua, forse abbiamo ragione. Ricordiamoci, però, che la calma è la virtù dei forti ma anche dei morti. E l’Italia, da molto tempo, non trasmette una sensazione di gran forza.

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