27 Novembre Nov 2018 0900 27 novembre 2018

Ecco perché Raffa è ancora la numero uno, alla faccia delle influencer

La Carrà, con caschetto biondo, mosse e Tuca Tuca, è stata la prima femminista italiana. E ora presenta un disco di Natale più d’avanguardia delle avanguardie

 Carrà

In tempi in cui la popolarità (la cuginetta zoccola del prestigio, cit.) si raggiunge partecipando ai reality, facendo le influencer, caricando video su Yotube o altre amenità simili, si tende a relegare nel dimenticatoio o etichettare come trash o nazionalpopolari personaggi che i costumi degli italiani li hanno cambiati davvero. Anche perché una come Raffaela Carrà alle influencer fa tranquillamente le scarpe. Anche a 75 anni.

Ne ha dato prova, oltre che negli ultimi 50 anni, anche alla conferenza stampa di presentazione del suo nuovo disco di canzoni natalizie alla Sony Music di Milano. Tacchi a spillo, figura asciutta e slanciata (Raffa è l’archetipo immutabile di Raffa) caschetto platino che negli anni Sessanta liberò molte donne dalla noia della cotonatura e dei bigodini, fragorosa risata diventata familiare grazie ai suoi programmi di punta che tutti abbiamo guardato.

Perché, attenzione, oltre a far rincontrare parenti persi di vista in Venezuela trent’anni prima, Nostra Signora della tv ha fatto molto di più. Senza nemmeno rendersene conto, dando scandalo, ha contribuito a rompere gli schemi di un Paese ancora bigotto e facilmente scandalizzabile, promuovendo a modo suo la rivoluzione femminile, o meglio femminista. Penso ai balli scatenati che nessuno aveva mai osato fare sul palco, o al Tuca Tuca con Alberto Sordi che le tocca i seni e la pancia lasciata scoperta in una puntata di Canzonissima del 1970, in una Rai abituata a vestiti e costumi ben più morigerati. Ma anche alle sue canzoni: i testi di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù (1978) e di A far l’amore comincia tu (1976) devono aver fatto andar il boccone di traverso a più di qualche prete.

Oltre a far rincontrare parenti persi di vista in Venezuela trent’anni prima, Nostra Signora della tv ha fatto molto di più. Senza nemmeno rendersene conto, dando scandalo, ha contribuito a rompere gli schemi di un Paese ancora bigotto

Non solo in Italia, ma anche nella Spagna post franchista, dove approdò nel 1976, un anno dopo la morte del dittatore e quasi 40 anni di regime fascista, che aveva potentemente limitato i diritti delle donne, per le quali Raffaella divenne il simbolo della libertà negata per decenni. L’euforica Spagna aveva voglia di festeggiare un’era nuova, la democrazia, e lo fece insieme a quella rubia italiana scatenata che ballava e cantava Felicidad in tv dopo le partite di calcio nel programma Hola Raffaela, rendendola un mito, tanto da farle incontrare personalmente il re e insignirla di ben due onorificenze, l’ultima il mese scorso per il merito civile.

Avanti anni luce allora, ma anche adesso. Da sempre icona del mondo gay, mentre qui discutiamo di complotti gender e di autorizzazioni dei genitori per l’educazione sessuale a scuola, la Carrà piazza nel video della sua canzone natalizia Chi l’ha detto una coppia gay e per una volta non è volontà di sembrare “avanti”, ma pura coerenza alla sua storia artistica. Raffa può. E mentre le showgirl di oggi, con un terzo dei suoi anni, cedono all’ibridazione con l’inorganico (vedi sedute di chirurgia plastica) Raffaella regala parole sante e, ancora una volta, liberatorie: «Insieme alla libertà - ha svelato durante la conferenza stampa – la cosa più importante è l’ironia, non prendersi mai troppo sul serio. L’ironia è la chiave di tutto; se te la tiri prima o poi sei rovinata, tanto una con le gambe più belle delle tue si trova sempre. Abbiate piuttosto il coraggio di essere voi stessi». Amen.

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